L’ombelico ebraico del cristianesimo e il Vangelo di Matteo – A cura di Daniele Malatacca

Una raffigurazione dell'arca dell'alleanza, sinagoga di Cafarnao, V sec.

L’ombelico ebraico del cristianesimo e il Vangelo di Matteo

A cura di Daniele Malatacca

Premessa

La storia di ognuno di noi è iniziata dall’unione dei nostri genitori e da questa unione riceviamo da loro i caratteri genetici che ci rendono quello che siamo. L’ambiente culturale che aveva già iniziato ad influire su di noi nell’utero materno, inizia a orientarci secondo le abitudini di quella determinata epoca storica in cui viviamo, e, crescendo accogliamo nuovi legami e ne sciogliamo altri, frequentiamo ambienti e persone che influiscono sulla nostra personalità. Pian piano diventiamo quello che siamo grazie alle esperienze e alle scelte di vita, alle relazioni che viviamo, ma, per quanto ci allontaniamo da casa, portiamo sempre con noi quella relazione fondamentale con la nostra famiglia di origine. L’appartenenza ad una famiglia è fondamentale, e se guardiamo al nostro ombelico ci dice che è incisa nella nostra carne: esso attesta che la nostra prima relazione è quella con nostra madre, grazie alla quale abbiamo ereditato la vita.

 

Il Cristianesimo ha origine in seno al giudaismo del I secolo

Accade la stessa cosa per la fede cristiana: “il “cristianesimo” non è germogliato e cresciuto in un terreno vergine, bensì in un ambiente religioso, che aveva una propria tradizione e dal quale resta inseparabile[1].

C’è un ombelico che ricorda al cristianesimo che è “nato in seno al giudaismo del I secolo[2] e questo legame è innanzitutto in Gesù di Nazaret che “è un figlio di questo popolo”[3] che “ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo ha amato con cuore d’uomo.[4]

La storia, poi, ha portato a un distaccamento dalla famiglia di origine, ma all’inizio i cristiani erano ebrei osservanti: Gesù stesso lo era ed anche gli apostoli. Questi infatti, “ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore[5].

Avevano avuto un incontro con il Messia risorto e non potevano tacere ciò che avevano ascoltato e visto[6] e cioè che “Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici”.[7]

L’autore degli Atti degli Apostoli ricorre più volte all’espressione “secondo le Scritture” affermando con forza che l’ombelico dei cristiani è nelle Scritture di Israele: “Gli scritti del Nuovo Testamento riconoscono che le scritture del popolo ebraico hanno un valore permanente di rivelazione divina[8] ed “esse sono la base sulla quale essi stessi poggiano[9]. Gli evangelisti ci mostrano come il disegno di Dio si è realizzato pienamente in Gesù di Nazaret; pertanto dichiarano che “la Scrittura non può essere annullata”[10] ma chiede di essere accolta e letta alla luce di Gesù: “tutta l’economia veterotestamentaria è in movimento verso Cristo[11].

Circa un secolo prima della nascita di Gesù, tra le varie correnti di pensiero che attendevano il Messia, alcune si fusero in un’unica tradizione che attendeva l’arrivo di un Messia umano e divino e si diffuse.

“Se tutti gli ebrei – o anche solo un numero sostanzioso – si aspettavano un Messia divino e umano, allora la fede in Gesù in quanto Dio non è la biforcazione che consentì la nascita di qualche nuova religione ma semplicemente una variante (per nulla … deviante) dell’ebraismo”.[12] Scrive ancora Boyarin: “Molte (se non tutte) delle idee e delle pratiche del movimento cristiano del Primo secolo, dell’inizio del Secondo secolo d.C. e anche dei periodi successivi possono essere interpretate con certezza come parte integrante delle idee e delle pratiche dell’ebraismo di quei tempi […] molte delle prove più convincenti dell’ebraicità delle prime comunità cristiane provengono dagli stessi vangeli”.[13]

 

Le Scritture d’Israele, punto di incontro tra ebrei e cristiani

Non tutti nel guardare i segni dei tempi hanno visto in Gesù il Messia atteso: “venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto”[14]. Con la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C. proseguì quel processo che ha portato il cristianesimo ed il giudaismo ad assumere ciascuno la propria identità.

Ma “la chiesa non ha mai potuto dimenticare le sue radici ebraiche”[15] e lo ha dimostrato riconoscendo le scritture di Israele (“erano le sole scritture che riconoscevano[16]). Esse, poi, nella vita della Chiesa si arricchivano della tradizione orale, cioè dell’“insegnamento degli apostoli”[17].

Nonostante il giudaismo e il cristianesimo nel corso della loro storia si siano allontanati, continuano ad avere un ombelico dove le loro vite si toccano: “si incontrano nella comune eredità della Sacra Scrittura di Israele”[18].

Gli stessi scritti del Nuovo Testamento riportano stili linguistici e redazionali tipici del metodo rabbinico e molti lessemi usati vengono correttamente intesi se letti alla luce della traduzione dei Settanta (LXX). Lo possiamo notare “specialmente nelle lettere paoline e nell’epistola agli ebrei”, che “attesta senza ombra di dubbio che il Nuovo Testamento proviene dalla matrice del giudaismo ed è impregnato della mentalità dei commentatori ebrei della bibbia[19].

Ma è sufficiente la conoscenza del Primo Testamento per entrare in profondità nel pensiero dell’evangelo da un punto di vista storico-critico?

Premesso che all’inizio del cristianesimo non c’era una distinzione tra Primo e Nuovo testamento[20], sicuramente è rilevante conoscere l’Antico Testamento; senza di esso, infatti, il Nuovo Testamento sarebbe come “una pianta privata delle sue radici e destinata a seccarsi[21]. Altresì, conoscere l’Antico non è sufficiente per apprezzare appieno le intenzioni degli autori e richiede un ulteriore approfondimento sulle tradizioni culturali, i reperti archeologici e la letteratura intertestamentaria ebraica[22] per avere un quadro più completo sulle dinamiche che coinvolgono il Nuovo Testamento. “La semplice conoscenza dell’Antico Testamento, pur indispensabile, non può da sola far emergere tutta la portata o tutte le armonie dei vangeli e degli altri scritti apostolici. Il Nuovo Testamento è pieno di allusioni che sfuggono generalmente agli attuali lettori a causa di un’insufficiente conoscenza delle tradizioni di cui erano impregnati i loro autori[23]. Non è secondario però riconoscere che la letteratura rabbinica è un’arma a doppio taglio: ci può sì aiutare nell’interpretazione degli scritti del Nuovo Testamento quando attinge alle tradizioni, ma dobbiamo ricordarci che essa è tardiva rispetto al NT e non sempre riflette la mentalità dell’epoca di Gesù, tant’è che “la lettura cristiana della Bibbia è molto più “ebraica” di quanto si pensi comunemente[24]. Quando parliamo di lettura cristiana, innanzitutto ci riferiamo alla “prima lettura” che è stata fatta delle scritture, che è il Nuovo Testamento[25].

Focalizzando l’attenzione sui rapporti che intercorrono tra il Primo Testamento e il Nuovo Testamento notiamo come:

essi sono in continuità, poiché il Nuovo “accetta pienamente tutti i grandi temi della teologia d’Israele[26] e la Chiesa considera sia l’uno che l’altro Testamento come ispirati da Dio[27].

Ma allo stesso tempo non si può negare che sono presenti delle fratture tra i due che hanno generato un rapporto di discontinuità, ma “queste non sopprimono la continuità, ma la presuppongono su ciò che è essenziale”[28].

Infine, da queste rotture e dalla continuità scaturisce una progressione[29] dove, nel NT, le promesse fatte ai padri sono state realizzate in Gesù: “a dire il vero, nessuno dei grandi temi della teologia dell’Antico Testamento sfugge alla nuova irradiazione della luce cristologica[30].

Il Vangelo di Matteo e le sue radici giudaiche

Proprio il Vangelo di Matteo che commentiamo quest’anno è un esempio di continuità con l’Antico Testamento ed “è stato il più letto, più commentato, più utilizzato nella liturgia e in tutti gli ambiti della vita ecclesiale[31] e ha una forte connotazione ecclesiale, invitando i lettori a diventare discepoli di Gesù.

Nel percorso che affronteremo ci accosteremo inizialmente al testo in modo scientifico, secondo il metodo storico-critico. Dobbiamo allora considerare il contesto culturale, i destinatari, i metodi di redazione in cui è stato stilato il Vangelo per immergerci pienamente in esso, perché “la religione nata con il Nuovo Testamento non può essere strappata dal terreno in cui affonda le radici; e, più in profondità, che è impossibile comprendere la Chiesa indipendentemente dalla relazione con il popolo dal quale è nata[32]”.

Le coordinate del primo Vangelo possono essere collocate nella cultura ebraica e in quella ellenistica, secondo alcuni è stato scritto ad Antiochia di Siria, mentre per altri in Galilea, verso gli anni 80 ed è indirizzato con molta probabilità ad una comunità ebrea che aveva accolto il Messia. Ma chi è l’autore? Possiamo affermare, parafrasando Massimo Grilli, essere plausibile che l’apostolo Matteo sia all’origine di questo vangelo ma non sia il redattore finale che probabilmente appartiene alla “seconda generazione cristiana e, dunque, è un autore del giudaismo della diaspora”[33].

Che il Vangelo di Matteo sia intriso della mentalità giudaica ce lo ricorda la Pontificia Commissione Biblica quando afferma che “tra i vangeli, quello di Matteo dà maggiormente prova di familiarità con le tecniche giudaiche di utilizzazione della scrittura” ed è quello che “utilizza, più degli altri, i procedimenti del midrash narrativo nei suoi racconti (vangelo dell’infanzia, episodio della morte di giuda, intervento della moglie di pilato)”.

Il primo vangelo è il vangelo del compimento della Torah.

Lo notiamo subito[34], quando Matteo introduce il racconto con l’espressione greca Βίβλος γενέσεως, cioè il “libro dell’origine[35] di Gesù e mostrandoci che lui è il Messia che è venuto per confermare le Scritture[36]. Dunque, appare subito un elemento di continuità con le Scritture di Israele e altri elementi li ritroviamo nelle formule di compimento[37] contraddistinte dal verbo compiersi. Matteo, dunque, non vede alcuna frattura con il passato[38] ma l’Antico e il Nuovo Testamento “si guardano e si comprendono a vicenda[39] costituendo “un circolo ermeneutico in base al quale Gesù Cristo è letto secondo le Scritture e le Scritture sono lette in base al loro rapporto con Gesù Cristo”[40].

Ma in Matteo sono presenti anche gli elementi di discontinuità? La frattura tra ebrei e cristiani è avvenuta subito? Gli studiosi stanno ancora formulando ipotesi a riguardo e, in particolare, sono due le posizioni che hanno assunto. La prima è quella che afferma la teologia della sostituzione (Trilling) basandosi su alcune espressioni che fanno pensare ad un netto schieramento da parte di Matteo: “Matteo non dice che Gesù insegnava « nelle sinagoghe », ma dice: « nelle loro sinagoghe » (4,23; 9,35; 13,54), marcando così una separazione[41]. La seconda è quella che ritiene che la comunità di Matteo non era contrapposta a quella ebraica, ma che essa fosse ancora parte dell’ebraismo (Overman, Saldarini). “Il gruppo di Matteo e il suo portavoce (…) sono sì ebrei che credono che Gesù sia il Messia e il Figlio di Dio, ma sono ancora ebrei” tanto che “l’idea che i conflitti documentati nel primo vangelo implichino una rottura completa è una conclusione affrettata contraria ai normali processi sociologici”[42]. Inoltre, se di allontanamento si deve parlare, secondo l’analisi di p. Giulio Michelini, dovrebbe essere partito da discussioni interne al gruppo dei farisei sull’interpretazione della Torah e non da tutto il giudaismo[43].

I toni accesi e i rimproveri rivolti agli ebrei che portano il lettore ad enfatizzare una rottura tra la comunità matteana e quella farisaica, sono dello stesso stampo di quelli usati nella Legge e nei Profeti. Il Primo Testamento ne è permeato e Dio pronuncia queste parole dure per bocca dei suoi inviati affinché possa smussare la durezza del cuore[44] di Israele e ricondurlo a sé. Per questo i rimproveri di Dio “sono sempre temporanei e presuppongono sempre nuove possibilità di salvezza”[45].

Il Vangelo di Matteo ci porterà alla scoperta un po’ per volta della missione di Gesù che a Gerusalemme mette in atto il disegno di salvezza del Padre: “il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti”[46]. Ed è per la missione di Gesù che avviene il compimento della Torah: attraverso il mistero pasquale del Messia avviene la salvezza di Israele[47].

Il primo vangelo dopo aver mostrato l’identità del Messia e come egli si è manifestato, cioè secondo le Scritture, vuole condurci al mistero pasquale del Messia. Da questo evento il Messia risorto spalanca le porte della salvezza a “tutte le nazioni[48] e chiede ad ognuno la sequela. Soltanto se ognuno di noi poggia i suoi passi sulla via dell’unico Maestro[49] può diventare veramente suo discepolo e può comprendere e vivere la pienezza della Legge, che è l’amore.[50]

 

 

 

 

[1] MICHEL REMAUD, Vangelo e Tradizione rabbinica, EDB, Bologna (BO), 2005, pag. 12

[2] Pontificia Commissione Biblica, A.I.2

[3] Ibidem

[4] GAUDIUM ET SPES, n.22

[5] At 2,46

[6] cf. At 4,20, CEI 2008

[7] 1Cor 15,3-5 CEI 2008

[8] Pontificia Commissione Biblica, I.B.3.8

[9] Ibidem

[10] Gv 10,35 CEI 2008

[11] Pontificia Commissione Biblica, II.A.5.21

[12] DANIEL BOYARIN, Il vangelo ebraico, Le vere origini del Cristianesimo, trad. di Simone Buttazzi, Castelvecchi, 2015

[13] Ibidem

[14] Gv 1,11 CEI 2008

[15] Pontificia Commissione Biblica, I.2

[16] Ivi, I.C.2, n.10

[17] At 2,42 CEI 2008

[18] Pontificia Commissione Biblica, I.C.3, n.11

[19] Ivi, I.D.4, n.15

[20] “La comparsa di un contesto canonico formato da Antico e Nuovo Testamento è il frutto di un lungo, graduale processo giunto a compimento solo nel IV secolo” – P. STEFANI, Per una lettura giudaica degli scritti neotestamentari in Rivista Biblica, EDB, 2013 Bologna

[21] Pontificia Commissione Biblica, IV.A, n.84

[22] cf. M.REMAUD, Vangelo e tradizione rabbinica, EDB, Bologna (BO), 2005, pag.159

[23] Ivi. pag.11

[24] Ivi, pag.149

[25] Ivi, pag.14

[26] Pontificia Commissione Biblica, II.C.1, n.64

[27] DEI VERBUM, n.11: “La santa madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché scritti per ispirazione dello Spirito Santo (cfr. Gv 20,31; 2 Tm 3,16)”

[28] Pontificia Commissione Biblica, II.C.2, n.64

[29] Cf. Pontificia Commissione Biblica, II.C.3, n.64

[30] Pontificia Commissione Biblica, II.C.3, n.65

[31] MASSIMO GRILLI, Scriba dell’Antico e del Nuovo, Il Vangelo di Matteo, EDB 2011, pag. 5

[32] MICHEL REMAUD, Vangelo e Tradizione rabbinica, EDB, Bologna (BO), 2005, pag. 12

[33] MASSIMO GRILLI, Scriba dell’Antico e del Nuovo, Il Vangelo di Matteo, EDB 2011, pag. 10

[34] Cf. Mt 1,1-4,17, CEI 2008

[35] GIULIO MICHELINI, Matteo, introduzione, traduzione e commento, San Paolo,2013 pag. 44

[36] “Non pensiate che io sia venuto per distruggere la Torah o i Profeti; non sono venuto per distruggere, ma per confermare” (Mt 5,17) Traduzione di GIULIO MICHELINI, Matteo, introduzione, traduzione e commento, San Paolo,2013 pag. 101; la stessa traduzione in MASSIMO GRILLI, Scriba dell’Antico e del Nuovo, Il Vangelo di Matteo, EDB 2011, pag. 36

[37] [37] GIULIO MICHELINI, Matteo, introduzione, traduzione e commento, San Paolo,2013 pag. 12; MASSIMO GRILLI, Scriba dell’Antico e del Nuovo, Il Vangelo di Matteo, EDB 2011, pag. 21

[38] [38] GIULIO MICHELINI, Matteo, introduzione, traduzione e commento, San Paolo,2013 pag. 20

[39] MASSIMO GRILLI, Scriba dell’Antico e del Nuovo, Il Vangelo di Matteo, EDB 2011, pag. 22

[40] P.STEFANI, Per una lettura giudaica degli scritti neotestamentari, in Rivista Biblica, EDB 2013, Bologna

[41] Pontificia Commissione Biblica, III.A.4, n.69

[42] GIULIO MICHELINI, Matteo, introduzione, traduzione e commento, San Paolo,2013 pag. 20

[43] Cf. GIULIO MICHELINI, Matteo, introduzione, traduzione e commento, San Paolo,2013 pag. 366 nota 23,1-12

[44] Sal 81,13, CEI 2008

[45] Pontificia Commissione Biblica, IV.B, n.87

[46] Mt 20,28, CEI 2008

[47]Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,21); “Questo infatti è il mio sangue dell’alleanza, che sarà versato per molti, per la remissione dei peccati” (Mt 26,28)

[48] Mt 28,19, CEI 2008

[49] Cf. Mt 23,10, CEI 2008

[50] Cf. Rm 13,10 in Traduzione di G.Pulcinelli, Lettera ai Romani., Introduzione, traduzione e commento, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2014

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