Commento al Vangelo della V domenica di Pasqua, tratto da “Giovanni. Introduzione, traduzione e commento”, a cura di Renzo Infante, San Paolo 2015 e commento di Giulio Michelini ofm (video della trasmissione SullaStrada, TV 2000)

Gv 15, 1-8

1 «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. 2Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. 4Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. 5Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. 8In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

 

Rimanere in Gesù…Il … discorso comincia con un insieme di metafore, derivate dal contesto agricolo palestinese, che hanno come immagine centrale quella della vite. Il genere letterario è difficilmente definibile, l’impressione è che si tratti dell’interpretazione allegorica di alcuni elementi di una parabola non raccontata: la vite, il vignaiolo, i tralci, il portare frutto, la potatura. Si può parlare genericamente di un discorso figurato. La vite fa parte, come l’ulivo, della vegetazione della terra di Canaan (cfr. 1Re 5,5; 2Re 18,31; Gb 15,33; Is 36,16; Mi 4,4; Zc 3,10). A motivo del suo intrinseco valore per i contadini palestinesi, la vote finisce con l’assumere elevato significato simbolico; viene menzionata subito dopo il diluvio come indizio di vita nuova (cfr. Gen 9,20) o come primo frutto che gli Israeliti trovano al momento del loro ingresso nella terra promessa (cfr. Nm 13,23). Essa inoltre è immagine della Sapienza (sfr. Sir 24,17) e metafora della sposa, spesso paragonata a una vite feconda nell’intimità della casa (cfr. Sal 128,3, Ez 19,10; Ct 7,9-10; 8,12); metafora che viene estesa e applicata al rapporto tra Dio e Israele, la sposa che Yhwh ha trapiantato dall’Egitto (cfr. Sal 80,9.15-16). A partire da Os 10,1, la vigna diventa una delle metafore preferite dai profeti per illustrare la storia dei rapporti tra Dio e Israele (cfr. Is 5,1-7; 27,2-5; Ger 2,21; 6,9; 12,10-11; Ez 15,1-8; 17,5-10; 19,10-14). Nella stessa accezione simbolica l’immagine della vigna compare frequentemente anche nei Sinottici (cfr. Mt 20,1-16; 21,28-32.33-46; Mc 12,1-12; Lc 13,6-9; 20,9-19).

Nel quarto vangelo essa è applicata non al popolo d’Israele, ma a Cristo. Mentre una vigna è formata dall’insieme di molti ceppi, la vite è un solo ceppo, anche se molti sono i suoi tralci. Si tratta perciò di un’immagine riferita a un essere singolare, ma che in se stesso implica una dimensione collettiva. Gesù si autodefinisce la vite, allo stesso modo in cui si era definito la luce, la via, la verità, la vita, il pane. In aggiunta, specifica di essere “la vite vera” (hē ámpelos hē alēthinē’). L’aggiunta di hē alēthinē’ (alla lettera: “quella vera”) sottolinea la portata cristologica della denominazione (cfr. 1,9; 6,32; 8,16; 4,23). La duplice specificazione ha fatto spesso ritenere che l’evangelista voglia qui contrapporre Gesù, la vite autentica, a Israele, la vita piantata e amata da Dio, che per la sua infedeltà avrebbe fallito il compito affidatogli (cfr. Is 5,1-7). Il testo però non dice questo. Come la manna era un autentico dono dal cielo, immagine tipologica di un pane che può essere definito vero senza implicare con ciò stesso la falsità della manna celeste, allo stesso modo Gesù è la vera vite, senza che questo comporti la non genuinità di Israele. Gesù racchiude in sé tutte le prerogative positive dell’antica vigna, è il naturale compimento e sviluppo in cui si compiono tutte le attese legate a Israele (cfr. Didachè 9,1). Che esista una continuità tra la vigna Israele e la vite Cristo è confermato dal fatto che entrambe hanno un unico e identico agricoltore: il Padre, che viene immaginato alla stregua di un contadino palestinese che si prende cura della propria vigna perché porti molto frutto (cfr. Sal 80,8-16; Is 5,2). Benché si dica che la vite vera è Gesù, la sua stessa esistenza e, in particolare, i frutti che ne derivano dipendono solo dal Padre (cfr. 15,8.9.10.15.16).

L’espressione “portare frutto”, alla luce delle precedenti occorrenze del termine “frutto”, ha una qualche attinenza con il tema della missione (cfr. 4,36; 12,24), senza escludere ulteriori riferimenti. Le due azioni dell’agricoltore si riferiscono a due momenti della coltivazione: durante l’inverno vengono recisi i tralci secchi, mentre in primavera, quando spuntano i nuovi getti, si passa alla potatura dei tralci che sottrarrebbero linfa alla vite. Entrambe le operazioni sono finalizzate esclusivamente a portare maggiore frutto. Mentre, però, nel v. 2 l’azione della potatura era attribuita al Padre, nel v. 3 essa avviene per mezzo della parola rivelata da Gesù. Ad essa vengono attribuiti valore e forza purificatrici: i discepoli sono stati purificati (cfr. 13,10-11) grazie all’ascolto e all’accoglienza credente della parola di Gesù, che dona Spirito e vita (cfr. 5,24; 6,63; 8,51).

L’assenza del verbo nel v. 4a (“e io in voi”), potrebbe volere alludere a una relazione di causa-effetto: se i discepoli rimangono in Gesù, anche Gesù rimarrà in loro; oppure a un modello da imitare: i discepoli devono rimanere in Gesù, così come egli rimane in loro.  È bene arrendersi all’evidenza che la sola cosa che viene espressa nel v. 4 è la prospettiva della reciproca comunione. Il successivo “come” (kathōs) introduce il paragone con il trancio che può produrre uva solo se rimane collegato alla vite. Mentre però il tralcio non ha la possibilità di scegliere se restare attaccato alla vite, al discepolo viene posta continuamente la sfida di tale scelta, da cui dipende la sua fecondità e quella della comunità cristiana. Solo rimanendo legati a Cristo, solo aderendo intimamente a lui, si può portare frutto abbondante; infatti, come il tralcio staccato dalla vite non porta frutto, così il discepolo staccato da Gesù rimane infecondo. L’espressione “non potete fare nulla” (v. 5; cfr. 2Cor 3,5) vuole solo ribadire che tutti gli sforzi dell’uomo separato da Gesù, in ordine al portare frutto, alla sua salvezza, alla missione e alla vita comunitaria, saranno vani.

Il paragone tra la realtà dei rapporti discepolo/Gesù e tralcio/vite torna calzante per la medesima sorte toccata al tralcio e al discepolo una volta staccati dalla vite e dal Maestro. Infatti, i discepoli che non rimangono in Gesù hanno un destino analogo a quello del tralcio che il vignaiolo pota: vengono gettati per terra, dove seccano senza la linfa del ceppo che li teneva in vita. I garzoni passeranno a raccogliere i tralci potati e seccati e li getteranno nel fuoco (cfr. 12,31; vedere anche Mt 13,30.41-42). Se nei vv. 5b-6 il discorso di Gesù era volutamente impersonale (“chi dimora in me”, “se uno non rimane in me”), nel v.7, in maniera aperta e fuor metafora, si rivolge direttamente ai discepoli (“se rimanete”), con la promessa di vedere esaudita qualunque richiesta per quanti resteranno fedelmente collegati a lui. Il rimanere in Gesù dei discepoli (cfr. vv. 4-5) viene ora fatto coincidere con la permanenza in loro della sua rivelazione (cfr. “le mie parole”, greco tà rhē’ ma tá mou), come se Gesù e le sue parole di rivelazione fossero del tutto intercambiabili (cfr. 14,10-13). L’ampliamento della formula di immanenza mediante l’espressione “e le mie parole rimangono in voi” aiuta a comprendere la promessa di realizzare qualunque richiesta venga rivolta a Gesù. Accogliere le sue parole equivale a custodirle e a farle diventare proprio nutrimento, a conformare su di esse la propria esistenza. Da ciò consegue che la certezza dell’esaudimento di ogni preghiera è fondata sul rimanere in Gesù.

Se in precedenza si era parlato della glorificazione del Padre che avviene per mezzo del Figlio (cfr. 13,31.32; 14,13), ora, invece, essa viene collegata all’agire dei discepoli nel tempo successivo alla Pasqua (v.8). Come il vignaiolo è soddisfatto se il suo lavoro nella vigna produce frutto, allo stesso modo il Padre viene glorificato, quando gli uomini producono frutto abbondante dimostrando di essere realmente discepoli di Gesù. Sono sempre le azioni concrete, visibili, che manifestano l’essere intimo di una persona. Non basta proclamarsi figli di Dio o dirsi discepoli di Gesù per esserlo; sono sempre le azioni a comprovare la reale identità di una persona (cfr. 1Gv 2,3-6; 3,7-9).

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