Commento al Vangelo di Pentecoste (Gv 7,37-39), a cura di Giulio Michelini, testo e video (trasmissione Sulla Strada, TV 2000)

Gerusalemme, il Cenacolo

Lo Spirito e l’acqua

La Pentecoste è una festa ebraica, una delle tre feste che prevedevano per i fedeli devoti un pellegrinaggio a Gerusalemme. Secondo il Deuteronomio, 16,16, «tre volte all’anno ogni tuo maschio si presenterà davanti al Signore tuo Dio, nel luogo che Egli avrà scelto: nella festa degli azzimi, nella festa delle settimane e nella festa delle capanne; nessuno si presenterà davanti al Signore a mani vuote». La Pentecoste è appunto la festa qui chiamata “delle settimane”, celebrata inizialmente, come abbiamo letto, per portare al Signore un dono, quello del raccolto. Un ulteriore importante significato però era stato aggiunto a quello originario, in epoca intertestamentaria: in quel giorno – e cioè il cinquantesimo giorno (da qui il nome Pentecoste) a partire dalla Pasqua – si ricordava il dono della Legge a Israele. «Poiché Israele nella sua peregrinazione esodale era arrivato al monte Sinai nel terzo mese dopo aver lasciato l’Egitto (Es 19,1), vale a dire dopo pasqua, con l’andar del tempo ciò diede avvio alla celebrazione del patto sinaitico, del dono della Torah, e persino a un rinnovamento annuale di esso, nel terzo mese» (J. Fitzmyer, Atti degli Apostoli).

Cosa accadeva nelle feste di pellegrinaggio? Oltre ad essere un’occasione per recarsi al tempio, esse erano viste dal fedele ebreo come un modo per ricevere lo Spirito Santo. «Gerusalemme – scrive un commento rabbinico al Genesi – è come il pozzo di Giacobbe, che egli trova in un campo, e le tre feste di pellegrinaggio sono i tre greggi che lo circondano. Come le pecore si abbeveravano a quel pozzo d’acqua viva, così anche i figli di Israele che venivano a Gerusalemme tre volte all’anno venivano colmati dallo Spirito divino» (Genesi Rabbah su Gn 29,2-3). Lo Spirito è dunque come l’acqua, di cui si ha bisogno, ma che non può togliere la sete fino in fondo, e per questo, sempre deve essere bevuta.

Anche Gesù, in Gv 7,37-39, parla dello Spirito come di un’acqua viva: dicendo «chi ha sete venga a me e beva» – spiega Giovanni – «questo disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui». Il contesto in cui parla, però, è un altro rispetto a quello della Pentecoste di cui dicevamo; è quello della festa di Sukkot, un’altra festa di pellegrinaggio, detta appunto “dei tabernacoli” o – come abbiamo visto sopra dal Deuteronomio – “delle capanne”. Durante quei giorni di festa, come oggi, già al tempo di Gesù gli ebrei costruivano delle capanne fuori delle loro case, per poter far memoria delle capanne in cui dimorarono gli Israeliti quando «furono condotti fuori dall’Egitto» (Lv 23,43). Anche questa festa però era associata all’acqua. In Israele, non a caso ricorre proprio poco prima della stagione delle piogge. «Nelle sinagoghe si prega per la pioggia, che viene come una benedizione per la terra e per tutti i suoi abitanti. Queste preghiere sono a beneficio del mondo intero, proprio perché, quando il Tempio di Gerusalemme non era ancora stato distrutto, venivano offerti sacrifici per tutte le settanta nazioni del mondo. La pioggia infatti è vista, nella liturgia e nella Legge, proprio come la benedizione di vita che viene da Dio. Anzi: la Torah stessa è paragonata alla pioggia» (J. Neusner, The Enciclopedia of Judaism).

«Rabbi Joshua ben Levi soleva dire: Perché la processione che ha luogo nella secondo sera della festa delle capanne è chiamata la processione per prelevare l’acqua? Perché da lì, dal Tempio di Gerusalemme, i figli di Israele prendevano lo Spirito Santo e ne venivano colmati» (Pesikta Rabbati). Quest’ultimo testo della tradizione giudaica dimostra che non è per nulla strano che lo Spirito venga annunciato da Gesù durante la festa delle capanne, ma giunga pienamente al cuore della Chiesa proprio a Pentecoste. È allora che si adempie la promessa di Dio. Gesù annuncia la Pentecoste proprio quando gli ebrei dal tempio di Gerusalemme “prendevano lo Spirito e ne venivano colmati”; allora Gesù dice che i fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo stesso corpo. Ora, a Pentecoste, la Chiesa rivive l’esperienza di quell’acqua che dona la vita. Lo stesso Spirito che Gesù ha ricevuto al battesimo per annunciare il Regno, quello Spirito è ora dato ai suoi discepoli. È lo Spirito necessario perché il Messia e la Torah vengano annunciati a tutte le nazioni della terra. La Chiesa così non è più – come probabilmente appariva all’inizio – una nuova setta giudaica, ma si apre a tutti i popoli della terra, dei quali impara le lingue e le parla.

La liberazione di Israele, celebrata con la Pasqua, non poteva ritenersi conclusa se non dopo cinquanta giorni, cioè col dono della Torah. La liberazione non è solo da qualcosa, come la schiavitù dell’Egitto, ma per qualcosa, cioè per ricevere e vivere la Legge. Allo stesso modo, per la Chiesa, quei cinquanta giorni dopo la risurrezione di Gesù diventeranno la liberazione da i peccati e dalla morte, come soprattutto ci è stato detto da Paolo, ma per ricevere – dopo quel grande esodo che coinvolge tutta l’umanità, e non solo Israele – il dono dello Spirito.

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