La Pentecoste, “compleanno della Chiesa”. Commento al Vangelo della domenica – a cura di Giulio Michelini ofm

Il cenacolo sul monte Sion, Gerusalemme – Il soffio dello Spirito – Gv 20,19-23

– La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

 

Il brano evangelico che oggi la liturgia propone per la festa Pentecoste è tratto dalla conclusione del Quarto vangelo. Siamo nello stesso giorno di Pasqua, quello della risurrezione, Giovanni ha appena finito di raccontare l’incontro di Gesù con la Maddalena, ed ecco che il Risorto appare per la prima volta ai suoi discepoli chiusi nel cenacolo.
Stette ritto. È questo uno dei modi possibili, e molto suggestivi, utilizzati nel Nuovo Testamento per esprimere la presenza viva del Risorto. Histemi – stare ritto in piedi – è il verbo che viene usato per descrivere Gesù che si ferma e sta con i discepoli di Emmaus (Lc 24,36), è quello con cui Stefano dice di vedere Gesù stare alla destra di Dio (At 7,55), ma è soprattutto il verbo che nell’Apocalisse significa lo stare ritto dell’agnello, quello “come immolato” (Ap 5,6), ma vivente. Gesù sta ritto in piedi alla porta e bussa, scrive, ancora, l’Apocalisse (3,20), e ora, dopo i giorni della passione e della sofferenza, torna dai suoi, entra nel cenacolo, e stando ritto in mezzo ai suoi si rivolge a loro.
La prima parola del Risorto alla Chiesa è sulla pace. Come scriveva Raymond Brown, il saluto di Gesù «pace a voi» (qui, Gv 20,21, e poi ripetuto altre due volte, in 20,21.26) non è un semplice augurio: è un dono. Il Risorto porta la pace, quella, scrive Paolo, che il Messia ha stabilito tra il cielo e gli uomini (cfr. Col 1,20), e chi ancora oggi incontra il Signore nella Chiesa è sicuro di poterla ricevere. La seconda parola del Risorto riguarda la missione. Gesù è il primo apostolo del Padre (c’è qui infatti il verbo apostello – reso con “mandare” – da cui “apostolo”, ovvero “quello mandato”; cfr. anche Gv 3,17: «Dio ha mandato il suo figlio nel mondo»), come i discepoli sono ora inviati da Gesù. La missione viene dall’alto, non è iniziativa umana, ma prende l’avvio da Dio stesso, e quindi è la continuazione della missione del Figlio.
L’ultima parola di questa pericope è invece sul peccato perdonato, ed è strettamente collegata al dono dello Spirito.
Il soffio dello Spirito. Il modo in cui il Quarto vangelo descrive il dono dello Spirito è unico in tutto il Nuovo Testamento. Solo Giovanni, infatti, e solo qui, nel versetto 20,22, dice che Gesù “alitò” sui discepoli. Viene usato un verbo, emphysao, “insufflare, alitare”, utilizzato per la prima volta nel libro della Genesi, durante il racconto della creazione dell’uomo e della donna. Tutta la realtà creata – si racconta lì – è fatta con la parola di Dio, ma per fare l’uomo questo non basta: Dio deve alitare dentro le sue narici. Deve cioè chinarsi su di lui, avvicinarsi a lui, deve “guardarlo negli occhi” per dargli la vita.
Elia, Ezechiele, la Sapienza. Lo stesso accade quando viene utilizzato ancora il nostro verbo – in 1Re 17,21 – nel racconto di Elia che compie il miracolo della risurrezione del figlio della vedova a Zarepta. «Elia si distese (traduce la CEI, ma qui abbiamo lo stesso verbo, “alitò sopra”) tre volte sul bambino e invocò il Signore: Signore Dio mio, l’anima del fanciullo torni nel suo corpo». Nel libro di Ezechiele ritorna il nostro verbo nella scena di quel grande quadro delle ossa inaridite, quelle che sono il simbolo del popolo dell’alleanza oramai allo stremo. Questo popolo può risorgere solo se viene lo Spirito dai quattro venti a “soffiare” la vita su quei morti (cfr. Ez 37,9). Più tardi, nella letteratura post-profetica, si userà ancora una volta il verbo “alitare, insufflare”, per dire di nuovo la creazione dell’uomo, rinarrata nel libro della Sapienza (Sap 15,11); ancora, lì Dio è ritratto come colui che “insufflò uno spirito vitale” nell’uomo.
Emerge dall’uso veterotestamentarie del nostro verbo una costante che ora possiamo applicare al racconto di Giovanni. Questi «proclama simbolicamente che, proprio come nella prima creazione Dio alitò nell’uomo uno spirito vitale, così adesso, nel momento della nuova creazione, Gesù alita il suo proprio Spirito Santo nei discepoli, dando loro la vita eterna. Nel simbolismo battesimale secondario di Giovanni 3,5, ai lettori del Vangelo viene detto che da acqua e Spirito essi nascono come figli di Dio; la scena presente serve da battesimo per gli immediati discepoli di Gesù e da pegno di nascita divina per tutti i credenti del futuro, rappresentati dai discepoli. C’è poco da meravigliarsi che l’usanza di alitare sopra le persone da battezzare sia entrata nel rito del battesimo. Ora essi sono veramente fratelli di Gesù e possono chiamare suo Padre loro Padre (20,17). Il dono dello Spirito è l’acme finale delle relazioni personali fra Gesù e i suoi discepoli» (R. Brown).
Lo Spirito del Signore, che ha riempito l’universo (cfr. Sap 1,7) e ha dato la vita agli uomini, guidi ancora oggi la Chiesa e ogni credente, perché ci solleviamo dalla polvere da cui siamo stati presi e, come l’Agnello, anche noi possiamo, ritti in piedi, dare lode a Dio e per la Sua salvezza.

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