Il libro del Profeta Daniele tra Bibbia e arte: i tre giovani nella fornace. Un contributo di Micaela Soranzo

 

Nel Libro di Daniele è narrato l’episodio dei fanciulli ebrei Anania, Azaria e Misael che, accusati da alcuni Caldei  presso il re Nabucodonosor di non volersi prostrare ad adorare gli idoli, furono gettati nelle fiamme di una fornace ardente. Daniele racconta che i tre “passeggiavano in mezzo alle fiamme, lodavano Dio e benedicevano il Signore” (Dn.3,22) e che “l’angelo del Signore” intervenne in loro aiuto. (Dn.3,49-50).

Da questo racconto l’arte cristiana antica ha selezionato due raffigurazioni distinte: il rifiuto dei giovinetti all’imposizione del re (Dn.3,8-18) e  il momento del supplizio della fornace e la prima ad apparire nell’arte paleocristiana fu proprio l’immagine dei fanciulli nella fornace, a cui è legato il concetto di salvezza. Fin dalle testimonianze artistiche più antiche, della prima metà del III sec., lo schema iconografico si presenta stabile nei suoi elementi essenziali: i tre giovani in piedi, vestiti all’orientale, con le mani alzate nell’atteggiamento dell’orante, posti tra le fiamme che si levano da una fornace a forma di parallelepipedo.

Catacombe di S.Priscilla

A questo schema di base, già nel corso del III sec vennero apportate alcune varianti, tra cui l’eliminazione della fornace stessa, con le fiamme che si innalzano direttamente dal suolo o la presenza della colomba, col ramo d’olivo, simbolo di liberazione e di pace, che amplifica il valore salvifico della scena, come nelle catacombe di Priscilla, mentre in un affresco del Coemeterium maius del IV secolo, è la mano divina che si stende sui tre martiri.

Con il IV sec. l’episodio raggiunge il suo momento di massima diffusione, soprattutto nella plastica funeraria, e la rappresentazione della scena assume un carattere più narrativo arricchendosi di tre nuovi elementi. Il primo è costituito da un personaggio posto accanto alla fornace, con la tunica e il pallio, che con una mano regge un rotolo e con l’altra fa il gesto della adlocutio, interpretato come uno degli accusatori caldei. Il secondo raffigura un servitore, in tunica corta che, inginocchiato davanti all’apertura della fornace, attizza il fuoco (affresco della Via Latina). Il terzo riguarda la presenza di un personaggio all’interno della fornace a fianco dei fanciulli, letto come l’angelo inviato dal Signore. Secondo gli schemi dell’arte paleocristiana, l’angelo è vestito in tunica e pallio, senza ali e senza nimbo, come nell’arcosolio delle catacombe di Domitilla.

La scena ricorre soprattutto nella decorazione dei sarcofagi, su alcuni reliquiari, come quello argenteo di S.Nazaro Maggiore a Milano, e anche su alcuni oggetti liturgici, come la pisside eburnea dell’Ermitage.

Affresco di una chiesa Nubiana (X sec.) Museo di Khartoum.

Ma il tema si trova anche nel mosaico del monastero di Osios Loukas (XI sec.) Monastero di Osios Loukas (XI sec.) e nell’affresco di una chiesa nubiana di Faras, ora al Museo di Khartoum (X sec.).

Monastero di Osios Loukas (XI sec.)

 

Monastero di Osios Loukas (XI sec.)

Il tema del rifiuto, invece, appare solo alla fine del III sec. e lo schema iconografico si presenta subito molto elaborato: Nabucodonosor è seduto sulla sella curialis, con i piedi poggiati su un suppedaneo e con in capo il diadema, nell’atto di intimare l’adorazione; al suo fianco si trova l’idolo, che spesso riproduce la fisionomia del re, posto su una colonnina; poi ci sono i tre fanciulli che con ampi gesti manifestano il loro rifiuto ad adorare l’idolo. Nel corso del IV sec. si assiste all’inserimento nella scena di due ulteriori personaggi: un soldato, solitamente posto di spalle al re, e l’accusatore. Il tema ebbe quasi esclusiva diffusione sui coperchi dei sarcofagi, sempre in corrispondenza della scena della fornace; in alcuni monumenti le due immagini sono state fuse in un’unica composizione, come in un affresco dell’ipogeo di via Dino Compagni, ma scarse sono le testimonianze nella pittura cimiteriale (una nella catacomba di Domitilla e l’altra in quella dei S.S. Marco e Marcellino). Interessante è un’icona bizantina con  la presenza di tutti gli elementi: il re sul trono con un soldato alle sue spalle e la statua con l’idolo su una colonna, i caldei accusatori caduti a terra davanti alla fornace, e i fanciulli che danzano insieme all’angelo.

In età romanica sono stati dedicati a Daniele molti cicli figurativi: nel manoscritto di Saint-Sever, il commento di s.Girolamo al libro di Daniele è illustrato dettagliatamente, ma cicli notevoli sono anche quelli delle miniature della Bibbia di Roda e dei bassorilievi della facciata della chiesa di Ripoll. Nel trattare il tema dei tre giovani nella fornace, gli artisti romanici si sono ispirati all’arte delle catacombe, così in un capitello della cattedrale di Saint-Lazare a Autun si vede un angelo inviato da Dio che li protegge dal fuoco, mentre in una miniatura della Bibbia di S.Stefano Harding, è Cristo in persona che li prende sotto la sua protezione. Nella chiesa di Saint-Pierre a Moissac l’artista ha

Marco Rupnik, Chiesa di S.Pio, S.Giovanni Rotondo (2009)

istituito un rapporto simbolico fra i tre martiri e le persone della Trinità: sull’abaco del capitello alcuni angeli sorreggono dei medaglioni con una figura umana, un agnello e una colomba, immagini rispettivamente del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

La natura strettamente funeraria del tema ne ha probabilmente condizionato la diffusione e l’arte cristiana non si è poi molto interessata a questo racconto; tra le rare immagini vi è quella della condanna di Nabucodonosor  di Giandomenico Tiepolo nell’Oratorio della Puritá a Udine, mentre la più recente è il mosaico di Marco Rupnik nella cripta di S.Pio a S.Giovanni Rotondo, dove si vedono i tre giovani, sempre nell’atteggiamento dell’orante, entro la mandorla salvifica delle ali dell’angelo.

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