Da Pasqua a Pentecoste. I cinquanta giorni per accogliere la Parola di Dio, lavorare sul proprio carattere e ricevere il dono dello Spirito. Una introduzione alla festa di Shavuot nella tradizione giudaica e in quella cristiana (Giulio Michelini ofm)

Rembrandt, Mosè riceve la Legge (1659)

 

Il periodo di tempo che separa la Pasqua dalla Pentecoste nella tradizione giudaica era già inteso dall’antichità come una lunga preparazione, di cinquanta giorni o sette settimane, per poter commemorare il dono della Legge (come diremo meglio più avanti). In questo tempo si faceva il conteggio dei giorni dell’omer (una misura di grano di circa 2 litri), ovvero dell’offerta d’orzo che doveva essere ripetuta tutti i giorni fino a Pentecoste, ma in realtà ci si preparava a ricevere di nuovo le parole di Dio, date a Mosè sul Sinai, e poi date ad ogni credente che vuole ascoltarle e metterle in pratica.

Sarà nella mistica ebraica, nella lettura cabalistica, che il periodo tra Pasqua e Pentecoste diventerà un vero e proprio percorso di accrescimento spirituale e di liberazione, dove ognuno dei 49 giorni corrisponde a una caratteristica della personalità sulla quale lavorare e che può essere migliorata; l’ultimo giorno, il cinquantesimo, non si può fare più nulla, perché è Dio, con la sua grazia, che agisce e compie l’opera.

Sempre secondo una tradizione giudaica, siccome a Pentecoste – come vedremo – è stata donata la Legge, allora in questo cammino di 49 giorni, e precisamente ogni giorno, si deve rileggere e studiare la Torah, perché possa essere di nuovo accolta: essa, infatti, si può ricevere e imparare solo dopo aver acquisito 48 “qualità”, come è detto in un passo della più famosa raccolta di detti rabbinici, l’Etica dei Padri: «La Torah è ancora più grande del sacerdozio, e della regalità, perché la regalità si acquista con trenta prerogative, mentre il sacerdozio con ventiquattro doni [ci si riferisce a testi quali 1Sam 8,11ss. per la regalità, e Lv 21 e Nm 18 per il sacerdozio]. La Torah invece si riceve per mezzo di 48 qualità» (Pirkei Avot 6,6).

In questo breve saggio, tratto da un nostro volume pubblicato nel 2009, vediamo anzitutto il carattere giudaico di Pentecoste, e poi quello cristiano.

 

  1. Una festa ebraica: Shavuot

La parola Pentecoste è un prestito da un aggettivo greco che significa “cinquantesimo”, e si riferisce ai cinquanta giorni che devono passare dalla Pasqua, secondo quanto previsto da Lv 23,15-16. Il termine ricorre in due libri non canonici per l’ebraismo, Tobia 2,1 e nel Secondo libro dei Maccabei 12,32. Nel primo testo è trasmesso anche il nome ebraico della ricorrenza: «Per la nostra festa di Pentecoste, cioè la festa delle Settimane, avevo fatto preparare un buon pranzo e mi posi a tavola». Il riferimento alle “settimane”, in ebraico Shavuot, rimanda proprio alle sette settimane che corrispondono ai cinquanta giorni di cui si è detto.

Pentecoste/Shavuot è una delle tre feste di pellegrinaggio (Shalosh Regalim) previste nella Legge, secondo quanto scritto nel libro del Deuteronomio, al capitolo 16, dove è richiesto che ogni anno gli ebrei maschi, in rappresentanza di tutto Israele, salgano a Gerusalemme «per farsi vedere dal Signore» (Dt 16,16; CEI: «si presenterà»). Se le feste di pellegrinaggio di Pasqua e delle Capanne sono, rispettivamente, memoria della liberazione dall’Egitto e del tempo dagli Ebrei passato nella provvisorietà delle capanne, nel deserto, a cosa rimanda invece Pentecoste/Shavuot? Prima di rispondere, si deve notare che la sua collocazione, tra Pasqua e festa delle Capanne, è centrale, e nella logica religiosa ebraica ciò non è affatto casuale: «si tratta di una centralità senz’altro legata alla straordinarietà della rivelazione sinaitica che essa celebra» (J. Pacifici).

Anche per questa ragione Pentecoste, che deve aver avuto in primo luogo un significato legato ad un particolare tempo dell’anno e alle attività ad esso collegate, acquisisce in seguito il suo pieno significato religioso rispetto al dono della Legge data a Mosè. Allo stesso modo, Pasqua era anzitutto una festa che aveva a che fare con la nascita degli agnelli e con l’inizio della mietitura, e poi diventa, a causa di quanto accaduto in “quella” particolare Pasqua, la memoria della liberazione dall’Egitto. Pentecoste e Pasqua sono allora «riti nati nella preistoria, storicizzati solo in un secondo tempo per consentire la costruzione di una “storia della salvezza”» (J.A. Soggin).

 

1.1.  Una festa agricola

Nel libro di Rut, a partire dal secondo capitolo, si parla della mietitura del frumento e dell’orzo, a cui anche la moabita partecipa: il culmine di questo raccolto è proprio la festa di Pentecoste, che inizialmente è una festa agricola, chiamata Hag ha Katzir, “festa della mietitura”, secondo la definizione che appare nel più antico calendario cultuale, in Es 23,16. La mietitura culmina con l’offerta del grano da portare al Tempio, secondo quanto scritto in Lv 23,15-16: «Dal giorno dopo il sabato, cioè dal giorno in cui avrete portato il covone per il rito di elevazione, conterete sette settimane complete. Conterete cinquanta giorni fino all’indomani del settimo sabato e offrirete al Signore una nuova oblazione» (di frumento nuovo). Il gesto di offrire le primizie si spiega con la memoria della liberazione dalla schiavitù d’Egitto, perché «le offerte dovevano essere fatte a Yhwh, che aveva dato la terra al suo popolo» (Lohse), secondo quanto scritto nel libro del Deuteronomio: «Ti presenterai al sacerdote in carica in quei giorni e gli dirai: “Io dichiaro oggi al Signore, tuo Dio, che sono entrato nella terra che il Signore ha giurato ai nostri padri di dare a noi”. Il sacerdote prenderà la cesta dalle tue mani e la deporrà davanti all’altare del Signore, tuo Dio, e tu pronuncerai queste parole davanti al Signore, tuo Dio: “Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto…”» (Dt 26,3-5).

 

Anche se nel libro di Rut non è nominato espressamente quest’obbligo, vi è un collegamento con il testo dal Levitico, alla fine del secondo capitolo, quando leggiamo che la moabita si trova nelle terre di Booz «a spigolare, sino alla fine della mietitura dell’orzo e del frumento» (Rt 2,23). Tale espressione, confrontata con l’altro testo che parla di Pentecoste, Dt 16,9-12, ci porta a pensare che la spigolatura di Rut si sia conclusa in occasione di quella festa. Infatti è scritto così in quel brano: «Conterai sette settimane [dalla festa di Pasqua]. Quando si metterà la falce nella messe, comincerai a contare sette settimane e celebrerai la festa delle Settimane per il Signore, tuo Dio, offrendo secondo la tua generosità e nella misura in cui il Signore, tuo Dio, ti avrà benedetto. Gioirai davanti al Signore, tuo Dio, tu, tuo figlio e tua figlia, il tuo schiavo e la tua schiava, il levita che abiterà le tue città, il forestiero, l’orfano e la vedova che saranno in mezzo a te, nel luogo che il Signore, tuo Dio, avrà scelto per stabilirvi il suo nome. Ricordati che sei stato schiavo in Egitto: osserva e metti in pratica queste leggi». Per il lettore che osservava i precetti del Levitico e del Deuteronomio, e che leggeva Rut, «e che conosceva bene il tempo che richiedevano le diverse attività agricole, la questione era semplice: Rut ha spigolato per un tempo considerevole, per l’intero raccolto dell’orzo e del frumento» (F. Bush), ovvero fino a Pentecoste.

Oltre a questa spiegazione che, per prima, collega Rut a Pentecoste, possiamo tentarne una ulteriore, sempre centrata sull’idea di un “raccolto” dei frutti della terra. A Shavuot, Rut finalmente raccoglie non solo il frutto del suo umile lavoro (orzo e frumento), ma anche quello delle sue buone opere, e merita così di poter incontrare il suo futuro marito, Booz, dal quale discenderanno Davide e il Messia.

 

1.2.  Matan Torah: il dono della Legge

In qualche momento della storia d’Israele, la festa di Shavuot diventa meno importante per il suo carattere agricolo, e viene più strettamente connessa all’esodo dall’Egitto: il nome di Pentecoste ora esprime pienamente il suo legame con la Pasqua. Non è però confusa con questa festa, che celebra direttamente quel “passaggio”; è vista piuttosto come la memoria di ciò che accade dopo la liberazione dalla schiavitù, in un territorio liminale che è il deserto del Sinai. Secondo quanto scritto in Es 19, nel deserto ha luogo la stipulazione dell’alleanza tra Israele e Dio, con l’accoglienza da parte del popolo del dono della Torah. In un antico testo apocrifo ebraico (risalente almeno al II sec. a.C.), il Libro dei Giubilei, 6,21, si legge che «la festa delle primizie ha un duplice contenuto»: non solo quello agricolo, ma anche quello legato alla celebrazione dell’alleanza sinaitica. Anzi, «i Giubilei fanno risalire alla festa delle Settimane ogni stipulazione di alleanze nella Bibbia» (Soggin), dall’alleanza con Noè a quella di Abramo, ovvero le alleanze precedenti a quella del Sinai. Ecco che, finalmente, dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme, con un’allusione di Rav Jose b. Chalaphta (ca. 150 d.C.), prima, e le parole di Rav Elazar ben Pedat (ca. 270 d.C.), poi, è ormai chiaro che «la festa delle Settimane è il giorno nel quale venne data la Torah» (B. Men 65ab).

Come si è visto sopra, all’inizio di questo articolo, il periodo di tempo che separa la Pasqua dalla Pentecoste è nel rabbinismo come una lunga preparazione per poter commemorare la ricezione della Legge.

Il fatto che la tradizione ebraica leghi strettamente Shavuot al compimento dell’esodo, ovvero alla liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, è ricco di significati. Dice che la libertà non è fine a se stessa, o semplicemente “da” qualcuno, ma è per qualcosa, che nella sensibilità ebraica è la Legge, come bene commenta anche E. Gugenheim: «Dopo la liberazione materiale di Pesach [Pasqua], Pentecoste rappresenta il raggiungimento della libertà spirituale per mezzo del dono della Torà. La vera libertà infatti consiste nella volontaria sottomissione alla legge morale».

Dato che a Pentecoste Israele ricordava il dono della Legge ricevuta al Sinai, Rut la moabita viene interpretata nella letteratura giudaica rabbinica come la straniera che accetta volontariamente questo giogo. Per illustrare meglio l’idea, dobbiamo ricorrere ad un midrash: «Prima di dare la Legge ad Israele, Dio si rivolse ad ogni tribù e ad ogni nazione, e offrì loro la Torah, perché non potessero poi avere scuse e dire “Se il Signore, benedetto Egli sia, avesse voluto darci la Torah, noi l’avremmo accettata”. Così Dio andò dai figli di Esaù, e chiese loro: “Accettate la Torah?”, e questi gli risposero: “Cosa ci sta scritto?”. Egli rispose: “Non uccidere”. Allora dissero tutti: “Ci vuoi togliere la benedizione dalla quale siamo nati? Siccome Esaù è stato benedetto con le parole Vivrai della tua spada (Gen 27,40), non accettiamo la Torah”. Allora andò dai figli di Lot, e domandò loro: “Accettate la Torah?”, ed essi risposero: “Cosa ci sta scritto?”. “Non commetterai incesto”. Questi risposero: “Dall’incesto noi deriviamo; non vogliamo accettare la Torah”. Allora andò dai figli di Ismaele e disse loro: “Volete accettare la Torah?”, e questi gli domandarono: “Cosa ci sta scritto?”. Ed egli rispose: “Non rubare”. Ed essi dissero: […] “Non vogliamo accettare la Torah”. Allora Dio andò da tutte le altre nazioni, che allo stesso modo rigettarono la Torah, dicendo: “Non possiamo abbandonare le leggi dei nostri padri, e non vogliamo la tua Legge; dalla al tuo popolo, Israele”. Dopo di questo Egli venne da Israele, e disse loro: “Accettate la Torah?”. Ed essi risposero: “Cosa ci sta scritto?”. Egli rispose: “Seicentotredici precetti”. Allora essi dissero: “Tutto quello che il Signore ha detto, noi lo faremo, e ad esso obbediremo”» (SifDev 343).

In questo modo si può spiegare perché il libro di Rut era proclamato nelle sinagoghe (e lo è ancora) in occasione di Pentecoste/Shavuot. Mentre tutti i popoli della terra, proprio a Pentecoste, rifiutarono il giogo della Legge (e tra questi vi sono anche i moabiti), Rut è la rappresentante di una nuova risposta, di un riscatto, di una straniera che si sottopone alla Legge, perché ad essa, come dice il midrash, in pratica già obbedisce. Quando poi Rut dice a Noemi «il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio» (Rt 1,16), è come se pronunciasse, con tutto Israele sotto il Sinai, la formula dell’alleanza: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto» (Es 24,7).

In questo modo, Rut davvero dona tutta se stessa a Dio, come Israele al Sinai: «Venuta da una popolazione riprovata, i cui maschi sono per sempre interdetti, esclusi dal diritto di conversione all’ebraismo secondo i termini espliciti della Torah di Mosè, Rut è stata la prima ad aver compiuto il salto nella fede. Ella compie un’oblazione di tutto il suo essere, ed è ciò che ricordiamo il giorno del dono della Legge» (Vigéè). Di più: come commenta un rabbino nel Talmud, allo stesso modo in cui Israele aveva sofferto oppressione e sofferenza prima di ricevere la Legge, anche Rut ha sofferto prove e tribolazioni prima della sua conversione al giudaismo. All’offerta della sua vita, Dio risponde con l’offerta della sua Legge e dell’alleanza.

 

1.3.  La festa del re Davide, discendente di Rut

Secondo la genealogia che si viene a trovare alla fine del libro di Rut, la moabita è un’antenata del re Davide, ed è come l’anello di una catena, o se si preferisce, un ponte, che porta dalla storia triste del tempo dei giudici all’istituzione della monarchia.

L’importanza del legame familiare tra Rut e il re Davide emerge però anche nel Primo libro di Samuele. Lì si racconta che Davide, fuggendo da Saul che si era ingelosito delle lodi delle donne che cantavano «“Ha ucciso Saul i suoi mille e Davide i suoi diecimila”» (1Sam 21,12), si rifugia a Moab, insieme ai «suoi fratelli e tutta la casa di suo padre» (1Sam 22,1) cercando protezione tra coloro che, pur nemici acerrimi di Israele, evidentemente conservavano una speciale relazione con lui, discendente della moabita.

Ecco perché non ci stupisce il trovare un ulteriore accostamento tra il libro di Rut e la Pentecoste, dato proprio dal fatto che il re Davide, secondo un’antica tradizione ebraica, sarebbe nato proprio durante questa festa, e in questo stesso giorno avrebbe visto la morte, dopo quarant’anni di regno (cf. 1Re 2,11; Yalkut Shimoni 735). Riportiamo la leggenda, nella traduzione di M. Perani: «Un giorno Davide chiese a Dio di conoscere il giorno della sua morte. Il Signore non assecondò la sua richiesta, perché aveva stabilito che nessun uomo potesse sapere in anticipo il momento esatto della sua morte. Tuttavia disse al re che egli sarebbe morto all’età di settant’anni e in giorno di sabato. […] Davide, saputo che sarebbe morto di sabato, ma consapevole anche che l’angelo della morte non può strappare all’uomo la sua vita mentre questi studia la Torah ed osserva i comandamenti di Dio, da allora cominciò a passare l’intero tempo del sabato nello studio della Torah. L’angelo della morte dovette perciò ricorrere all’astuzia per poter strappare a Davide la sua vita. Un sabato, in cui cadeva anche la festa di Pentecoste, Davide era assorto nello studio, quando udì un rumore proveniente dal giardino. Il sovrano allora si alzò e discese le scale che conducevano dal palazzo al giardino, per vedere quale fosse la causa del rumore. Non fece in tempo ad appoggiare i suoi piedi sui gradini che essi subito si incastrarono e Davide morì. Era stato l’angelo della morte a causare quel rumore, per potersi impossessare della vita del re in un momento di interruzione del suo studio della Torah». Questo suggestivo racconto da una parte ci conferma l’importanza dello studio della Torah per l’ebraismo, e dice anche del singolare dono fatto a Dio al suo eletto, Davide, che può morire di sabato e di Pentecoste: è il giorno in cui Israele ricorda proprio il dono della Legge e l’impegno assunto nel conoscerla e nell’osservarla, come richiesto dal Signore in Dt 6,6-7: «Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore. Li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando ti troverai in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai».

1.4.  Il dono dello Spirito a Shavuot/Pentecoste

Rimane un ultimo aspetto da prendere in esame a proposito del rapporto tra Rut e la Pentecoste. Anche se i cristiani tendono ad associare la discesa dello Spirito Santo esclusivamente a questa festa, seguendo il racconto del libro degli Atti degli Apostoli, è vero che in occasione di ogni festa di pellegrinaggio, secondo la tradizione giudaica, è donato lo Spirito di Dio. A mo’ di esempio, si può riportare il bel commento midrashico al libro della Genesi, dove si legge una interessante elaborazione dell’episodio di Giacobbe al pozzo. Il patriarca, in cammino nelle regioni di oriente in cerca di una moglie, «vide nella campagna un pozzo e tre greggi di piccolo bestiame distese vicino, perché a quel pozzo si abbeveravano le greggi» (Gen 29,2). La caratteristica curiosa di quel pozzo era il fatto che «solo quando tutte le greggi si erano radunate là, i pastori facevano rotolare la pietra dalla bocca del pozzo e abbeveravano il bestiame» (Gen 29,3). Questo dettaglio ha scatenato l’esegesi ebraica, che ha visto nel pozzo la prefigurazione del Tempio di Gerusalemme, e nei tre greggi i simboli delle tre feste di pellegrinaggio durante le quali le tribù di Israele si radunavano nella città santa, oppure, secondo un’altra interpretazione, nell’acqua la Torah che esce da Sion e che dona la vita al popolo che ad essa si rivolge. Nel midrash, soprattutto, si dice che come le greggi si abbeveravano a quell’acqua viva, così i figli di Israele che si recavano a Gerusalemme per le tre feste di pellegrinaggio venivano riempiti di Spirito Santo (BerR su Gen 29,2-3). Un lettore che ha familiarità con il Nuovo Testamento, non può non ritrovare analogie con il racconto giovanneo dell’incontro di Gesù con la donna samaritana, narrato in Gv 4. È ancor più intrigante il fatto che, secondo alcuni, la “festa dei Giudei” per la quale Gesù salì a Gerusalemme «dopo questi fatti» (Gv 5,1: ovvero dopo l’incontro al pozzo di Giacobbe con la donna di Samaria e dopo il secondo segno di Cana), potrebbe essere proprio Shavuot/Pentecoste (M.L. Rigato).

Ma non solo lo Spirito è donato a coloro che si recano a Sion per le feste previste dalla Legge: esso scende anche su coloro che studiano la Torah, donata da Dio al Sinai. Nel commento midrashico a Rut, il dono dello Spirito è addirittura figurato attraverso fiamme che invadono la casa dove alcuni rabbini studiano la Torah. Vale la pena riportare il testo integralmente per cogliere le analogie con il racconto della Pentecoste del libro degli Atti: «Accadde un incidente – racconta Elisha – nel quale mi sono trovato coinvolto. Mio padre Avuyah era uno dei grandi della sua generazione. Quando venne il tempo della mia circoncisione, invitò tutti i notabili di Gerusalemme, e tra loro anche rabbi Eliezer e R. Yehoshua. Quando ebbero mangiato e bevuto, alcuni cominciarono a cantare, e allora R. Eliezer disse a R. Yehoshua: “Se questi si occupano delle loro cose [si sono messi a cantare], non potremmo noi occuparci delle nostre? [lo studio della Torah]”. Cominciarono così a discutere della Torah, e dalla Torah passarono ai Profeti, e da questi passarono agli Scritti. Queste parole li illuminavano come se fossero venute dal Sinai. E delle fiamme brillavano attorno a loro […] proprio come sta scritto, “il monte ardeva, con il fuoco che si innalzava fino alla sommità del cielo” (Dt 4,11). Mio padre Avuya allora esclamò: “Se questo è il grande potere della Torah, e se questo figlio vivrà, lo offrirò per lo studio della Torah” [e non per gli affari o il commercio]» (RutR 6,4).

L’atmosfera che si respirava in quella casa, mentre i rabbini studiavano la Torah, ci riporta, secondo lo stesso commento dell’autore del midrash, proprio al Sinai. Chi studia la Torah, è circonfuso della stessa gloria e della Presenza di Dio che scendeva sul monte. Questo suggestivo racconto ci richiama alla mente non solo la Pentecoste cristiana, ma anche un episodio del Nuovo Testamento, quello di Gesù coi discepoli di Emmaus. Gesù che si mette a fare un tratto di strada coi discepoli, riprende in mano le Scritture, «cominciando da Mosè [la Torah] e da tutti i Profeti» (Lc 24,27). I due di Emmaus, commentando tra loro l’accaduto, dicono che «ardeva il loro cuore» (Lc 24,32), mentre Gesù spiegava quelle parole di Dio che si riferivano al Messia.

Infine, l’episodio che abbiamo commentato ci richiama ovviamente la Pentecoste cristiana, di cui parleremo subito. Prima però possiamo aggiungere ancora qualcosa sulla presenza dello Spirito Santo nel libro di Rut e nella festa di Shavuot. In un bel commento spirituale del noto pastore americano Warren W. Wiersbe, leggiamo che la scena della moabita che si prepara per incontrare Booz, descritta in Rt 3,3 («Làvati, profumati, mettiti il mantello e scendi all’aia») sarebbe ricca di richiami simbolici proprio allo Spirito Santo: «Ora Rut si prepara ungendosi. Gli orientali usavano l’olio profumato per proteggere e guarire il corpo, e per rendersi attraenti. […] L’olio dell’unzione dice della presenza e dell’azione dello Spirito Santo nella nostra vita. Tutti i credenti hanno ricevuto l’unzione dello Spirito (1Gv 2,20; 27), e dovrebbero essere il “profumo di Cristo” per il Padre celeste (2Cor 2,15)» (Wiersbe). Un ulteriore dettaglio che ci permette di passare, finalmente, ad evidenziare alcuni aspetti della festa di Pentecoste come letta e interpretata dai cristiani, nel Nuovo Testamento.

 

  1. Una festa cristiana

La Pentecoste, narrata da Luca nel libro degli Atti, racconta di un avvenimento con caratteristiche proprie rispetto alla celebrazione ebraica di Shavuot, ma anche se «nel racconto lucano di Pentecoste non c’è alcun riferimento diretto al patto sinaitico, allusioni indirette fanno capire che Luca era consapevole dell’associazione della Pentecoste con il rinnovamento di quel patto» (J.A. Fitzmyer). Molte parole usate dall’evangelista sono riprese dal racconto del dono della Legge al Sinai, e così la descrizione dell’evento, con i suoi suoni e le sue luci di fuoco.

La descrizione di Es 19,18 secondo cui «il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco, e ne saliva il fumo come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto», fornisce lo sfondo non solo per spiegare le «lingue di fuoco», ma anche il «fragore» che riempie la sala sul monte Sion a Gerusalemme.

 

2.1.  Una festa per tutti i popoli e tutte le lingue

Luca scrive che a Gerusalemme non vi erano solo Giudei, ma anche stranieri da tutte le nazioni sotto il cielo, comunque pur sempre circoncisi. C.M. Martini commenta così l’espressione lucana «Giudei osservanti» di At 2,5: «è una qualifica che si riferisce al timore di Dio e alla cura delle osservanze della Legge e che non si può applicare che a Giudei (cf. Lc 2,25; At 8,2; 22,12). Gli stessi uomini sono chiamati al v. 11 “Giudei e proseliti”; in tutti e due i casi si tratta di circoncisi. Luca esclude dunque la presenza di pagani al discorso di Pietro». La logica conseguenza è che la Pentecoste lucana è un fenomeno ecclesiale che ha come sbocco l’annuncio cristiano agli ebrei: nella scena «Luca presenta solo giudei, cioè membri del popolo d’Israele (e non pagani): nella prima parte del libro [degli Atti] il vangelo è annunciato solo ad essi» (Rossé); questi ebrei di tutte le nazioni sono però simbolo di tutti i popoli a cui poi si rivolgerà l’annuncio che Gesù è il Messia.

L’affermazione lucana si potrebbe spiegare ricorrendo alla tradizione giudaica che interpretava l’evento del Sinai come destinato a tutti i popoli della Terra. Sotto quel monte, infatti, secondo il Talmud, non vi era solo l’assemblea di Israele, ma tutti i popoli, come scritto in questo testo talmudico: «R. Johanan disse: “che cosa significa il versetto Il Signore dà la parola: quelli che danno la notizia sono una grande schiera” [Sal 68,12]? Ogni singola parola che esce dall’Onnipotente si divideva in settanta lingue. La scuola di R. Ishmael insegnava: “Come un martello che spacca la roccia in pezzi [cf. Ger 23,19], come un martello si divide in tante scintille, così ogni singola parola uscita dal Santo, benedetto Egli sia, si divideva in settanta lingue”» (B. Shab 85b). Queste settanta lingue, secondo la tradizione giudaica, erano le lingue parlate dai settanta popoli del mondo, come scritto in un altro testo talmudico, dove si discute su quali caratteristiche debbano avere i membri del Sinedrio, e si dice che devono essere sapienti, di bell’aspetto, di età matura, con diverse conoscenze, e capaci «di conversare in tutte le settanta lingue dell’umanità» (B. San 17b; Settanta è appunto il numero delle lingue della terra secondo altri testi rabbinici, quali PRE 24, Tg. Ps.-J. Gen 11,8, e in Rashi su Dt 1,5), in modo che nessun interprete debba essere richiesto dalla corte, intendendo così che tutte le lingue dovevano essere conosciute nel Sinedrio. Secondo Rashi, che commenta Dt 1,5, il versetto in cui si dice che «Mosè cominciò a spiegare questa legge:…», Mosè la spiegò in settanta lingue: ovvero la spiegò a tutti i popoli della terra, oppure, come altri intendono, dando ad essa settanta interpretazioni diverse. Luca era probabilmente a conoscenza di queste antiche tradizioni: forse poteva sapere che nel libro della Genesi le nazioni pagane sono appunto settanta. E sono appunto settanta (e non settantadue) i discepoli che Gesù invia in missione (cf. Lc 10,1, secondo numerosi testimoni antichi, quali ad es. il cod. Sinaitico).

La Pentecoste raccontata da Luca nel libro degli Atti degli Apostoli è la memoria del dono dello Spirito alla Chiesa, ma è anche profezia dell’apertura universale dell’ebraismo e del cristianesimo, apertura che si mostra nella capacità di parlare le lingue degli altri: la Legge, con la comunità messianica di Gesù, potrà presto, ma non prima della Pentecoste dei pagani (At 10,44), giungere davvero a tutti. Entriamo qui in una questione alquanto delicata. Non dobbiamo infatti mai negare che, secondo quanto è scritto nella Bibbia stessa, «in origine la Bibbia è stata affidata al popolo ebraico (Dt 33,3s; Sal 147,19s). È un libro/testimonianza della sua elezione, dell’alleanza stipulata con Dio, del cammino di salvezza concretizzato in norme che si devono praticare. Perciò le leggi della Bibbia riguardano direttamente il popolo ebraico, non i gentili, eccetto alcune norme universali che Dio vuole siano osservate da tutta l’umanità» (A. Carmona Rodríguez). Sia detto con chiarezza: la Legge nella sua completezza è stata data solo ad Israele, come si legge in un Salmo: «[Dio] annuncia le sue parole a Giacobbe, i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele. Non fa così con nessuna delle genti: i suoi giudizi esse non li conoscono» (Sal 147,20), e pertanto «i gentili, i non appartenenti al popolo ebraico, non sono tenuti a osservare la legislazione contenuta nella Bibbia, eccetto quella parte denominata “legge di Noè”. E tuttavia la Bibbia è attualmente accettata da gran parte dell’umanità, e costituisce la pietra angolare della civiltà occidentale» (A. Carmona Rodríguez).

 

2.2.  «Da Sion uscirà la Torah» (Is. 2,3): Rut non esce da Moab

Questo è stato possibile grazie anche al cristianesimo. Diversamente da Rut, che uscendo da Moab, è entrata nell’alleanza e ha scelto di assoggettarsi alla Legge, è stato il Vangelo, portato dai cristiani, ad uscire da Gerusalemme, già con la Pentecoste cristiana, e questo ha permesso che la Legge fosse conosciuta anche dai pagani. Un testo, ancorché isolato, di uno dei più grandi pensatori ebrei, Mosè Maimonide, è chiaro a questo riguardo, quando riconosce al cristianesimo (e all’Islam) un certo valore provvidenziale per la diffusione del monoteismo e della Torah: «Tutto ciò che riguarda Gesù di Nazaret e l’Ismaelita [Maometto] venuto dopo di lui non è servito che a liberare la via del Re Messia e a preparare tutto il mondo all’adorazione di Dio nella comunione dei cuori, come è scritto: Allora Io darò ai popoli un labbro puro, perché invochino tutti il Nome del Signore e lo servano tutti sotto lo stesso giogo (Sof 3,9). Così la speranza messianica, la Torah e i precetti sono divenuti patrimonio religioso comune fra gli abitanti delle isole lontane e tra i numerosi popoli incirconcisi di cuore e di carne» (Hilkhot Melahkim XI,4).

Poiché secondo alcune tradizioni rabbiniche, la Legge era stata offerta a tutti i popoli al Sinai, ma essi l’hanno rifiutata, ora, con Shavuot/Pentecoste, a tutti i popoli del mondo è data una nuova opportunità. La grande visione di Isaia 2,2-3, dove il profeta descriveva come «alla fine dei giorni, al monte del tempio del Signore… affluiranno tutte le genti», e come tutti i pagani sarebbero saliti a Gerusalemme (e con essi la moabita!), diceva anche che «da Sion uscirà la Legge e da Gerusalemme la parola del Signore». Nell’interpretazione patristica (Girolamo e altri), Rut è figura della Chiesa che proviene dai Gentili; con la Pentecoste cristiana, Rut non esce più da Moab per andare a Betlemme, è la Chiesa che va incontro a lei.

Ora, le parole di Isaia hanno un nuovo significato: il monte Sinai è diventato il Sion, il luogo di Gerusalemme dove, tradizionalmente, la comunità cristiana ha proprio localizzato la nascita della Chiesa e l’episodio della Pentecoste secondo il racconto di Atti degli Apostoli (tradizione già in Cirillo di Gerusalemme, prima del 348 d.C.: cf. J. Murphy-O’Connor).

 

2.3.  La festa del vino nuovo

Un dettaglio interessante della descrizione che Luca fa del dono dello Spirito alla Chiesa, nel giorno di Shavuot/Pentecoste, riguarda la presunta ubriacatura dei discepoli. «Si sono ubriacati di vino dolce» (At 2,13), dicevano alcuni per deriderli. Mentre si può facilmente liquidare questa frase spiegando che «l’accusa di ubriachezza, ricordata da Luca, riflette senz’altro l’esperienza che spesso le comunità cristiane avevano fatto con non credenti i quali giudicavano male le manifestazioni carismatiche» (Rossé), altri la spiegano a partire dalle antiche tradizioni giudaiche che sono state tramandate coi rotoli del Mar Morto. Nel cosiddetto Rotolo del Tempio è scritto che alcuni ebrei celebravano la Pentecoste in tre momenti; uno di questi era la festa del vino nuovo. Come si doveva offrire la primizia del raccolto, così vi era una Pentecoste del vino nuovo, che si celebrava però cinquanta giorni dopo la prima Pentecoste. Siccome «la menzione del “vino nuovo dolce” è sempre stata un enigma, considerato che il grano nuovo e il vino nuovo non coincidevano nel tempo [,] il Rotolo del Tempio mostra come anche il “vino nuovo” potesse essere associato alla Pentecoste. È possibile che Luca fosse al corrente di molteplici Pentecosti tra i Giudei del suo tempo e abbia fatto allusione alla Pentecoste del Vino Nuovo anche se, propriamente parlando, stava facendo riferimento alla Pentecoste del Grano Nuovo» (J.A. Fitzmyer).

Ma che senso avrebbe avuto per Luca il porre un collegamento tra la Pentecoste cristiana e il vino nuovo? Ancora una volta, il ricorso alle fonti giudaiche potrebbe essere illuminante. Nella tradizione ebraica, testimoniata questa volta dalle versioni in aramaico della Bibbia, i targumim, il vino è simbolo della Torah del Sinai, come si legge in diversi passi, come ad esempio nel Cantico dei Cantici 8,1. Così il testo ebraico: «Come vorrei che tu fossi mio fratello, allattato al seno di mia madre!», e questa la traduzione/interpretazione in aramaico, che vede, nell’amato, il Messia: «In quel tempo, il Re Messia si manifesterà all’Assemblea di Israele, e i figli d’Israele gli diranno: “Vieni e sii con noi come nostro fratello!”. Saliamo a Gerusalemme, e succhiamo con te le parole della Legge come un lattante succhia al petto di sua madre». Le parole del Cantico sono interpretate qui in chiave messianica: le frasi d’amore tra l’amata e l’amato sono lette come le formule che celebrano l’alleanza sponsale tra Israele e il suo Dio; lo sguardo, dal passato (l’alleanza del Sinai), si apre ora al futuro, alla venuta del Messia, e passa per il presente, che è in Sion-Gerusalemme. È in questa città santa che si celebra ora l’epilogo della storia salvifica. A Gerusalemme, come prima al Sinai, si può ancora ascoltare la Torah, anzi nutrirsi di essa, come un lattante al seno della madre. Continua in questo modo il cap. ottavo del Cantico, in ebraico: «Ti farei bere vino aromatico e succo del mio melograno» (Ct 8,2), e questa la traduzione del targum: «Berremo il vino vecchio tenuto in serbo nei suoi grappoli fin dal giorno in cui fu creato il mondo; e berremo del frutto delle melegrane che sono state preparate per i giusti nel giardino dell’Eden» (Trad. A. Serra). L’immaginazione del traduttore qui è ancora più vivace: Gerusalemme, col suo Tempio, diventano un secondo Eden, e il vino che sarà bevuto quando verrà il Messia è quello tenuto in serbo al Sinai, perché il monte Sinai è, in alcuni testi giudaici antichi, “la cantina della Torah”, dove è conservata la Legge, che nella tradizione giudaica è sovente paragonata al vino (A. Serra).

In una festa di Pentecoste/Shavuot, la comunità messianica di Gerusalemme, ha sperimentato che Gesù è il Messia, la Torah vivente, la Parola di Dio, venuto a vivere e a spiegare la Parola di Dio: ora, il suo Spirito – donato ad ogni festa di pellegrinaggio – dona ai discepoli di capire quanto è accaduto: «questi uomini non sono ubriachi» (At 2,15), ma inebriati delle parole di Dio a cui hanno potuto accedere tramite Gesù. Se i discepoli di Emmaus avevano il cuore che bruciava loro nel petto, la Chiesa di Pentecoste, ora sul monte Sion, ha finalmente accesso alla cantina del Sinai.

 

 

Giulio Michelini ofm

Tratto e rielaborato da G. Michelini, «Tra Israele e i pagani, tra il Sinai e il Sion», in G. Michelini – G. Gillini – M. Zattoni, Rut. La straniera coraggiosa, San Paolo 2009, 76-97.

Formato pdf: Giulio Michelini – Da Pasqua a Pentecoste

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