Commento al vangelo della XIII domenica del Tempo Ordinario, a cura di Giulio Michelini

Volto di Cristo, Hagia Sophia

– Mt 10,37-42.

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.

 

Il discepolo e gli affetti

Prosegue la lettura del discorso missionario di Gesù che prende il decimo capitolo del Vangelo di Matteo. La proclamazione liturgica omette tre versetti (Mt 10,34-36) che però sarebbero stati utili per inquadrare anche l’argomento di oggi: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa».

Da una situazione che è quella della missione e delle persecuzioni ad essa connesse, si è passati ad un registro diverso, quello familiare. Il campo semantico delle parole che incontriamo nella nostra pericope è infatti quello delle relazioni parentali, della casa, addirittura quello del bicchiere d’acqua che immaginiamo venga preso alla fonte o versato da una brocca, magari in una cucina… Dietro il lessico del quotidiano vi è però nascosto un altro tema: quello della sofferenza degli affetti. Questi sempre portano con sé una dose di prove e di tensioni (basti ricordare l’ammonimento dal libro dei Proverbi 10,1: «Il figlio saggio rende lieto il padre; il figlio stolto contrista la madre»), ma qui si sta dicendo un’altra cosa, e cioè che gli affetti devono essere ordinati, anche gerarchicamente. Nella logica del Regno infatti «si dà un superamento dei legami familiari nell’amore per il Messia. Il verbo usato per amare (il padre o la madre, il figlio o la figlia) è quello che designa l’amore naturale (philéo), non quello teologale (agapáo). L’amore paterno, fraterno, filiale, dev’essere trasceso dalla dilezione divina che si è manifestata nel Messia» (A. Mello).

Questo ovviamente non significa alcuna mancanza di rispetto per i genitori, che hanno dato la vita ai figli, anzi. Il detto di Gesù del v. 37, «Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me», non può essere messo in opposizione con quanto ancora Gesù dice spiegando i comandamenti, in Mt 15,4: «Dio ha detto Onora il padre e la madre, e inoltre Chi maledice il padre e la madre sia messo a morte». Quelle che contano, sono le priorità: il verbo ebraico che dice “onorare” (kabed) porta in sé una radice che è quella del “peso”, della “pesantezza”, come a dire che la storia personale, quella del proprio passato, della famiglia di origine, dei propri genitori, tutto questo ha un forte peso nella vita dei figli, e tutto ciò lascerà sempre un segno. Il nostro verbo dice anche che ai genitori vanno date le cose che a loro spettano, e che solo i figli possono dare: quelle materiali (nella tradizione giudaica del Talmud ci si domanda cosa significhi l’onorare di Deuteronomio 5,16: «Provvedere cibo e dare da bere ai propri genitori, procurare loro i vestiti, portarli fuori e riportarli dentro», B.Qid. 31b), ma soprattutto quelle spirituali: l’amore, l’aiuto, la propria presenza nei momenti della solitudine. Tutto questo però richiede di essere pesato, perché venga dato il giusto peso, non di più, e non di meno: anche i doveri verso i propri genitori devono essere rapportati alle esigenze del Regno.

Il Vangelo continua su quello che il discepolo è chiamato a fare per seguire Gesù; dopo aver ordinatamente pesato gli affetti, deve ora prendere la propria croce. Alcuni studiosi ritengono che abbiamo qui un anacronismo (l’annuncio della passione si trova solo Mt 16,21) che si spiega facilmente: Gesù ha certamente parlato durante il suo ministero della propria morte, ma non nei dettagli che qui emergerebbero, e che invece sono chiariti solo dopo la Pasqua (quando il Vangelo viene scritto – molto tempo dopo che gli avvenimenti lì narrati, compresa la morte di croce – sono accaduti). Ma il senso è chiaro: prendere la propria croce significa accettare che come Gesù ha sofferto per il Regno, così il discepolo sia chiamato a ripercorrere le sue orme.

Segue il detto del v. 39 («Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà»), che è il più citato di tutte le parole di Gesù (compare 6 volte nei vangeli): «senza dubbio è quello che caratterizza meglio il suo insegnamento (cfr. 16,25). La vita non è un tesoro da rapire o da custodire gelosamente: essendo un dono, non si può ottenere che donandola» (Mello). È forse interessante notare che in greco la parola psyche significhi “vita” ma anche “anima”: perdere la vita per il Regno non è forse da tutti, ma il senso, l’anima della propria esistenza è senz’altro costituito, dice Gesù, dalla relazione che si ha con Lui.

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