• 13 Aprile 2021 7:57

La parte buona

QUELLA CHE ASCOLTA E METTE IN PRATICA LA PAROLA DI DIO

La trasfigurazione di Gesù (Mc 9,2-10) – Commento al vangelo della II domenica di Quaresima, a cura di G. Michelini

Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

 

Come commento alla pagina della Trasfigurazione riportiamo di seguito un breve estratto dal volume di G. Michelini, Tabor. Il mistero della Trasfigurazione, ETS, Milano 2020. (A fondo pagina, la registrazione della puntata della stagione passata dei commenti da TV2000, “Sulla strada”).

 

L’interpretazione tradizionale che vede in Mosè e in Elia la Legge e i Profeti (l’insieme dei due primi blocchi della Bibbia ebraica) è nota, e ha un suo valore[1], perché esprime la novità della prospettiva cristiana nel leggere la Bibbia. Come recita la Colletta della Messa per la Festa della Trasfigurazione, Dio avrebbe in questo modo, attraverso Mosè ed Elia, confermato «i misteri della fede con la testimonianza della legge e dei profeti».

Un’autorevolissima convalida di tale interpretazione viene da Carlo Maria Martini: «L’apparizione di due personaggi, come Mosè ed Elia, completamente fuori del contesto storico, è propria soltanto di questo racconto evangelico; quasi ad insegnarci che siamo davvero in un’anticipazione dell’éscaton, della fine, quando tutti i tempi si riuniranno. Mosè ed Elia, cioè la Toràh e i profeti, tutta la tradizione del dono di Dio e dell’accompagnamento che Dio ha fatto del suo popolo. La Toràh e i profeti saranno evocati due volte nel capitolo 24 di Luca: Gesù spiega ai due di Emmaus ciò che in tutte le Scritture si riferiva a lui, cominciando da Mosè e dai profeti; agli apostoli apre la mente all’intelligenza delle Scritture per comprendere le cose scritte su di lui nella Legge di Mosè, nei profeti e nei Salmi (cf. Lc 24,27.44-45). In maniera iconica, nel nostro brano si parla di Gesù come adempimento della legge (Mosè) e dei profeti (Elia): legge e profeti portano alla centralità di Gesù, alla rivelazione del Figlio. Chi ha interiorizzato Mosè e i profeti, vede la luce del Figlio»[2].

Sul monte Tabor, in altre parole, vi sarebbero l’Antico e il Nuovo Testamento. […] Se tutto quanto detto sopra è efficacemente rappresentato e contenuto nella scena del Tabor, l’interpretazione antica che concentra in Mosè la Legge e in Elia i profeti è però debole, perché se la profezia doveva essere rappresentata da qualcuno, forse ad apparire sul Monte doveva essere uno dei profeti scrittori, magari Isaia, o Geremia.

Forse il ruolo di Mosè ed Elia, più che per quello che rappresenterebbero, dovrebbe essere considerato anche a partire dalle storie biografiche che li riguardano, ed è per questo che riprendiamo ora quegli elementi che abbiamo appositamente tralasciato (la crisi del vitello d’oro per Mosè e quella dei profeti di Baal per Elia), e altri dettagli ancora che ne caratterizzano le biografie, ovvero l’assunzione di Mosè e quella di Elia.

 

L’ascensione di Elia, quella di Mosè e l’esodo del Messia

Se ripartiamo dal racconto della Trasfigurazione nella versione di Luca, abbiamo un elemento in più a disposizione. Lì si legge che «due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme» (Lc 9,30-31). Luca, dunque, parla prima di due uomini, e poi, con la funzione dell’“angelo interprete” (simile agli angeli presenti nei racconti della risurrezione di Gesù) ne svela l’identità. Rispetto alla fonte che poteva consultare, il vangelo di Marco, Luca cambia poi l’ordine dei nomi, rispettando la cronologia biblica. Nonostante questi indizi, non viene data esplicitamente alcuna ragione della loro apparizione.

Luca riferisce però di un dialogo tra i due profeti e Gesù. Di cosa avranno parlato in questa conversazione, e cosa implica il termine “esodo”? A riguardo, «le interpretazioni differiscono: per alcuni il termine alluderebbe solo alla morte (cf. Sap 3,2; 7,6; 2Pt 1,15), per altri anche alla risurrezione, per altri ancora a tutto il plesso della morte, risurrezione, ascensione verso il Padre. Quest’ultima lettura sembra dare meglio ragione del racconto di Luca, visto l’uso di eísodos in At 13,24 per indicare l’ingresso di Gesù nell’esperienza umana. L’utilizzo di un termine così connotato permette di interpretare gli eventi della vita di Gesù alla luce della vicenda del popolo di Israele»[3].

Ecco allora che il riferimento all’esodo (qualunque cosa implichi), è importante, perché in questo modo l’evangelista tiene insieme la gloria che pervade tutta la scena e l’abbassamento del Messia, che non si possono separare: a quello che si vede sul Tabor, la gloria, seguirà da lì a poco l’esodo, cioè la morte del Messia, e solo successivamente, la definitiva glorificazione. Così la visione sul Tabor è provvisoria, e a un certo punto finisce: per Gesù non c’è glorificazione senza abbassamento, che è poi un altro modo per dire il principio di incarnazione.

Oltre al riferimento all’esodo, però, non abbiamo altre indicazioni sul contenuto di quanto Mosè, Elia e Gesù discutevano tra loro. Però un autore bizantino, Teofilatto, ha così immaginato il dialogo tra i tre uomini sul monte: «Mosè forse avrà detto: “Tu sei quello di cui ho prefigurato la passione attraverso l’agnello immolato a Pasqua”. Ed Elia forse avrà detto: “E io ho profetizzato la tua risurrezione riportando alla vita il figlio della vedova”»[4]. Questa suggestiva interpretazione autorizza anche noi a immaginare ciò di cui potrebbero aver discusso Gesù e i due profeti, e ci serviamo di quanto ha scritto nel 2000 John Paul Heil, che ha dedicato un’importante monografia alla Trasfigurazione[5].

Secondo Heil, la chiave per comprendere l’apparizione di Mosè ed Elia è il modo in cui i due profeti hanno raggiunto la gloria celeste, modo che è decisamente in contrasto con la glorificazione di Gesù. Certamente tutti e tre, Mosè, Elia e Gesù, hanno provato l’opposizione, il rifiuto, la sofferenza a causa del loro popolo. Ma se Elia è stato rigettato come profeta, non è stato messo a morte, e, anzi, è sfuggito ad essa per mezzo del carro di fuoco (cf. 2Re 2,11). Nemmeno Mosè è stato messo a morte da coloro che gli si opponevano, e anzi è morto in pace, all’età di centoventi anni, e come suggestivamente commenta la tradizione giudaica, il suo respiro è stato preso con un bacio da Dio. Addirittura, sempre secondo la tradizione giudaica, Dio stesso lo avrebbe seppellito sul Nebo[6]. Soprattutto, però, secondo altre tradizioni, come quelle documentate da Filone, nei midrashim e nel testo apocrifo dell’Assunzione di Mosè (o Testamento di Mosè), anche Mosè sarebbe stato assunto in cielo, come Elia[7].

Diversamente da Mosè ed Elia, Gesù invece arriverà alla gloria del cielo attraverso la morte: «Il lettore del vangelo sa che Gesù, a differenza di Mosè ed Elia, raggiungerà la gloria celeste solo dopo essere stato ingiustamente messo a morte dal suo popolo e sollevato da morte dal suo Padre celeste»[8].

 

La prova di Gesù come quella di Mosè ed Elia

A questa interpretazione se ne può aggiungere anche un’altra, che proviene da un breve ma intenso studio del gesuita Maurice Gilbert del Pontificio Istituto Biblico, che con un articolo del 2009 si chiedeva anch’egli la ragione della presenza di Mosè ed Elia sul Tabor[9], concludendo che questi si trovano con Gesù per portargli la consolazione di cui ha bisogno. Per spiegare questo ragionamento dobbiamo riprendere le fila di quanto detto finora.

Se nel rileggere le storie di Mosè ed Elia abbiamo messo in rilievo alcuni aspetti delle loro biografie, non abbiamo ancora sottolineato a sufficienza il rapporto problematico che essi hanno avuto con il popolo che guidavano e rappresentavano, e che li avvicina in modo speciale a Gesù, salito sul Tabor «sei giorni dopo». Infatti, come Gilbert ricorda, anche Mosè ed Elia avevano vissuto eventi paragonabili a quelli scatenati dalla reazione di Pietro all’annuncio della passione (cf. Mc 8,31-38; Mt 16,21-23). L’analogia è data dal fatto che al modo in cui Gesù interpreta il rifiuto di Pietro (una nuova tentazione, analoga a quelle all’inizio del suo ministero), così Mosè aveva vissuto l’esperienza deludente del vitello d’oro (Es 32) ed Elia quella della fuga verso l’Oreb dopo aver constatato l’insuccesso della sua opera, davanti al popolo che assecondava i profeti di Baal (1Re 18,10-40). Questi due fatti ebbero luogo su un monte, dopo un fallimento del popolo di Israele che aveva, nel primo caso, costruito un idolo e, nel secondo, sostenuto i sacerdoti di Baal contro cui Elia doveva lottare. Non solo: il vitello d’oro era stato costruito con la complicità di Aronne, il fratello con il quale Mosè dovrà riconciliarsi e per il quale dovrà pregare (come diremo meglio più sotto).

Mosè ed Elia, dunque, soccorrono Gesù e gli danno coraggio e conforto per le prove che ha già sostenuto, e quelle che deve ancora vivere: loro sanno bene cosa comporti il rifiuto che Gesù sta ormai sperimentando, perché l’hanno sperimentato in prima persona.

 

La consolazione del Padre

Ed ecco che ora [elaborare qualcosa di] quei sentimenti che Gesù deve aver portato con sé salendo «sei giorni dopo» sul Monte, guidato dallo Spirito, insieme ai suoi discepoli. Dall’interpretazione di Maurice Gilbert si coglie che Mosè ed Elia non hanno solo un ruolo “teologico” (rappresenterebbero la Legge e i Profeti), ma sono molto di più. Le loro biografie li mettono in grado di svolgere, in qualche modo, la stessa funzione di quell’angelo (di cui diremo meglio più avanti) che, nel Getsemani, secondo Luca, dà forza a Gesù nella lotta (cf. Lc 22,43-44).

Mosè ed Elia hanno vissuto tutti e due varie prove, e addirittura sono giunti al punto di chiedere a Dio di poter morire: Mosè, quando, subito dopo il vitello d’oro, si rivolge al Signore implorando il perdono per il suo popolo: «… Altrimenti, cancellami dal tuo libro che hai scritto!» (Es 32,32); ed Elia quando riconosce di non essere migliore del suo popolo: «Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei mie padri» (1Re 19,4). Ancora, tutti e due hanno sperimentato grosse delusioni, in virtù delle quali a tutti e due è concessa la visione di Dio (cf. Es 33,21-22; 1Re 19,13).

Scrive Gilbert: «In Gesù Mosè ed Elia si incontrano, vedono Gesù nella gloria, e gli portano il loro conforto. Al termine, il Padre conferma ai tre discepoli, Pietro incluso, la strada che Gesù dovrà intraprendere»[10]. La presenza di Mosè ed Elia perciò non è tanto o solo per i discepoli, ma è la consolazione di quel Figlio che sta per andare a Gerusalemme. Gesù deve essere consolato e rafforzato circa il suo esodo e, aggiungiamo noi, anche per le altre prove che ha vissuto e vivrà ancora.

Tra le prove che Gesù ha già vissuto vi sono quelle che vengono dai fratelli, dalle incomprensioni, e, soprattutto, quelle riguardanti l’annuncio del Regno di Dio.

[1] Ed è ancora sostenuta da esegeti come Francois Bovon; cf. F. Bovon, Luke 1. A Commentary on the Gospel of Luke 1:1-9-50, cit., 375.

[2] C.M. Martini, «Lasciarsi trasfigurare dalla ferita del Crocifisso risorto», cit., 26-27.

[3] M. Crimella, Luca. Introduzione, traduzione e commento, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2015, 183.

[4] Teofilatto, Enarratio in Evangelium Matthaei, PG 123, 328c; citato da F. Bovon, Luke 1. A Commentary on the Gospel of Luke 1:1-9-50, cit., 381.

[5] J.P. Heil, The Transfiguration of Jesus. Narrative Meaning and Function of Mark 9:2-8, Matthew 17:1-8, and Luke 9:28-36, cit.

[6] Cf. Dt 34,6, dove è assente il soggetto della frase, che quindi dai rabbini è individuato con Dio stesso: «Fu sepolto [da Dio] nella valle, nella terra di Moab, di fronte a Bet-Peor. Nessuno fino ad oggi ha saputo dove sia la sua tomba».

[7] Sul tema si veda ora A. Puig i Tàrrech, «The Glory of the Mountain», cit., 158-159.

[8] J.P. Heil, The Transfiguration of Jesus. Narrative Meaning and Function of Mark 9:2-8, Matthew 17:1-8, and Luke 9:28-36, cit., 113.

[9] M. Gilbert, «Why Moses and Elijah at the Transfiguration?», Rivista Biblica Italiana 57 (2009) 217-222.

[10] M. Gilbert, «Why Moses and Elijah at the Transfiguration?», cit., 222.