• 20 Giugno 2021 0:11

La parte buona

QUELLA CHE ASCOLTA E METTE IN PRATICA LA PAROLA DI DIO

Commento al Vangelo della V domenica di Pasqua (Gv 15,1-8; rito ambrosiano Gv 17,1-11), di Giulio Michelini

1 «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. 2Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. 4Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. 5Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. 8In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

 

Il più bel frutto della vigna

Mentre con la prima lettura prosegue la presentazione degli snodi salienti del libro degli Atti (e in questa domenica il passaggio è l’accoglienza di Saulo subito dopo la sua vocazione, grazie all’amicizia di Barnaba), e nella seconda troviamo un’esortazione alla concretezza dell’amore e ad aver fede nel Signore, il vangelo ci offre un estratto dal lungo discorso d’addio di Gesù nella versione giovannea dell’ultima cena.

Molto si dovrebbe dire a proposito del verbo menein, “rimanere”, che solo nella pagina del vangelo di oggi appare sette volte. In tutto il Quarto vangelo ricorre trentatré volte (contro le sole due nel vangelo di Marco, ad es.), a dire l’importanza teologica di tale espressione, che compare per la prima volta sulla bocca del Battista, per descrivere lo Spirito che “rimane” su Gesù (Gv 1,32).

Ci soffermiamo invece sull’altra simbolica, quella della vite. Lo storico ebreo Giuseppe Flavio, nel libro quindicesimo delle Antichità giudaiche, racconta che entrando nel Tempio di Gerusalemme, appena passate le porte d’ingresso al santuario, si poteva assistere a uno spettacolo mozzafiato: «In cima a tutto, sotto i fregi, si estendeva una vite d’oro con grappoli pendenti, una meraviglia, per dimensioni e lavorazione, a vedere con quanto prezioso materiale l’opera era stata effettuata». Forse quell’installazione si trovava nel luogo più sacro dell’ebraismo perché Israele è spesso rappresentata, nel Primo Testamento, come una vite (o una vigna), come si legge in Os 10,1-2, Is 5,1-7, o Ger 2,21. Nel Salmo 80,9 si dice che il Signore ha «sradicato una vite dall’Egitto», esprimendo la cura con cui Dio si è occupato del suo popolo.

Ma ogni volta che Israele viene raffigurato come vigna o vite, nelle sue vicissitudini storiche quel popolo è posto sotto il giudizio di Dio a causa della sua corruzione, e spesso perché – nonostante le attese di chi lo “coltiva” – non porta frutti buoni. Ecco perché «è possibile che la descrizione di Gesù come la vera vite sia pensata per contrastare il fallimento della vigna-Israele quando non ha adempiuto alla chiamata di Dio a portare frutti» (G.R. Beasley-Murray). Da questa affermazione non possiamo però dedurre una teologia della sostituzione di Israele. Se Gesù, per i cristiani, è il più bel frutto della vite che è Israele, e questo frutto non nasce dal nulla, ma ha origine e si sviluppa in quel vigneto che è il popolo dell’alleanza, allora si deve stare attenti all’interpretazione dell’aggettivo “vera” che connota la vite.

Scrive Renzo Infante nel suo commentario al Quarto vangelo: «La duplice specificazione (“quella vera”) ha fatto spesso ritenere che l’evangelista voglia qui contrapporre Gesù, la vite autentica, a Israele, la vita piantata e amata da Dio, che per la sua infedeltà avrebbe fallito il compito affidatogli (cfr. Is 5,1-7). Il testo però non dice questo. Come la manna era un autentico dono dal cielo, immagine tipologica di un pane che può essere definito vero senza implicare con ciò stesso la falsità della manna celeste, allo stesso modo Gesù è la vera vite, senza che questo comporti la non genuinità di Israele. Gesù racchiude in sé tutte le prerogative positive dell’antica vigna, è il naturale compimento e sviluppo in cui si compiono tutte le attese legate a Israele» (Giovanni. Introduzione, traduzione, commento, San Paolo 2015).

Stando uniti a questa “vera vite”, come i tralci al suo fusto, si può far frutto. Gesù porta frutto perché legato al Padre (il vignaiolo), così, anche per i cristiani, tanto quanto si è uniti a Gesù, si può combattere contro il fallimento, quello che spesso caratterizza l’esperienza umana, e si può contrastare la triste possibilità di buttare via la vita, e, anzi, di essere “buttati via” nel fuoco. È quanto dice la Colletta: «O Dio, che ci hai inseriti in Cristo come tralci nella vera vite, donaci il tuo Spirito, perché, amandoci gli uni gli altri di sincero amore, diventiamo primizie di umanità nuova e portiamo frutti di santità e di pace».

 

 

Rito ambrosiano

(commento tratto da www.famigliacristiana.it: Rito Ambrosiano: le letture della S. Messa ogni domenica – Famiglia Cristiana)

At 7, 2a.17.20-22.30-34.36-42a.51-54; Sal 117 (118),1-4.13-14; 1 Cor 2,6-12; Gv 17,1b-11

Il lezionario del tempo dopo Pasqua ci chiede di guardare indietro, per comprendere meglio il mistero della Risurrezione e quello che comporta per la nostra vita. In questo sguardo retrospettivo si inserisce anche il brano tratto dal discorso di Gesù nell’ultima cena: dalla Risurrezione viene una nuova luce a quello che è un vero e proprio discorso d’addio.

Anche la lettura dal libro degli Atti riporta un discorso d’addio, quello di Stefano davanti al sinedrio, poco prima di essere lapidato. Pure lo sguardo del primo martire cristiano è al passato, e riprende tutta la storia di Israele fino alla comparsa di Gesù, da Abramo fino ai figli di Giacobbe (vv. 2-8), Giuseppe (vv. 9-16), Mosè (vv. 17-43), la descrizione della tenda nel deserto e del tempio, da Davide a Salomone (vv. 44-50). Carlo Maria Martini nel suo commento al libro degli Atti scriveva che il discorso di Stefano tende a dimostrare che il tempio aveva una funzione relativa, perché il culto a Dio era stato possibile anche prima dell’esistenza del tempio.

Quando vengono scritti gli Atti degli Apostoli, dopo la catastrofe nazionale del 70 d.C., l’anno in cui Gerusalemme fu assediata e presa dall’imperatore romano Tito, le parole di Stefano dovevano ancor di più colpire, perché il tempio era in rovina. Ma il lettore di oggi trova queste parole ancora valide: i tanti cambiamenti che sono sotto i nostri occhi e la tragedia della pandemia ci mostrano che tutto passa, e che è necessario cercare Dio lì dove si lascia trovare, nel momento in cui si vive, anche se un santuario è andato distrutto.

Torniamo al vangelo. L’ultimo discorso del Signore nel vangelo di Giovanni prende lo spazio dei capitoli 13–17, cosicché la pagina proclamata oggi ne è la conclusione, che si può definire “la preghiera di Gesù”. Questi dice che è giunta la sua ora, una parola che nel vocabolario giovanneo ricorre ventisei volte, e designa il momento fondamentale della vita del Signore. Mentre alla madre – che a Cana gli diceva che era finito il vino – Gesù rispondeva «Non è ancora giunta la mia ora» (2,4), e poi più avanti Gesù annunciava varie volte «viene un’ora…» (4,21.23; 5,25.28-29; 16,2; ecc.), adesso Gesù dice che la sua morte è imminente. Subito dopo la conclusione del discorso, infatti, verrà consegnato da Giuda e arrestato.

Il Signore mostra di avere piena consapevolezza di quanto sta per accadere, sa che l’ora della sua morte e glorificazione è prossima, e prega per i suoi discepoli, affidandoli al Padre.

A causa della pandemia migliaia di persone sono morte senza poter lasciare un’ultima parola ai propri cari. Molti, a causa della repentinità della malattia, non si sono nemmeno accorti che stesse arrivando quell’“ora”. In questo tempo pasquale, quando siamo invitati a far memoria della passione, morte e risurrezione di Gesù, ci conforta sapere che la vita non finisce con la morte, e che essa è strettamente custodita dal Risorto, che si prende cura anche di coloro che non sono più tra noi.