• 21 Aprile 2024 3:55

La parte buona

CHE ASCOLTA E METTE IN PRATICA LA PAROLA DI DIO

Vito Mancuso e rav Gianfranco Di Segni su Abramo

Di seguito riportiamo il dibattito nato da un articolo pubblicato da Vito Mancuso sul “Venerdì” di Repubblica del 3 marzo 2023, al quale ha risposto Rav Gianfranco Di Segni (Collegio Rabbinico Italiano). Dopo la replica di Mancuso, che volentieri pubblichiamo, un’ulteriore risposta da parte di Di Segni.

 

Rav Gianfranco Di Segni replica ancora alle parole del teologo Vito Mancuso, pubblicate in un articolo su La Stampa del 27 marzo (tratto da: riflessimenorah.com/abramo-e-iefte)

Sollecitato da molti, vorrei tornare sulla questione di Abramo e Isacco a seguito dell’articolo di Vito Mancuso uscito su La Stampa di lunedì 27 marzo scorso. Premetto che concordo con Mancuso sul fatto che le sue parole uscite sul Venerdì di Repubblica del 3 marzo nell’intervista riguardo a Lucio Dalla, che hanno dato origine a questa discussione, non erano antisemite (e a parer mio neanche antigiudaiche). Mi fa piacere aver sentito che la redazione di Riflessi ha eliminato almeno la prima di queste accuse dal cappello redazionale apposto al mio precedente intervento su questo argomento.

Entriamo ora nel merito della questione. Non per una sterile polemica ma per una discussione costruttiva, perché – come afferma il Talmud – da questa si accresce la conoscenza.

L’interpretazione ebraica del passo biblico sulla “legatura di Isacco” (Genesi cap. 22) è profondamente diversa da quella proposta da Mancuso. La traduzione del versetto da lui riportata, “Prendi il tuo amato unico figlio, Isacco, va’ nella terra di Morijà e là offrilo in olocausto” (Gen. 22:2), è certo una traduzione possibile ma non l’unica. Come nella maggior parte dei casi, traducendo da una lingua all’altra si perde la molteplicità di diverse letture che può esserci nella lingua originale, in questo caso l’ebraico. La parola “offrilo” traduce il termine ebraico veha’alèhu, che significa in realtà “fallo salire”. La connessione fra salire e i sacrifici è ovvia: la fiamma del fuoco sale in alto. Rashì (Francia, 1040-1105), il massimo commentatore della Torà degli ultimi mille anni, interpreta il termine nel senso letterale, ossia che l’ordine divino è di far salire il ragazzo sul monte. Così scrive Rashì a commento di quel versetto: “Il Signore non disse ad Abramo ‘scannalo’, perché non era Suo desiderio farlo scannare bensì di farlo salire sul Monte”. E continua Rashì: “Dopo che l’ebbe fatto salire, Dio gli disse: Fallo scendere”.

Si potrebbe pensare che Rashì scrivesse secondo lo spirito dei suoi tempi e dell’area geografica dove viveva, ma in realtà il suo commento si basa su un midrash che risale a circa 800 anni prima, prodotto in Eretz Israel. Ricordiamo che Rashì è un commentatore che, come lui stesso afferma, viene a spiegare il senso piano del testo (peshàt). Quando cita un midrash, lo cita solo se è vicino al peshàt. Così recita il midrash:

Disse Rabbi Acha: Abramo [all’ascolto dell’ordine divino] cominciò a meravigliarsi: questi fatti non sono altro che fatti che portano stupore! Ieri mi dicesti: “La tua discendenza prenderà il nome di Isacco” (21:12), e oggi hai cambiato e hai detto: “Prendi tuo figlio” (22:2). E ora mi dici: “Non mettere le mani addosso al ragazzo” (22:12)! Gli disse il Santo, Egli sia benedetto: Abramo, “non infrangerò mai la mia alleanza e il detto delle mie labbra non muterò” (Salmi 89:35). La mia alleanza manterrò con Isacco. Quando ti ho detto “prendi tuo figlio”, non ti ho detto “scannalo” ma “fallo salire”. Te l’ho detto per amore, l’hai fatto salire e hai eseguito il mio ordine, ora fallo scendere (Bereshit Rabbà 56:8, trad. it. di rav Alfredo Ravenna, seconda ed. Giuntina in corso di pubblicazione).

Nella tradizione ebraica la Torà scritta viene sempre letta insieme alla Torà orale del Midrash e del Talmud.

Sostiene Mancuso che il brano della Genesi “non contiene il minimo cenno di condanna del sacrificio umano che si sta per compiere”. Ma certo che c’è la condanna! L’angelo chiama Abramo per nome per ben due volte e poi gli dice: “Non gettare la tua mano sul ragazzo e non fargli nulla!” (22:11-12). È un ordine perentorio di non toccare il ragazzo che non ammette deroghe.

Sostiene Mancuso che nei passi della Torà dove compare il divieto di fare sacrifici umani (Lev. 18:21 e 20:2-5; Deut. 18:9-13) il contesto è “cultuale”, non tra “i delitti contro la vita”. Ma il reato di omicidio è già enunciato nei Dieci Comandamenti (Es. 20:13; Deut. 5:17): nei sacrifici umani c’è un ulteriore reato che si sovrappone a quello di omicidio, l’idolatria. Compiendo un sacrificio umano si contravviene a due reati, “non uccidere” e “non fare culto pagano”. Sostiene ancora Mancuso che “i sacrifici umani sono condannati dalla Bibbia soprattutto in quanto sacrifici ad altri dèi”. Mancuso intende forse dire che da qui si imparerebbe che un sacrifico umano rivolto al Signore Iddio sarebbe lecito? Strana logica. Certo non è quello che la Torà scrive esplicitamente nel seguente passo: “Non devi far questo al Signore tuo Dio perché essi hanno fatto per i loro dèi ogni sorta di azioni abbominevoli che il Signore odia; infatti hanno arso nel fuoco per i loro dèi perfino i loro figli e le loro figlie” (Deut. 12:31; trad. di rav Elio Toaff z.l.). Più chiaro di così.

Infine Mancuso riporta, a ulteriore prova che i sacrifici umani – se dedicati al Signore – non sarebbero vietati dalla Bibbia, il caso di Iefte (Yiftach). Costui era un capo militare, di cui si parla nel libro dei Giudici, che immolò la figlia a Dio perché aveva fatto il voto di offrire in sacrificio il primo essere vivente che gli fosse venuto incontro se avesse vinto in battaglia. E il caso volle che gli uscì incontro sua figlia. Iefte, quando la vide, si lacerò le vesti ed esclamò: “Ahimè, figlia mia, mi hai abbattuto e tu mi sei causa di sconvolgimento, perché io ho aperto bocca promettendo al Signore e non potrò tornare indietro” (Giudici 11:35). Segue un serrato colloquio fra figlia e padre, la richiesta da parte di lei di andare a piangere fra i monti per due mesi insieme alle sue compagne, il ritorno e l’esecuzione del voto.

Portare una prova da questo episodio per affermare che è lecito fare sacrifici umani è assurdo. La Bibbia è piena di pesanti accuse dei profeti per le nefandezze compiute dagli ebrei, in particolare “lo spargimento di sangue, l’idolatria e l’immoralità sessuale”. Il popolo ebraico fu duramente punito per questi atti, il Tempio di Gerusalemme che era stato costruito dal re Salomone fu distrutto da Nabucodonosor, re di Babilonia, e gli ebrei vennero portati in esilio. Riguardo a Iefte, tralasciamo qui i molti commentatori classici che asseriscono che la ragazza non fu affatto sacrificata e che l’adempimento del voto consistette nel farle vivere una vita da eremita (comunque una condizione tremenda), e limitiamoci a quanto affermano i Maestri del Talmud e del Midrash: “Iefte nella sua generazione come Samuele nella sua generazione” (Talmud bavli, Rosh haShanà 25b). Come a dire: c’è chi si merita di avere giudici di alto livello come Samuele e chi quelli di infimo livello come Iefte, che pronunciando parole sconsiderate fece qualcosa che era vietato fare. Nel Midrash, Iefte è raffigurato dai Maestri come un ignorante e un orgoglioso. Se avesse studiato la Torà, avrebbe saputo che è vietato sacrificare esseri umani e anche che i voti si possono far annullare da un Saggio (il Sommo Sacerdote o, ai nostri tempi, un rabbino). Invece, non ascoltò le parole della figlia, che la Torà la conosceva meglio di lui e che tentò di spiegargli che il voto non era valido. Iefte neanche andò a farsi sciogliere il voto da Pinchas, il Sommo Sacerdote in carica a quell’epoca.

Peraltro, il Midrash condanna non solo il comportamento di Iefte, ma anche quello di Pinchas perché tergiversò e non si affrettò ad andare lui stesso direttamente da Iefte a sciogliere il voto, affinché la ragazza si potesse salvare. Dicono i Maestri che entrambi, Iefte e Pinchas, furono puniti dal Cielo in quanto responsabili del “sangue della ragazza”. Come spiega il Midrash, è come “quando la partoriente e la levatrice sono entrambe incompetenti, e il figlio della sventurata madre muore durante il parto” (Bereshit Rabba 60:3, cit., e simili versioni in altri testi midrashici). L’idea che l’episodio di Iefte ci dimostrerebbe che il sacrificio del figlio (o di qualsiasi essere umano) fosse lecito agli occhi degli autori biblici non ha alcun fondamento ed è all’opposto del pensiero ebraico. La Bibbia biasima, anzi condanna, il sacrificio umano. Oltre ai passi della Torà già citati, il profeta Geremia riferisce le parole del Signore che parla contro “coloro che bruciano col fuoco i loro figli e le loro figlie, cosa che Io non ho comandato e neppure Mi venne in mente” (Geremia 7:31 e parole simili anche in 19:4-5; 32:35). Il Talmud afferma che le parole di Geremia in questi versetti si riferiscono, fra l’altro, a Isacco figlio di Abramo e alla figlia di Iefte (Ta’anit 4a).

Torniamo all’episodio della legatura di Isacco. È vero: Abramo dapprima capisce l’ordine nel senso letterale, comune alla sua epoca, ma è perplesso. Le cose non tornano, contraddicono le precedenti parole del Signore e quanto Abramo ha imparato a conoscere del Signore. Padre e figlio si incamminano in silenzio ed entrambi, presumibilmente, rimuginano dentro di loro. E poi finalmente Abramo capisce il vero senso dell’ordine, quando la voce dell’angelo lo chiama e gli intima di non alzare la mano sul figlio. Abramo la prova la supera proprio non sacrificando il figlio. Poteva stendere la mano sul figlio, ma non lo fa! L’angelo gli dice di non fare nulla al ragazzo, ma non è l’angelo che gli ferma la mano. È Abramo stesso che, ascoltata la voce dell’angelo, ferma coscientemente la propria mano. E non potrebbe essere altrimenti (ora sto parlando da biologo): nessuno essere immateriale potrebbe di fatto “fermare” una mano che si alza. Solo la propria volontà può farlo.

Don Yitzchaq Abrabanel, il grande Maestro ebreo nato a Lisbona che nel 1492 fuggì insieme con altre decine di migliaia di ebrei dal Portogallo e dalla Spagna, dapprima approdato a Napoli e poi a Venezia, scrive che il brano sulla “legatura di Isacco” è “il fondamento di Israele ed è il suo merito davanti al Cielo, e per questo ricorre nelle nostre preghiere quotidiane ed è bene dilungarsi nel suo studio e nella sua comprensione più che altri brani”. Oltre alla lettura di questo brano nelle preghiere mattutine di molti riti, questo passo viene letto dal Sefer Torà in Sinagoga due volte l’anno, una volta come parashà settimanale e l’altra a Rosh haShanà (Capodanno), perché secondo una tradizione l’evento descritto avvenne in quel giorno.

Vorrei precisare che questo brano della Torà non viene mai letto dalla collettività ebraica con un senso di “strazio”, come è capitato a Mancuso. Non certo perché il popolo d’Israele sia insensibile all’amore filiale, figuriamoci. Si è ben consapevoli della drammaticità del racconto. Uno dei canti più popolari della tradizione liturgica ebraica di tutti i riti, con una bella musica orecchiabile, è Oqèd ve-hane’eqàd ve-hamizbèach (“colui che lega, colui che è legato e l’altare”), che ricapitola in forma poetica il racconto di Genesi 22. Lo si canta in diverse occasioni, fra cui Rosh haShana e Kippur e la sera precedente la milà. In questo componimento, Sara, vera yiddishe-mame ante litteram, si preoccupa molto a veder partire figlio e marito per una destinazione e una missione sconosciuta. Nella seconda strofa è scritto (in traduzione italiana): “Sara disse ad Abramo: Va’ pure, signor mio, ma non allontanarti troppo!” e Abramo le rispose: “Sia il tuo cuore fiducioso in Dio”. Il motivo per cui il canto è intonato da tutti in coro, con gioiosa emozione, è la consapevolezza che il racconto di Abramo e Isacco è il fondamento della nostra identità ebraica. Anche se molti non comprendono più le parole ebraiche del canto, il fatto che le sappiano a memoria denota una tradizione stratificata nei secoli, tramandata da generazione a generazione, da festa a festa. Altro che strazio!

Mancuso scrive a proposito della figlia di Iefte: “Dio, questa volta, non mosse un dito per salvare la ragazza”. Forse Dio parlò, attraverso le parole della figlia che cercava di convincere il padre dell’invalidità del voto, ma Iefte non volle sentire le sue parole, per ignoranza e pochezza di spirito piuttosto che per insensibilità. La responsabilità è sempre umana, come lo sarebbe stato pure per Abramo se avesse spinto la sua mano sul collo di Isacco. Ma Abramo non spinse la sua mano. La differenza fra Abramo e Iefte è che il primo era di un livello spirituale, morale e intellettuale di gran lunga superiore. Altro che “schiavitù della mente”, come l’infelice espressione usata da Mancuso nei confronti di Abramo. Abramo è colui che, partendo da zero (suo padre era un venditore di idoli), ruppe con il paganesimo e il politeismo, iniziando un suo percorso spirituale autonomo. Abramo è un rivoluzionario, non certo uno “schiavo di mente”.

Ha ben detto Marco Morselli in un recente intervento che se Abramo avesse ucciso suo figlio, non avrebbe superato la prova e non sarebbe stato il fondatore dell’ebraismo. Anche perché non ci sarebbe stato il successore designato, ossia Isacco. Superare la prova consisteva nel NON sacrificare il figlio, l’esatto contrario di quanto appare a una lettura superficiale. È interessante come lo stesso brano biblico possa essere letto da persone diverse in due modi diametralmente opposti.

Vito Mancuso riporta l’idea di Amos Oz e di Shulamith Hareven, secondo i quali Abramo avrebbe dovuto opporsi fin dall’inizio all’ordine divino. Quello sarebbe stato il vero modo per superare la prova. Proviamo a chiederci cosa sarebbe successo se Abramo avesse risposto “No, comandante”, invece del “Sì, comandante”. La prova sarebbe stata superata, ma ci sarebbero stati gli ebrei (e le religioni da loro derivate)? Ovviamente non abbiamo la risposta. Se già la storia umana non si fa con i “se”, figuriamoci per quella divina. In questo caso, come in altri, vale il detto di Isaia: “Perché i Miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le Mie vie, dice il Signore” (Is. 55.8).

Tuttavia, una risposta forse ce la dà Rav Jonathan Sacks, z.l., il più influente pensatore ebreo di lingua inglese della nostra generazione (= ultimi 30 anni). Rav Sacks, scomparso troppo presto, riesce sempre a essere originale, mai scontato. Alla fine di uno studio su questo brano della Torà, egli scrive così (lo lascio nell’originale inglese, per non rischiare di incorrere in una traduzione approssimativa):

Why the binding? Why put Abraham and Sarah though the agony of thinking that the son for whom they have waited for so long is about to die?

Many answers have been offered over the generation, but one transcends all others:  We cherish what we wait for and what we most risk losing. Life is full of wonders. The birth of a child is a miracle. Yet, precisely because these things are natural, we take them for granted, forgetting that nature has an architect, and history an author.

Judaism is a sustained discipline in not taking life for granted. We were the people born in slavery so that we would value freedom. We were the nation always small, so that we would know that strength does not lie in numbers but in the faith that begets courage. Our ancestors walked through the valley of the shadow of death, so that we could never forget the sanctity of life.

Throughout history, Jews were called on to value children. Our entire value system is built on it. Our citadels are schools, our passion, education, and our greatest heroes, teachers. The seder service on Pesach can only begin with questions asked by a child. On the first day of the New Year, we read not about the creation of the universe but about the birth of a child – Isaac to Sarah, Samuel to Hannah. Ours is a supremely child-centred faith.

That is why, at the dawn of Jewish time, God put Abraham and Sarah through these trials – the long wait, the unmet hope, the binding itself – so that neither they nor their descendants would ever take children for granted. Every child is a miracle. Being a parent is the closest we get to God – bringing life into being through an act of love[1].

 

No comment. Come sempre, rav Sacks ha trovato le parole giuste. Chapeau!

[1] Tratto da Covenant & Conversation. Genesis: The Book of the Beginnings, Maggid books, Jerusalem 2009, p. 119; anche online in: https://www.rabbisacks.org/covenant-conversation/vayera/the-miracle-of-a-child/ ; nel sito è presente anche la versione audio.

 

Vito Mancuso

Da sempre ritengo l’antisemitismo una delle manifestazioni più volgari e pericolose della malignità umana e credo che la lotta contro di esso sia dovere fondamentale di ogni essere umano degno di questo nome. Anche per questo da quando ho iniziato a guidare gruppi in Israele lo Yad Vashem è tappa obbligata. Aggiungo che mi sono nutrito del pensiero e della spiritualità ebraica da quand’ero ragazzo, a partire dalla Bibbia naturalmente e poi di autori il cui elenco sarebbe troppo lungo e che accompagnano ancora oggi il mio cammino. Per questo sono rimasto stupito, ma sarebbe meglio dire addolorato, nel vedere il mio pensiero etichettato come “intriso di pregiudizi antisemiti”. È quanto si legge nel sito riflessimenorah.com, rivista online che si dichiara “rappresentata presso l’Unione delle comunità ebraiche italiane e presso la Comunità ebraica di Roma”, a commento redazionale di un articolo critico di rav Gianfranco Di Segni su una mia intervista. Ma attenzione: Di Segni critica il mio pensiero nel modo che analizzerò, ma è ben lungi dall’accusarmi di antisemitismo o di antigiudaismo, come invece fa la redazione della rivista che mi attribuisce “pregiudizi antisemiti”, “ignoranza e pregiudizio”, “stereotipi e cliché antigiudaici”. Il punto che mi sta più a cuore è esattamente questo: l’uso improprio del concetto di antisemitismo. È così importante la lotta contro questo mostro che bisognerebbe essere molto rigorosi con le parole, perché attenzione: se tutti sono antisemiti, nessuno alla fine lo è, e chi ci guadagna sono i veri antisemiti. Non è inoltre ammissibile la confusione (per di più da parte ebraica) tra antisemitismo e antigiudaismo praticata dalla rivista che mi accusa ora dell’uno ora dell’altro, perché l’antigiudaismo riguarda le idee religiose, l’antisemitismo il sangue delle persone. È vero che i due concetti sono tra loro collegati e dal professare l’uno è facile transitare nell’altro, ma proprio per questo la loro distinzione contribuisce a impedire l’indebito passaggio.

Vengo alla critica di rav Di Segni il cui casus belli è una mia intervista al Venerdì di Repubblica del 3 marzo scorso sull’amicizia con Lucio Dalla in cui tra le altre cose ricordavo di aver dovuto leggere al suo funerale in San Petronio a Bologna la prima lettura della messa, quel giorno dedicata al sacrificio di Isacco su cui sviluppavo una più ampia considerazione che la giornalista riassunse così: “Mi fu chiesto di leggere la prima lettura e fu un doppio strazio. Un brano della Bibbia che non sopporto: Genesi 22, il sacrificio di Isacco, uno dei passi più terribili. Un modello di fede, quella di Abramo, che io non tollero. Un Dio che ti dà un coltello per scannare un figlio. La fede come obbedienza senza criterio, anche quando l’etica viene calpestata”.

A partire da queste parole, che stento a riconoscere nella forma ma che sottoscrivo nella sostanza, Di Segni mi ha scritto una mail di critica poi pubblicata nel sito suddetto nella quale mi chiede dove sia scritto di Dio che dà un coltello ad Abramo e dove che l’ordine divino sia quello di sacrificare il bambino, sostenendo che è vero esattamente il contrario: nessun coltello, nessun ordine di olocausto, ma racconto esemplare per vietare i sacrifici umani. Di Segni ha ragione sul primo punto (nessun coltello da parte di Dio, ma si tratta di un’espressione non mia), non però sul secondo perché Genesi 22,2 recita così: “Prendi il tuo amato unico figlio, Isacco, va’ nella terra di Morijà e là offrilo in olocausto” (traduzione della Bibbia ebraica a cura di rav Dario Disegni), cosa che Abramo aveva compreso benissimo visto che nel versetto 11 si legge: “Stese poi la mano e prese il coltello per scannare il figlio” (dalla medesima traduzione citata).

Di Segni prosegue negando che Abramo possa essere accusato di mancanza di etica, visto che poco prima aveva discusso con Dio per salvare gli abitanti di Sodoma. Il che è vero e crea una contraddizione molto interessante per trattare la quale mi rifaccio ad Amos Oz. Scrittore ebreo tra i più grandi, egli afferma ricordando la trattativa di Abramo con Dio per Sodoma che il patriarca arriva a pronunciare “le parole forse più ardite di tutta la Bibbia, se non di tutte le religioni mai venute al mondo: «Com’è che il giudice della Terra non giudica secondo giustizia?» (Genesi 18,25). Ovvero: “Sarai pure il giudice di tutta la Terra, ma non stai sopra la legge. Sei colui che legifera, ma non stai sopra la legge. Sei il sovrano di tutto il mondo, ma non stai sopra la legge”. E commenta: “Un discorso del genere non lo sentiamo nel cristianesimo, non nell’islam, né in nessun’altra religione che mi sia nota. Ed è il nostro vanto”. Passa poi alla scena di Abramo pronto a sacrificare il figlio Isacco, oggetto della controversia tra Di Segni e me, e si chiede: “Come si fa a scendere a patti con l’abisso che separa l’Abramo in contesa con Dio per la vita degli estranei abitanti di Sodoma e l’Abramo che non esita neanche un istante quando Dio gli ordina di sgozzare il figlio?”. E a questo punto Amos Oz gioca l’asso presentando l’interpretazione del legamento di Isacco di Shulamith Hareven, scrittrice ebrea a lungo impegnata nella difesa dello stato di Israele: “Come tutti i commentatori, anche lei pensa che Abramo sia stato messo alla prova. Ma diversamente dagli esegeti della tradizione, Hareven è dell’avviso che Abramo la fallisca del tutto. Che, in sostanza, lui avrebbe dovuto «rifiutare l’ordine», opporsi al comando e replicare a Dio: «Tu ci hai proibito i sacrifici umani, perciò mi rifiuto di immolare mio figlio». Dio mette Abramo alla prova e Abramo, il famoso «paladino della fede», fallisce con il solo fatto di dire: «Sì, comandante», mentre avrebbe dovuto dire: «È un ordine assolutamente illegale, sul quale sventola bandiera nera».

Sottoscrivo il brano di Oz che ricorda Hareven parola per parola. Il punto decisivo quindi è il modello di fede e il rapporto fede-etica perché il senso dell’inaudita richiesta divina era di ottenere la più assoluta sottomissione di Abramo, volendo appunto appurare se avrebbe anteposto qualcosa, fosse pure suo figlio, al suo volere. Questa è fede? No, è schiavitù. Una schiavitù della mente che, se può portare a uccidere il proprio figlio, figuriamoci quale violenza può generare verso gli altri. Se la religione ha versato e versa tanto sangue è a causa di questo modello schiavistico di fede.

Di Segni sostiene inoltre che l’episodio della “legatura di Isacco” venne scritto in realtà per condannare i sacrifici umani praticati dalle religioni pagane. La cosa a mio avviso non risulta convincente per tre motivi. Primo: il testo non contiene il minimo cenno di condanna del sacrificio umano che si stava per compiere. Secondo: i sacrifici umani sono condannati dalla Bibbia soprattutto in quanto sacrifici ad altri dèi, prova ne sia che sono inseriti dal Levitico non tra i delitti contro la vita ma tra le colpe cultuali (cfr. Levitico 20). Terzo: nella Bibbia si registra un caso di sacrificio umano eseguito senza che Dio lo impedisca, cioè l’immolazione della figlia da parte di Iefte. Costui era un capo militare che aveva fatto voto che in caso di vittoria avrebbe offerto in olocausto la prima persona che gli sarebbe venuta incontro dalla porta di casa, senonché a venire da lui per prima tutta festante dopo la vittoria fu la sua unica figlia. Per quanto sconcertato, Iefte “eseguì su di lei il voto che aveva fatto” (Giudici 11,39). Dio, questa volta, non mosse un dito per salvare la ragazza, né la Bibbia presenta una sola parola di biasimo per il sacrificio umano avvenuto.

Riassumo il senso del discorso. Io credo in Dio, spero di farlo fino al mio ultimo giorno. Sono convinto però che abbiamo bisogno di liberarci di un’immagine divina a cui dire sempre “sì comandante” per alzare al suo posto la bandiera della libera coscienza, che tanto sta a cuore alla più autentica spiritualità ebraica. Io lo faccio nella mia religione a proposito di Gesù, che mi rifiuto di pensare quale “agnello di Dio” e quale “vittima immolata della nostra redenzione”, come professa il cristianesimo ufficiale, perché ritengo che sia solo la pratica del bene e della giustizia a poterci salvare, non il sangue versato. Lo insegna il profeta Michea: “Uomo, ti è stato insegnato ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la bontà, camminare umilmente con il tuo Dio” (6,8). Vorrei dedicare però le ultime parole al punto che mi sta più a cuore sottolineato all’inizio: l’uso attento e rigoroso del concetto di antisemitismo, al fine di evitarne una pericolosissima inflazione.

* * *

Rav Gianfranco Di Segni: AVRAHAM AVINU – ABRAMO NOSTRO PADRE

Sul Venerdì di Repubblica del 3 marzo 2023 (n. 1824), in un’intervista su Lucio Dalla, Vito Mancuso racconta di essere stato chiamato ai suoi funerali a leggere in chiesa un passo della Genesi: «Un doppio strazio. Un brano della Bibbia che non sopporto: Genesi 22, il sacrificio di Isacco, uno dei passi più terribili. Un modello di fede, quella di Abramo, che io non tollero». E ancora: «Un Dio che ti dà un coltello per scannare un figlio. La fede come obbedienza senza criterio, anche quando l’etica viene calpestata».

Mi chiedo: ma se fosse vera questa lettura del passo come qui presentata, se fosse vero che quello di Abramo è un modello di fede che non si può tollerare, come è possibile che si riconosca in Abramo il padre delle tre religioni monoteistiche, dette appunto abramitiche? Metà circa dell’umanità è figlia di un padre omicida e scriteriato?

Capisco che un’intervista in un magazine non è il luogo per riflessioni teologiche e bibliche approfondite, ma i lettori leggono le parole riportate dal Venerdì e si fanno un’idea del tutto sbagliata del passo biblico. A iniziare dal concetto di “sacrificio di Isacco”, espressione estranea alla tradizione ebraica, dove si parla di “legatura di Isacco”. Isacco fu legato sull’altare, ma non fu sacrificato. Dove sta scritto: «Un Dio che ti dà un coltello per scannare un figlio»? Da nessuna parte. È esattamente il contrario. Quando Abramo sta per alzare la mano sul figlio, Dio lo ferma e gli dice: «Non alzare la mano sul ragazzo e non fargli nulla». Dove sta scritto che Dio dice ad Abramo di scannare suo figlio? C’è invece scritto «fallo salire sul monte» (come bene spiega il commentatore per eccellenza, Rashì), con un’espressione volutamente ambigua per appurare se Abramo avesse capito il reale significato delle parole divine. Tutto il brano viene a insegnare ad Abramo e a tutti i suoi discendenti che è vietato sacrificare essere umani (come verrà più volte ribadito in seguito nella Torà, per esempio in Deuteronomio 18:10), pratica comune fra i popoli pagani dell’epoca. È questa cultura pagana e omicida che la Torà viene a negare, esattamente il contrario del messaggio che esce fuori dal Venerdì.

Abramo «senza criterio»?! Eppure l’abbiamo visto discutere con Dio per la salvezza degli abitanti di Sodoma e Gomorra ed esclamare: «Il Giudice di tutta la terra non farà giustizia?» (Genesi 18:25). Possibile che qui stia zitto e obbedisca supinamente? Dio gli ha promesso che la sua discendenza continuerà con Isacco: possibile che non si chieda come ciò sarà possibile se sacrificherà il figlio? Abramo cammina per tre giorni e non proferisce parola. Possiamo immaginare che si stia facendo queste domande e stia cercando di darsi una risposta (e infatti il Midrash riempie il silenzio con queste domande). Quando finalmente Isacco gli chiede: «Padre mio, ma dov’è l’agnello?», Abramo risponde: «Figlio mio, Dio provvederà l’agnello». Come in effetti avvenne.

Abramo aveva fiducia nel fatto che il Giudice di tutta la terra avrebbe fatto giustizia. Aspettava con ansia che arrivasse il comando di Dio di fermare la mano. La prova a cui Abramo fu sottoposto era arrivare a capire che non si sacrificano i figli (o chiunque altro), anche quando si crede di aver sentito una voce, dentro di sé o fuori di sé, che lo ordini. La prova era capire che dei due ordini apparentemente contraddittori, il secondo – quello di non fare nulla al ragazzo – era l’ordine corretto e definitivo.

Se si fraintende il messaggio biblico nel caso di Isacco, dove vediamo che al padre viene impedito da Dio di alzare la mano sul figlio, a maggior ragione c’è il rischio che lo si fraintenda quando è Dio stesso che sacrifica il figlio, come nella fede cristiana.

Sono stati usati fiumi di inchiostro da parte di decine di commentatori, teologi, filosofi, ebrei e non ebrei, per spiegare questo passo della Genesi, che avrebbe meritato di più della lettura superficiale apparsa sul Venerdì.

 

Rav Gianfranco Di Segni, Collegio Rabbinico Italiano