Sara, la prima Matriarca e sposa di Abramo: la prossima Lectio con Laura Invernizzi, 20 febbraio 2026

Nella tradizione ebraica le matriarche (אִמָּהוֹת, imahot) sono quattro: Sara, Rebecca, Rachele e Lia. Sara è la prima perché è la moglie di Abramo, il primo patriarca, e la madre di Isacco, attraverso il quale passa la linea dell’alleanza. La Genesi dedica a Sara un ruolo teologico e narrativo centrale (Genesi 12–23) e narra la sua morte con molti dettagli e con un intero capitolo a lei dedicato (Genesi 23).

Laura Invernizzi, che ha pubblicato nel 2019 un libro sulla matriarca (Sara. “La benedirò e diventerà nazioni”, Edizioni San Paolo), terrà la prossima Lectio per il ciclo del SAB sul libro della Genesi su Sara.

Laura Invernizzi è nata a Milano e dopo la maturità classica ha conseguito la Laurea in Matematica presso l’Università degli Studi di Milano e l’abilitazione per l’insegnamento della stessa materia nelle scuole secondarie di secondo grado. Dal 1995 è membro dell’Istituto delle Ausiliarie Diocesane di Milano.

Ha conseguito il dottorato in Teologia Biblica presso la Pontificia Università Gregoriana, con la dissertazione: «Perché mi hai inviato?». Dalla diacronia redazionale alla dinamica narrativa in Es 5,1–7,7 (Gregorian&Biblical Press, Roma 2016), premiata con il Premio Bellarmino 2016. 

È docente stabile straordinario di Antico Testamento presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale (sede centrale) e l’Istituto di Scienze Religiose di Milano, e insegna Teologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

È membro delegato per l'Apostolato biblico dell’Associazione Biblica Italiana, e fa parte della redazione della rivista Parole di Vita dell'Associazione Biblica italiana.

L'alleanza della circoncisione e Abramo in Genesi 17

Più volte nel corso dei nostri incontri per il ciclo SAB sul libro della Genesi si è parlato di "alleanza dei pezzi" e "alleanza della circoncisione". Presentiamo di seguito un contributo su quest'ultima alleanza, di cui si tratta nel capitolo 17 di Genesi, e pubblicata da Giulio Michelini nel primo volume de "La Bibbia dell'Amicizia" (San Paolo 2019, pp. 189-194; leggeremente rivisto in alcune espressioni).

Abramo e l’alleanza della circoncisione - (Gen 17)

9Disse Dio ad Abramo: «Da parte tua devi osservare la mia alleanza, tu e la tua discendenza dopo di te, di generazione in generazione. 10Questa è la mia alleanza che dovete osservare, alleanza tra me e voi e la tua discendenza dopo di te: sia circonciso tra voi ogni maschio. 11Vi lascerete circoncidere la carne del vostro prepuzio e ciò sarà il segno dell’alleanza tra me e voi. 12Quando avrà otto giorni, sarà circonciso tra voi ogni maschio di generazione in generazione, sia quello nato in casa sia quello comprato con denaro da qualunque straniero che non sia della tua stirpe. 13Deve essere circonciso chi è nato in casa e chi viene comprato con denaro; così la mia alleanza sussisterà nella vostra carne come alleanza perenne. 14Il maschio non circonciso, di cui cioè non sarà stata circoncisa la carne del prepuzio, sia eliminato dal suo popolo: ha violato la mia alleanza (Gen 17,9-14).

Il racconto della circoncisione di Abramo e della relativa alleanza è probabilmente un’aggiunta a una versione più antica del cap. 17, che all’inizio poteva prevedere una rinnovazione – ma senza il segno della circoncisione – dell’«alleanza dei pezzi» narrata poco prima (Gn 15). Questo rito sarebbe stato inserito da un abile editore di tradizione Sacerdotale, probabilmente all’inizio dell’epoca ellenistica. Ne è prova il fatto che di circoncisione quasi[1] non si parla nei libri storici; ancora più rari sono i riferimenti alla circoncisione nei testi profetici e, soprattutto, la circoncisione non compare nei due libri che dovrebbero più di tutti trattarne (a ragione della preoccupazione identitaria in relazione al rapporto con le genti), cioè Ezra e Neemia.

Questi elementi inducono a ipotizzare che il comando ad Abramo di circoncidere il prepuzio sia un elemento tardivo attribuibile a uno scriba responsabile delle leggi rituali e cultuali, magari scandalizzato dal fatto che colui che per primo aveva stretto un’alleanza con Dio non fosse circonciso. La circoncisione, che pure doveva essere nota agli Ebrei (come a tutti i popoli della Mezzaluna Fertile, esclusi quelli della Mesopotamia), non veniva perciò praticata come rituale per esprimere l’alleanza, che invece era fatta risalire al rito dei «pezzi», secondo quanto narrato in Gn 15,7-21. Di più, la circoncisione poteva anche essere praticata già in età premonarchica (e tra gli argomenti addotti per tale ipotesi vi sono i coltelli di selce menzionati in Es 4,25 e Gs 5,3, che suggeriscono una sua origine arcaica); solo in seguito, però, il rituale sarebbe stato reinterpretato nel contesto dell’alleanza.

Se infatti confrontiamo le due alleanze abramitiche, quella di Gn 15 e quella di Gn 17, notiamo come siano molto diverse le due simboliche. La prima, celebrata con un sacrificio in un contesto onirico, è radicata nella terra d’Israele, che Abramo e la sua discendenza erediteranno (vv. 7-8; 18-21), un tema che poteva interessare in particolare la monarchia davidico-salomonica. La seconda alleanza, invece, viene significata dalla circoncisione del prepuzio; la terra, definita «la terra dove sei forestiero», appare nel testo solo al v. 8, e non è più al centro dell’alleanza. Se si considera che all’epoca in cui nascono i racconti della tradizione Sacerdotale la monarchia davidica era scomparsa e l’unico riferimento politico dell’epoca achemenide poteva essere all’Impero persiano, si comprende perché la terra non sia più garanzia di alleanza. In compenso, rispetto all’unica volta in cui appare in 15,18 («alla tua discendenza io do…»), con l’alleanza della circoncisione si dà ancora più enfasi all’impegno di Dio per la fecondità di Abramo, nella forma solenne che verrà ripetuta due volte (17,2.4). Il tema dell’alleanza, che in origine era legato alla promessa della terra in 15,7-18, viene ora trasferito a comprendere più insistentemente la promessa di una discendenza (17,2.4-6; cf. vv. 7-8).

È allora in epoca ellenistica – come si accennava sopra – che la circoncisione assume il significato di marchio di appartenenza religiosa ed etnica, come si legge nei libri dei Maccabei, allorquando cioè i Fenici, riferisce Erodoto, avevano cessato di circoncidere i figli a causa dell’influsso dei Greci (che aborrivano tale pratica), e alcuni Ebrei erano tentati di fare lo stesso. Ecco perché è importante che l’alleanza della circoncisione abbia a che fare col corpo, che spesso nella riflessione teologica è stato svalutato, in quanto considerato solo a partire dalla adamah («terra» – «polvere») da cui è tratto (cf. Gn 1,7) o a causa di interferenze con sistemi filosofici come quello platonico o gnostico.

Poiché il rito della circoncisione diventa centrale per la costituzione di una differenziazione giudaica visibile, una forma di «alterità» iscritta fisicamente nella carne (e nonostante il fatto che la sua visibilità fosse in qualche modo attenuata dal fatto che riguarda una parte intima del corpo), l’alleanza nel prepuzio diventa il segno dell’appartenenza a un Dio a cui si rimane fedeli e che è creduto fedele, anche se non è più garantito il possesso della Terra promessa: quando questa ormai è divisa e occupata, la fedeltà a Dio e di Dio – in attesa che la Terra ritorni ad essere donata – viene espressa nella carne. Assisteremmo dunque a un riposizionamento teologico notevole: se la circoncisione come segno di alleanza non è così antica da poterla far risalire alle origini di Israele, si deve riconoscere la genialità degli autori sacri, capaci di creare nuovi racconti e collocarli nell’alveo di una tradizione, che riconcettualizza la teologia in risposta alle lotte e alla speranza della vita nella diaspora in un periodo di crisi, quello dell’ellenizzazione forzata. Ne diviene una conseguenza ancora più importante: una realtà così «disonorevole» come la carne del prepuzio – metonimia dell’intero corpo maschile (o, se si vuole, del corpo umano sessuato) – e quindi, in ultimo, la carne, rimane, in un periodo di crisi (come quello in cui nascerebbero gli inserti di Gn 17,9-14.23-27), l’ultimo spazio dove celebrare la fedeltà di Dio.

Quanto stiamo dicendo potrebbe essere corroborato dalla tesi di Hector Avalos, secondo cui la circoncisione sarebbe stata in origine un segno di riconoscimento per marchiare gli schiavi[2]. A guardar bene, già in epoca medievale un rabbino di Orléans del XII secolo, Joseph Bekhor Shor, commentava 17,11 («Vi lascerete circoncidere la carne del vostro prepuzio e ciò sarà il segno dell’alleanza tra me e voi») sulla base del rapporto schiavo-padrone («Un marchio e un segno che io sono il signore e voi gli schiavi»). Le spiegazioni di Avalos e di Bekhor Shor – che certo non esauriscono la complessità dei significati e la polisemanticità del segno della circoncisione – aggiungono un elemento che si accorda con il contesto in cui la circoncisione potrebbe essere diventata non solo un segno dell’alleanza e dell’appartenenza al Dio di Israele, ma anche una rivendicazione identitaria rispetto ai Greci che osteggiavano la circoncisione.

Se ora guardiamo all’alleanza della circoncisione inserendola nel complesso della Scrittura, dobbiamo notare come essa sia strettamente legata – nonostante le varie fasi di redazioni della Bibbia ebraica – a quelle che la precedono e a quelle che la seguono. In particolare, osservando le alleanze nella loro successione o progressione, come appaiono cioè nel canone ebraico e in quello cristiano, ed evitando riduzioni concettuali o la costruzione di sistemi teologici artificiali (come quello del dispensazionalismo, dove tutto è ordinato e rientra in una visione progressiva e tipologica delle alleanze, o quello ugualmente problematico della covenant theology), notiamo che l’alleanza della circoncisione è legata – oltre alla precedente con Abramo – all’alleanza con Noè (Gn 9,1-17) e a quella sinaitica (Es 34,10-28), e ciò segnalerebbe la continuità dell’offerta della relazione da parte di Dio.

L’alleanza della circoncisione rappresenta da questa prospettiva uno snodo importante, perché mentre quella noachide era mediata dal simbolo dell’arcobaleno, e quella di Gn 15 attraverso «pezzi» di animali, quella di Gn 17 ha a che fare – come già detto – con la carne di un corpo umano. Dopo l’alleanza della circoncisione, poi, l’alleanza sinaitica, pur con il nuovo elemento della Torah, tornerà a essere connessa con elementi estrinseci, ovvero gli animali sacrificati coi quali essa viene conclusa (Es 24,5-6), e il sangue – presente già nelle due alleanze con Abramo – continuerà ad essere presente in tre delle successive alleanze[3]. Ma quanto ora appena accennato, e che meriterebbe ben altro approfondimento, ci permette di passare al Nuovo Testamento: non tanto alludendo al sintagma che ricorre in At 7,8, o a quanto Gesù dice della circoncisione in Gv 7,21-23, e nemmeno alla scena della sua circoncisione in Lc 2,21.

Per comprendere come i cristiani si siano trovati in mezzo a quella che si può definire la «tempesta perfetta» – perché il cristianesimo, fondato in un contesto giudaico e da un ebreo, attrarrà presto diversi non circoncisi – orientiamo queste ultime battute verso Col 2,11, in cui si parla della «circoncisione di Cristo». Questa non riguarda però il prepuzio, quanto piuttosto la sua morte. Si tratta cioè, in analogia con quanto avviene al membro virile, di una «spogliazione del corpo di carne» che Cristo ha compiuto nella sua morte. Per affermare ciò non solo non c’è bisogno di conferire un significato sostitutivo alla frase «circoncisione fatta da mano d’uomo», che svaluta la circoncisione, mentre è sufficiente dire che il corpo offerto da Cristo è il suo corpo circonciso, e che la circoncisione è, ancora metonimicamente, rappresentazione di una morte.

La circoncisione di Gn 17 allora può ben rappresentare l’offerta di sé, diventando un presupposto di partenza anche per l’alleanza di cui si parla nei testi neotestamentari, anche perché nell’alleanza conclusa da Gesù di Nazaret vengono recuperati diversi elementi già presenti in Gn 17: Gesù rinnova l’alleanza – se non nel prepuzio, che pure aveva già la funzione metonimica di cui si è detto – nel suo intero corpo; il sangue dell’alleanza di Abramo è ancora evocato, ma nel sangue di Cristo; infine, rispetto all’alleanza dei pezzi o a quella sinaitica, che prevedevano sacrifici animali, quella di Gesù è compiuta nella sua stessa carne. Non si può pertanto giungere alla conclusione, basandosi su testi del Nuovo Testamento, che l’alleanza di Abramo ha cessato di esistere nel compimento di essa attraverso Cristo: saranno piuttosto le polemiche successive tra sinagoga e comunità messianica, e la situazione creatasi dopo la seconda rivolta giudaica, che arriveranno, nel contesto di una polemica fortemente antigiudaica, a criticare anche la circoncisione in sé.

Affermazioni paoline polemiche sulla circoncisione in quanto tale, perciò, devono essere contestualizzate rispetto ai destinatari a cui l’Apostolo si rivolgeva, ovvero i pagani che aborrivano la circoncisione. Il testo di Col 2,11 a cui abbiamo accennato mostra infatti un’altra visione da parte dell’Apostolo o della sua scuola, quando la circoncisione viene considerata come immagine della morte di Cristo. Siamo all’interno di una teologia che è la stessa intrapresa da Paolo, quella del confronto con la circoncisione di Abramo, ma che per i Gentili – i quali non potevano tollerare di esporre il prepuzio mutilo – non potrà essere che simbolica, ma ugualmente fondata sulla concreta circoncisione del prepuzio di cui si parla per la prima volta nella Bibbia in Gn 17.


[1] Quando se ne parla, ciò avviene o in testi oscuri, o in senso metaforico, come in espressioni quali circoncisione del cuore, del labbro o dell’orecchio.

[2] Cf. H. Avalos, «Circumcision as a Slave Mark», Perspectives in Religious Studies 42 (2015) 259-274.

[3] Si tratta delle alleanze di Ezechia, Giosia e Neemia (anche se in quest’ultima è assente l’elemento del sacrificio).

Isacco, il figlio imperfetto e la sua "legatura". Lectio di don Gianni Marmorini. Video e audio

Il 6 febbraio 2026 è continuato il percorso del SAB sul libro della Genesi con don Gianni Marmorini, che ci ha introdotto in uno dei testi più commentati di tutta la Bibbia, ovvero la “legatura di Isacco” (episodio più noto come “sacrificio” di Isacco).

Don Gianni Marmorini, parroco di Papiano (AR), appassionato di Sacra Scrittura e collaboratore della Fraternità di Romena, ha pubblicato nel 2018 una monografia intitolata “Isacco. Il figlio imperfetto” (edizioni Claudiana), nella quale presenta una tesi originale su una possibile disabilità del figlio della promessa fatta ad Abramo. Tale impostazione permette di rileggere l’intero episodio di Genesi 22, nel quale il Signore chiede ad Abramo di “offrire” il proprio figlio sul monte Moria, da una prospettiva totalmente diversa.

Il prossimo incontro si terrà il 20 febbraio con Laura Invernizzi che ci parlerà di Sara.

La "prima parola" in Genesi 1: Lectio di Giulio Michelini (la prima Parola di Dio) e Ombretta Pettigiani (la prima Parola all'umanità)

In occasione della Domenica della Parola 2026 fr. Giulio Michelini e sr. Ombretta Pettigiani hanno tenuto nella Cattedrale di Perugia due brevi Lectiones sulla "Parola di Dio" nel primo capitolo di Genesi. Di seguito, i due testi da scaricare.

Il “ciclo di Abramo” (Gen 12-25), lectio del prof. Fabrizio Ficco. Video e audio

E' proseguita la lettura del libro della Genesi con il prof. Fabrizio Ficco, docente stabile presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, checi ha introdotto nel cosiddetto “ciclo di Abramo” (Genesi, capitoli 12-25).

Don Fabrizio insegna Antico Testamento e, in particolare, tiene corsi e seminari sul Pentateuco, e ha al suo attivo diverse pubblicazioni, tra le quali segnaliamo quella che verrà presentata anche venerdì all’incontro del SAB, ovvero l’edizione della Bibbia – da lui curata in collaborazione con altri studiosi – chiamata “Scrutate le Scritture” (San Paolo 2020).

L'incontro si è tenuto il 23 gennaio presso il Convento Monteripido. Di seguito il video e l'audio dell'incontro.

Il prossimo incontro si terrà venerdì 6 febbraio 2026, con la lectio di Gianni Marmorini sulla legatura di Isacco.

Ancora sul Targum di Genesi 3 e il peccato di Adamo ed Eva: un articolo di Paul Flesher, «Essere Fedeli al Testo. Dalla Genesi a Harry Potter»

La Lectio di Giovanni Lenzi sulla traduzione in aramaico (Targum) del racconto del peccato di Adamo ha suscitato molto interesse e tante domande. Per approndire questo tema presentiamo di seguito un contributo di uno studioso di Targumim dell’Università dl Wyoming, Paul Flesher (Direttore del Religious Studies Program).

Autore di diversi volumi e di molti articoli su riviste bibliche specializzate, si è anche occupato dei film statunitensi di grande distribuzione che fanno uso della religione sia in modo esplicito sia implicito, mettendo in evidenza in quale modo i film utilizzano esplicitamente testi religiosi (rinarrando storie tratte dalla Scrittura) e come le questioni e i problemi dell'oggi influenzano il modo in cui tali racconti vengono proposti.

La cosa interessante del contributo di Flesher è che a suo parere i film elaborano il proprio messaggio in maniera molto simile a quella adottata dagli antichi Targum aramaici. Per dimostrarlo, approfondisce proprio la questione del peccato di Adamo nel testo del Targum Neofiti.

Presentiamo una nostra traduzione dell’articolo apparso nel 2008 con il titolo «Being True to the Text: From Genesis to Harry Potter», nella rivista Journal of Religion & Film (Vol. 12, 2), e può essere integralmente scaricato dal sito: https://digitalcommons.unomaha.edu/jrf/vol12/iss2/1

Dei Verbum: il sessantesimo anniversario del documento del Concilio sulla Parola di Dio. Un articolo da "Avvenire"

Pubblichiamo un articolo dal quotidiano "Avvenire" del 7 dicembre 2025, con un'intervista al biblista Pietro Bovati sul documento che ha cambiato l'approccio dei cattolici alla Bibbia.

Il SAB di Perugia attivo da un decennio. 10 anni, 98 incontri, 44 esperti, 9 libri biblici letti, mostre, concerti e... cacce al tesoro

Il Settore per l’Apostolato Biblico della Diocesi di Perugia – Città della Pieve, istituito all’interno dell’Ufficio Catechistico dall’allora Arcivescovo di Perugia, S.E. Card. Gualtiero Bassetti, il 16 dicembre 2016, compie dieci anni di attività. L’obiettivo che si prefiggeva, delineato nello Statuto approvato in occasione della sua fondazione, era quello di «organizzare incontri di lettura dei libri biblici, e di promuovere altre iniziative utili alla diffusione della Bibbia anche in collaborazione con le realtà di formazione teologica presenti nel territorio e altri SAB di diocesi italiane, e fornendo materiale per l’approfondimento della conoscenza della Parola di Dio attraverso un sito internet».

Grazie alla collaborazione di quanti hanno creduto a questo progetto, e alla partecipazione di molte persone alle numerose iniziative proposte, il SAB ha potuto offrire a tanti l’opportunità di accostarsi in modo più profondo alla Parola di Dio. Un prezioso strumento in tal senso è il sito www.lapartebuona.it, dove sono disponibili le registrazioni audio e video di tutti gli incontri, insieme a molto altro materiale dedicato esclusivamente alla Sacra Scrittura.

Nel corso di questi anni (anche durante la pandemia) sono stati approfonditi diversi libri biblici: quello dell’Esodo, il libro di Tobia, di Daniele e di Ester, e quello dei Salmi, i vangeli secondo Matteo, Luca, e Giovanni, e gli Atti degli Apostoli, come anche alcuni temi quali “guerra e pace nella Bibbia” e la sinodalità.

Tra gli esperti e relatori intervenuti figurano ospiti di rilievo, tra cui il Card. Giuseppe Betori, il Card. Gianfranco Ravasi, Enzo Bianchi, Massimo Cacciari, Erri De Luca, oltre a docenti provenienti da alcune delle più importanti facoltà teologiche e università italiane: Andrea Andreozzi (Vescovo di Fano); Nisi Candido (Responsabile SAB nazionale); Gianni Cappelletto (Istituto Teologico di Assisi); Bruna Costacurta (Pontificia Università Gregoriana); Matteo Crimella (Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale); Giuseppe De Virgilio (Pontificia Università della Santa Croce); Aldo Martin (Facoltà Teologica del Triveneto); Alessio Fifi (Istituto Teologico di Assisi); Massimo Grilli (Pontificia Università Gregoriana); Renzo Infante (Università degli Studi di Foggia); Leonardo Lepore (Pontificia Università Gregoriana); Domenico Lo Sardo (Pontificia Università Antonianum); Maurizio Marcheselli (Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna); Rosalba Manes (Pontificia Università Gregoriana); Nazzareno Marconi (Vescovo di Macerata); Georges Massinelli (Istituto Teologico di Assisi); Giulio Michelini (Istituto Teologico di Assisi); Luca Pedroli (Pontificio Istituto Biblico); Romano Penna (Pontificia Università Lateranense); Pino Pulcinelli (Pontificia Università Lateranense); Ombretta Pettigiani (Istituto Teologico di Assisi); Catherine Rendu (Istituto Teologico di Assisi); Gerard Rossè (Istituto Universitario Sophia); Donatella Scaiola (Pontificia Università Urbaniana); Alberto Valentini (Pontificia Università Gregoriana); Rosanna Virgili (Istituto Teologico Marchigiano); Stefano Zeni (Istituto Superiore di Scienze Religiose “Romano Guardini”, Trento), ed esperti quali Emanuela Buccioni, Gianpaolo Masotti, Marco Cassuto Morselli, Calogero Di Leo, Matteo Ferrari, David Micheletti, Ludwig Monti, Gad Piperno, Micaela Soranzo, Teodora Tosatti, Giovanni Zampa, Marco Zappella.

Il SAB ha anche animato le “domeniche della Parola di Dio”, attraverso eventi quali celebrazioni liturgiche, concerti (del Coro Ebraico di Roma HaKol e del Coro della Comunità Magnificat), lectiones, cacce al tesoro e una importante mostra biblica ospitata nei locali della Fondazione Perugia, con esposizione di rotoli ebraici del VII secolo, preziosi incunaboli e altri volumi della Bibbia.

Tutte le attività sono state a ingresso gratuito, grazie al contributo della Diocesi di Perugia, della Fondazione Perugia e il patrocinio, per alcuni eventi, del Comune di Perugia. Ringraziamo tutti coloro che ci hanno sostenuto, e chi, in particolare, ha finanziato il restyling del sito www.lapartebuona.it.

PROGRAMMA SAB 2025-2026. Tornare al Principio: lettura del libro della Genesi

Il programma del Servizio per l’Apostolato Biblico (SAB) della Diocesi di Perugia – Città della Pieve offre quest’anno la lettura di alcuni brani salienti del primo libro della Sacra Scrittura, il libro della Genesi. A partire da una introduzione storico-letteraria, si approfondiranno alcune pagine fondamentali esplorando i multiformi significati di quelle storie che vedono come protagonisti di volta in volta i progenitori dell’umanità, Noè, Abramo, Isacco, Sara, i fratelli Giacobbe ed Esaù, Giuseppe. Un particolare rilievo verrà dato alla lettura psicanalitica delle vicende di Caino e Abele. Tutti gli incontri (tranne la lectio di Massimo Recalcati) si terranno dalle ore 19.00 alle ore 20.00 presso il salone san Francesco del Convento Monteripido, Via Monteripido 8, Perugia, e sono trasmessi in diretta YouTube. Info sul sito www.lapartebuona.it

È previsto anche un pellegrinaggio in Armenia (partenza 1 luglio 2026), durante il quale si approfondiranno i brani sul diluvio e le tradizioni sull’arca e il monte Ararat.

Il libro di Rut - Un commento del filosofo Massimo Cacciari

Di seguito il commento al libro di Rut, "Rut la moabita. Donna, straniera e madre" di Massimo Cacciari, pubblicato in Gilberto Gillini - Mariateresa Zattoni - Giulio Michelini, Rut. La straniera coraggiosa, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2009, 25-33.

Formato pdf: Massimo Cacciari - Rut la moabita

 

Massimo Cacciari - Rut la moabita. Donna, straniera e madre

Nomi di donne

Tra i tanti nomi della genealogia di Gesù, con i quali Matteo fa iniziare il suo Buon Annuncio, a differenza di quello che accadeva quasi sempre nelle genealogie ebraiche, figurano nomi di donna.

E si tratta di donne affatto particolari; non di quelle che illustrano la casa di Israele, come le grandi figure di Rachele, Lia, Sara.

“Al loro posto” troviamo invece i nomi di Rut, di Tamar, di Raab e di «quella di Uria», l’ittita, Betsabèa, la donna di Davide.

Non può essere certo un caso che Matteo le collochi nella genealogia del Salvatore, “dimenticando” quelle che figurano come le autentiche “madri” di Israele. Le quattro che egli menziona sono tutte, per un verso o per l’altro, donne “ultime”; ma appunto «gli ultimi saranno i primi» e «Dio ha scelto i poveri, i deboli del mondo».

Di Tamar si parla in Genesi 38.

È la sposa del primogenito di Giuda, Er, la madre di Fares, l’antenato di Davide e di Booz, figura quest’ultima che ritroveremo nel Libro di Rut. Rifiutata da Er, Tamar è costretta a prostituirsi per aver un figlio dallo stesso Giuda. La prima donna che Matteo ricorda è perciò costretta a un simile atto per garantire quella discendenza che condurrà allo stesso Salvatore.

Raab è la famosa prostituta di Gerico. Poiché sa che il Signore ha assegnato la sua terra a Israele, ella confessa che «il Signore vostro Dio è Dio lassù in cielo e quaggiù in terra» (Gs 2,11), e nasconde nella sua casa quegli esploratori che Giosuè aveva mandato a Gerico per prepararne la conquista, sottraendoli così alla cattura e alla morte.

Betsabèa è segno di uno dei peccati mortali di Davide. Desiderata con passione indomabile da Davide, ella è tuttavia anche quella di Uria l’ittita. E Davide manda a morte, nell’assalto contro gli Ammoniti, Uria per nascondere il proprio peccato. Natan profeta lo accusa e Dio lo punisce facendo morire il figlio che ha da Betsabèa. Ma Betsabèa concepirà poi da Davide il grande Salomone.

Betsabèa è figura profondamente diversa da quelle di Tamar e di Raab. Tanto queste appaiono attive, operose, determiniate, tanto Betsabea ci appare passiva e silente, una figura che soffre misteriosamente, coinvolta in vicende che la travolgono, senza che ella possa né impedirle né giudicarle.

E ora Rut, la moabita. Tra le donne della genealogia ricordate da Matteo è lei la più inquietante, e “giustamente” a lei il Primo Patto dedica un brevissimo, ma fulminante libro.

I moabiti sono una stirpe che inizia col superstite di Sòdoma, Lot. Fuggito da Sòdoma in fiamme Lot si ritira con le figlie sulle montagne. Le figlie lo ubriacano e giacciono con lui per avere discendenza; una situazione che per certi versi ci ricorda quella di Tamar. La prima di queste figlie concepisce Moab, mentre la seconda colui che sarà il capostipite degli Ammoniti. Perciò entrambi, l’Ammonita e il Moabita, saranno indicati lungo tutta la tradizione biblica come popoli incestuosi. Essi non entreranno nella comunità del Signore: «Nessuno dei loro discendenti, neppure alla decima generazione, entrerà nella comunità del Signore» (Dt 23,4). Ed ecco che proprio una moabita è l’antenata di Davide e perciò dello stesso Messia!

D’altronde, anche prima di Matteo, Rut figurava tra gli antenati del grande Davide, e perciò le era dedicato quel piccolo, grande Libro, che nella Bibbia ebraica è collocato tra gli “Scritti”, insieme ai Salmi, ai Proverbi, a Giobbe e al Cantico. A mio avviso questa collocazione è assai più consona al carattere del Libro di quella cristiana, che lo colloca, come già i Settanta, tra i Libri storici, ma per motivi del tutto estrinseci. Sembra che il Libro risalga al IV-V secolo a.C., un periodo molto significativo per la storia di Israele, un periodo nel quale Israele lotta per difendere l’integrità del proprio culto nei confronti di popoli, culture e tradizioni straniere, un periodo di conservazione, si potrebbe dire, anche in seguito alla grande catastrofe dell’esilio. E ciò fa emergere ancora di più la straordinarietà della testimonianza che ci offre il libro di Rut.

 

Umiltà che lotta

Il contenuto del libro è noto, ma vale la pena ricordarlo. Un uomo di Betlemme di Giuda è costretto ad emigrare dalla sua terra a quella di Moab a causa di una carestia. Emigra con la moglie Noemi (che significa “dolcezza”) e i suoi due figli. La famiglia si stabilisce nel territorio di Moab senza alcun conflitto con gli indigeni che vi risiedono (o almeno nulla si dice a proposito), e tuttavia è colpita spietatamente dal Signore. È una sorte, la sua, simile a quella di Giobbe. “Senza ragione” il Signore li mette alla prova più dura.

Dopo la morte del marito Noemi deve piangere anche quella dei figli, uno dei quali si era sposato appunto con Rut. Noemi muta, allora, il suo nome in quello di Mara (che vuol dire “amarezza”) e dice alle nuore: «Io sono troppo infelice per potervi giovare, poiché la mano del Signore è stesa contro di me» (Rut 1,13). Noemi è abbandonata, sola e straniera nella terra di Moab. E invita le due nuore ad abbandonarla, a non seguirla nel suo disperato ritorno in Giudea.

Pur addolorata di dover abbandonare la suocera, una di esse decide di stare col suo popolo. Rut invece, senza spiegarne il motivo, apparentemente senza alcuna ragione, non si stacca da Noemi-Mara. «Non insistere con me perché ti abbandoni – ella dice – perché dove andrai tu andrò anche io, dove ti fermerai mi fermerò. Il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio. Dove tu morirai, io morirò e sarò sepolta. Il Signore mi punisca come vuole se altra cosa che la morte mi separerà da te» (Rut 1,16-17). È una parola assolutamente imprevedibile, fatta di amore assoluto, una decisione che nulla calcola, che nulla scambia. Puro dono. E tuttavia è testimonianza di un amore totalmente umano e terreno; Rut ama in modo incondizionato una persona in carne ed ossa. Non si è convertita al Dio di Noemi, ma poiché ama Noemi fa proprio anche il Dio di quest’ultima. Al Dio di Israele ella perviene attraverso l’amore per questa sua prossima, per il suo prossimo più abbandonato derelitto, disperato.

E dunque Rut lascia la sua terra i suoi consanguinei, abbandona tutto “ il suo” per donarsi tutta all’altra.

Matteo non poteva non ricordare in questa figura le radicali parole della “decisione” di Gesù stesso: «Lascia tutto, seguimi» (cfr. Mt 19,21). Così fa Rut: per seguire Noemi lascia perfino il suo Dio, e si umilia ai mestieri più poveri, spigolando dietro i contadini, raccogliendo ciò che avanza dal loro lavoro, come i più poveri dei poveri in Israele.

Noemi senza marito e senza figli; Rut senza figli, vedova, e per di più straniera, e non una straniera qualsiasi, ma una moabita, una del popolo incestuoso e maledetto. Entrambe ridotte all’umiltà totale: umili davvero da humus, letteralmente “a terra”.

Ma Rut è della stirpe di Tamar e di Raab. La sua umiltà è fatta anche di lotta. Ella lavora nelle campagne di Booz (che significa “in lui la forza”). Pur essendo un parente di Noemi, egli non ha alcun obbligo diretto di accudirne la famiglia. Tuttavia dà cibo e lavoro alla moabita, la accoglie e lentamente (se ne accenna nel racconto, anche se con grande pudore) prova affetto per questa straniera, fino a riscattarla dal primo parente e a farla sua sposa. Dal legame tra Rut e Booz nascerà il padre del padre di Davide.

 

Una conquista disarmante

Ma come ha potuto Rut “conquistare” Booz, il “forte”? Non viene agli inerti e ai negligenti la libertà; essa viene soltanto a coloro che vogliono ardentemente conquistarla. Sta scritto: il regno dei cieli sarà dei “violenti”, dei biastoi, termine non diversamente traducibile. Soltanto bia, per forza e violenza, attraverso la porta più stretta, è “assalibile” il regno dei cieli.

Rut perciò è insieme perfettamente umile e perfettamente decisa ad ottenere la sua liberazione. Come una figlia di Lot, entra nel letto di Booz per averlo. Né Booz si stupisce che Rut voglia giacere con lui; se non la tocca, è perché proprio allora capisce di volerla in sposa e di fronte ai testimoni dice: «Ecco Rut è diventata mia sposa» (cfr. Rut 4,9-11).

Apertura e paradossalità dei testi biblici, scevri da ogni ipocrisia e moralismo, davvero liberi dal cattivo senso comune.

Rut conquista il suo uomo con un gesto “scandaloso”. E proprio questo viene benedetto dal Signore! Nasce così il figlio Obed, che sarà il padre di Iesse, padre di Davide.

Ma questo Obed non è solo il figlio di Rut, è anche il figlio di Noemi! «Noemi prese il bambino e se lo pose in grembo e gli fu nutrice. E le vicine dissero: “È nato un figlio a Noemi!”» (Rut 4,16-17). Il legame tra le due donne è tale per cui è come generassero insieme. Il topos biblico della donna vecchia, senza più speranza, che riesce ancora partorire, qui si ripete. Il puro dono di amore di Rut a Noemi si “incarna” in Obed.

 

La sacralità dello straniero

Cerchiamo di approfondire ancora la carica provocatoria di questo Libro.

Anzitutto, qui si pone “in crisi” quell’esclusivismo di Israele, di cui nella Bibbia stessa possiamo trovare innumerevoli testimonianze: Israele è solo, é la sposa pura che nessuno può contaminare, etc. In Rut troviamo l’altra faccia del Grande Codice: lo straniero (non soltanto colui che ospitiamo e diventa proselita, cioè vive presso di noi, “integrato” in noi), lo straniero davvero totalmente tale è sacro. Dio non vuole sia toccato. Anzi, è proprio lui che si deve amare. Questo è il timbro biblico che verrà assunto con univoca purezza nelle parole di Gesù. L’amore supera ogni differenza di razza, di gente, di costume, di tradizione.

Ma il racconto di Rut pone un problema infinitamente più radicale.

Abbiamo detto che ella segue Noemi e che solo attraverso Noemi aderisce al Dio di Israele. Ma chi è questo Dio? Far proprio il Dio vittorioso è facile; nell’antichità classica ciò accadeva costantemente; è ben noto che quando i Romani ponevano l’assedio ad una città, prima di distruggerla, ne invocavano gli Dei, invitandoli a passare dalla loro parte, invitandoli ad entrare nel loro Pantheon. È sempre stato facile aderire al Dio dei vincitori. Rut invece segue Noemi, che dal suo Dio è stata addirittura abbandonata. Rut segue il Dio dei vinti e condivide l’amarezza dei suoi fedeli. Così Gesù sulla croce obbedisce al Dio che l’ha abbandonato. Lui abbandonato vuole che si segua la volontà del Dio che abbandona, dell’opposto esatto del Dio che si manifesta per segni di vittoria.

Un passo ulteriore: il Dio che abbandona è nella sua essenza il Dio “non mio”, il Dio cioè di cui mai posso “impadronirmi”. Ma questa è la verità stessa del Dio biblico. L’insistenza biblica sul Dio nascosto, sul silenzio di Dio, sulla sua stessa “ira”, che altro non significa che il suo silenzio o il suo abbandonarci, non esprime se non la verità del fatto che il rapporto dell’uomo con Dio non potrà mai essere improntato a termini di acquisizione e di possesso. Mai Dio può essere fatto “ente” o “cosa” su cui costruire tranquille dimore. Mai può essere ridotto a mio certo fondamento. In ciò consiste la provocazione fondamentale del libro di Rut.

Capace di perfetto amore è una straniera in Israele; ella perviene al Dio di Israele solo attraverso l’amore, anzi: l’aver cura concreta del prossimo; questo Dio non è “suo”, poiché mai Dio può trasformarsi in fondamento o possesso, poiché Egli è Voce che chiede di essere seguita e di tutto abbandonare per seguirla; infine, per seguire tale Voce, per “liberarsi” ad essa, occorre forza, energia, occorre apparire anche “violenti” agli occhi di ipocriti e scribi, alla “troppo umana” misura delle loro “leggi”.