
Verso la Quaresima. Commento al vangelo del Mercoledì delle ceneri (Mt 6,1-18)
(Mt 6,1-18) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c'è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque, quando fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un'aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».
Commento di G. Michelini
Elemosina, preghiera e digiuno erano pratiche centrali nella vita religiosa al tempo di Gesù. Non erano gesti marginali, ma vie concrete per vivere davanti a Dio. Anche la tradizione ebraica le considerava decisive: un antico commento rabbinico afferma che tre cose allontanano il decreto severo di Dio – la preghiera, la carità e la conversione («Tre cose annullano il severo decreto di Dio: la preghiera, la carità, la Teshuvà (la penitenza)»; Qohelet Rabba 5,6). Nel libro di Tobia, Tobit è presentato come uomo giusto proprio perché pratica molte elemosine e opere di misericordia. Gesù, dunque, non mette in discussione queste pratiche. Le presuppone. Le riconosce come buone. Ciò che vuole purificare non è il gesto esteriore, ma l’intenzione del cuore.
Quando parla dell’elemosina, invita a non “suonare la tromba”. L’immagine è forte: forse richiama anche le “trombe” del Tempio di Gerusalemme, i contenitori per le offerte che stavano vicino al tesoro, dove il rumore delle monete poteva attirare l’attenzione su chi vi gettava il denaro. Ma al di là del riferimento concreto, il senso è chiaro: non fare del bene per essere notato. Non trasformare un atto di misericordia in un’occasione di autoaffermazione. Il bene fatto agli altri non ha bisogno di spettatori; basta che lo sappia il Padre. Questa parola invita a una libertà profonda: posso fare qualcosa di buono anche se nessuno lo vedrà, nessuno mi ringrazierà, nessuno mi stimerà di più?
Lo stesso vale per la preghiera. Anche essa può diventare una forma sottile di esibizione. Al tempo di Gesù esistevano preghiere quotidiane, formule fisse, orari stabiliti, proprio come oggi: la fedeltà alla preghiera scandiva la giornata. Gesù non elimina questa disciplina, ma chiede autenticità. Pregare non è moltiplicare parole per impressionare, né assumere un atteggiamento devoto per essere riconosciuti come pii. È entrare nel segreto, in uno spazio dove non c’è pubblico, ma solo una relazione. La domanda allora diventa personale: quando prego, sto davvero davanti a Dio, o sto semplicemente recitando qualcosa? Le mie parole nascono dal cuore o restano in superficie?
Anche il digiuno è toccato dallo stesso rischio. Nel vangelo di Matteo Gesù invita a non assumere un’aria malinconica per far vedere che si sta digiunando. Un antico scritto cristiano, la Didachè, testimonia come nelle prime comunità si riflettesse anche sui giorni da scegliere per il digiuno, distinguendosi da altri gruppi. Ma Gesù va oltre la questione dei calendari e delle regole: il punto non è quando digiuni, ma per chi lo fai. Se il digiuno diventa motivo di orgoglio o di distinzione, perde il suo senso. Se invece resta nascosto, può diventare un gesto di umiltà, un’offerta silenziosa, uno spazio interiore che apre a Dio e agli altri.
In tutte e tre le pratiche il pericolo è lo stesso: vivere davanti agli uomini invece che davanti a Dio. Gesù riporta tutto all’essenziale: il Padre vede nel segreto. Questo sguardo basta. La vita spirituale non consiste nel costruire un’immagine religiosa di sé, ma nel lasciare che il cuore si unifichi. La domanda che rimane, allora, è semplice e radicale: mi basta lo sguardo del Padre, oppure ho bisogno anche di quello degli altri?





