
L'ascensione del Signore - Un contributo di M. Zattoni e G. Michelini dal volume "Gesù in relazione"
Ascensione, perenne atto di amore (Lc 24,50-52)
Pubblichiamo un estratto dal libro di G. Michelini - M. Zattoni, Gesù in relazione, Queriniana 2021 (pp. 97-110), riguardante il mistero dell'ascensione di Gesù. Il commento è - come per diverse altre pubblicazioni di G. Michelini coi coniugi Gillini - a due voci.
50Poi [Gesù] li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. 51Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. 52Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia 53e stavano sempre nel tempio lodando Dio (Lc 24,50-52).
Commento di Mariateresa Zattoni
Gesù, il Risorto, è sparito. Ma perché? I discepoli, la sua famiglia, stavano quasi abituandosi a lui, stavano prendendo confidenza, familiarità: quando meno se l’aspettavano, egli c’era. «Stette in mezzo a loro» (Lc 24,36; Gv 20,19.26); attenzione, non “appariva” tipo fantasma o tipo presenza da seduta spiritica. Egli deliberatamente sceglieva di mostrarsi presente in mezzo a loro; lo era già, ma nella sua tenerezza quasi paterna decideva di mostrarsi, e se quelli si spaventavano, accettava di rassicurarli: mostrava le piaghe, mangiava pesce arrostito, ecc. Dice esattamente Luca nel prologo agli Atti degli apostoli: «Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio» (At 1,3).
Eppure, a un certo punto, sparisce. Luca ci aveva in qualche modo preavvertito nel finale della vicenda dei due discepoli di Emmaus. Il Risorto, in incognito, aveva spiegato loro le Scritture che lo riguardavano, durante la via. Arrivata la sera, e i due viandanti sanno bene come è pericoloso camminare al buio e allora lo invitano a fermarsi, un atto di gentilezza, di ospitalità, si preoccupano di non lasciarlo solo. «Egli entrò per rimanere con loro» (Lc 24,29) ci informa l’evangelista. Dunque, lo sconosciuto viandante accetta l’offerta, vuole rimanere. Ma durante la cena, dal suo modo di spezzare il pane, i discepoli lo riconoscono. E scoppiano di gioia, «ma egli sparì dalla loro vista» (Lc 24,31). È veramente un atteggiamento incomprensibile, misterioso: non accetta abbracci, contatti, tentativi di essere trattenuto. Ma perché?
Il testo forse più esplicito su questa stranissima “fuga” dai suoi è forse quello di Luca, incisivo, sorprendente. «Poi li condusse fuori verso Betania» (Lc 24,50): è Gesù che conduce i suoi, è consapevole di ciò che sta per fare. «E, alzate le mani, lì benedisse» (Lc 24,50): è un atteggiamento di vicinanza, di intimità. «Mentre li benediceva si staccò da loro e veniva portato su, in cielo» (Lc 24,51): proprio mentre sparisce fa un gesto di vicinanza, pone una apparente distanza, irrecuperabile; i suoi non potevano più toccarlo, sentire nelle mani la novità del suo corpo risorto.
«Veniva portato»: i teologi chiamano questa modalità passiva del verbo un “passivo divino”: Gesù sta tornando in famiglia, dal Padre e dallo Spirito, questo suo ascendere non è iniziativa sua, è l’ultimo segno di obbedienza. Veniva portato dove? «In cielo», parole cui troppo spesso abbiamo dato significati extraterrestri, da naso in su, equivocando! Diceva un professore di fisica in un liceo: “i cristiani sono ignoranti, se il loro Signore fosse andato in cielo, ci starebbe ancora salendo per milioni di anni”. “Forse l’ignorante è lei, professore!” – ha ribattuto uno studente che raccontava l’episodio – “i cristiani non pensano al cielo fisico!”, e dunque i cristiani non stanno con il naso in su.
Il cielo è il luogo della profondità, della vicinanza nuova, dello “stare con” in modo nuovo, misterioso e sorprendente. È vero – come vedremo – per accedere a questo “luogo” occorre in qualche modo rinunciare alla modalità tipicamente umana del contatto per giungere a una vicinanza nuova. Continua il testo lucano: «Ed essi si prostrarono davanti a Lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia» (Lc 24,52). Altri testi evangelici narrano invece di stupore, di senso di abbandono, ma qui cerchiamo di stare di fronte a questa “grande gioia” (che non vuol dire ovviamente “meno male che se n’è andato!”). È qualcosa di inedito, perfino di incomprensibile.
Ci facciamo aiutare da un fenomeno che i neonatologi chiamano “fenomeno della permanenza” entro il primo anno di vita; il neonato è totalmente succube del sistema percettivo: con frequenza – per sfamarlo e per cambiarlo – due occhi, un naso e una bocca si chinano su di lui; e così si sente accudito, coccolato; si forma così il volto materno che però – quando si allontana – percettivamente sparisce nel nulla; è a dire: se quel volto non lo vedo, non esiste più. Mano a mano il neonato impara a fare versetti di richiamo che fanno “apparire” la mamma, ma poi il volto amato sparisce di nuovo nel nulla, quando si allontana. Passa il tempo, e attorno ai nove mesi però può verificarsi un nuovissimo fenomeno: il bambino cianciotta, emette i suoi versetti e da un’altra stanza una voce gli risponde: “Vengo, amore mio!”. In quell’istante il piccolo ha la percezione che la mamma c’è, anche se non la vede! E scoppia di felicità: sorrisi, urletti, sgambettii... il ritratto della gioia. Questo è un fenomeno tipicamente umano, attraverso cui siamo passati tutti: il superamento del dato percettivo.
Mutatis mutandis, ovviamente, qualcosa di lontanamente simile ci dice quella “grande gioia” dei discepoli. La vicinanza e la benedizione del Risorto hanno allargato i loro orizzonti: anche se asceso al cielo, l’amico, Maestro e Signore c’è, esiste, non è sparito nel nulla, non si è vanificato. Anzi, il suo esserci è finalmente dilatato. Per questo il Risorto può dire ai suoi: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20): è la promessa dell’Emmanuele, il Dio-con-noi, promessa con cui è abitato nel seno di sua Madre, promessa con cui abita (con la stessa intensità) dentro ciascuno di noi che lo accoglie, cioè nella sua Chiesa, corpo di cui lui è il capo. Certamente, anche per i discepoli l’allontanarsi di Gesù non è stato facile, avranno provato nostalgia, senso di abbandono, desiderio di contatto: «essi stavano fissando il cielo, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo» (At 1,11).
Ma questa sparizione del Risorto dice molto, molto di più: non solo non è un abbandono, ma è un atto di estrema fiducia nei suoi, una sorta di certificato di maturità, una profondissima cura del loro attaccamento, del loro volergli bene. Infatti, mentre ascende al cielo, il Risorto dà loro dei compiti, compiti incommensurabili, così pieni di fiducia e di amore da lasciarci sbalorditi: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,19-20).
Eppure il Risorto sa bene che non sono perfetti, sa bene che alcuni dubitano ancora, sa bene che perfino gli fanno domande sbagliate, sa bene che non sono stati con lui nei durissimi momenti della sua passione. Ma li invia, promettendo la sua vicinanza, la sua assistenza. Ma non si aspetta che facciano tutto giusto! La sua presenza non sarà quella del maestrino con la matita rossa e blu, non sarà quella di correggere puntualmente i loro errori, di rubare loro la dignità, di farli sentire inadeguati e infelici. È la presenza della fiducia, del saper cogliere quel poco o tanto di amore che riescono a mostrargli, che sa godere dei loro successi e piangere con loro dei loro fallimenti. In sintesi, l’ascensione di Gesù è un atto di amore. Un amore gratuito, non condizionato, non misurato e non misurabile.
Quanto abbiamo da imparare in famiglia dall’ascensione del Risorto! La famiglia è il luogo delle ascensioni, piccole o grandi. Se non vi abitano le ascensioni, la famiglia diventa un luogo tutto piatto, orizzontale, asfissiante. Un luogo dove le vocazioni non sono più possibili.
Cerchiamo ora di esaminare le “ascensioni familiari” da due punti di vista: da quello dei genitori che devono “lasciare andare” e da quello dei figli che non devono venire meno ai loro compiti evolutivi.
Dalla parte dei genitori: oggi più che mai è difficile tirarsi indietro, non essere intrusivi, agitati, in ansia per il bene dei figli. Il clima culturale che respiriamo ci induce a “fare tutto per loro”, a essere sempre presenti, spesso asfissianti. Ma dietro quest’ansia, come vedremo, c’è un grande bisogno di potere e di controllo sulla vita dei figli. Cioè tutto il contrario di quel grande atto di amore e di fiducia che è l’ascensione del Risorto.
Per ora, ci accontentiamo di esaminare piccole ascensioni spontanee che ci fanno sorridere, in clima di famiglia. Ecco il quadro dei primi passi: il piccolo, attorno ai due anni, pare scoprire la posizione eretta: si aggrappa alla veste del genitore e si tira su sulle proprie gambe soddisfatto. Il genitore tiene la manina ben forte e con sorridente invito fa con lui i primi passi. Ma quando il bambino si sente sicuro, molla la mano adulta, e tenta il passo da solo. Allora il genitore sereno avanza di qualche passo, gli allarga le braccia e lo invita: “vieni!”. Quando il piccolo lo raggiunge, non si sa chi è più soddisfatto: se il piccolo perché ha trovato sicurezza sulle sue gambe o il genitore perché si è fidato di lui, anche mettendo in conto solenni capitomboli. Questa è già “ascensione”, modello di tutte le ascensioni che il clima familiare esige.
Abbiamo intuito tutte le tappe che – ormai adulti – abbiamo sperimentato: è la crescita dell’autonomia, di cui dobbiamo essere grati alle generazioni che ci hanno preceduto. Apriamo ora gli occhi sulle possibili mancate ascensioni: o per affanno, ansia, sfiducia nel/la figlio/a o per eccesso di sicurezza e volontà di dominio da parte del genitore (spesso in conflitto con il collega-genitore, che la vede diversamente). Un esempio, per quanto banale: il bambino – otto anni – torna a casa con una nota sul diario, data a tutta la classe perché la maestra non è riuscita a trovare il colpevole che si autodenunciasse (qualcuno ha lanciato per aria il cancellino della lavagna colpendo il neon che si è spento con una fiammata che ha spaventato tutti). La mamma legge la nota: “Io ti conosco – sentenzia – so che sei stato tu! Non stai mai fermo e sei violento…”. Così il mattino dopo trascina il figlio in classe per chiedere scusa alla maestra e ai compagni. Mentre il figlio imbarazzato chiede scusa, si alza un compagno: “Sono stato io! Non è giusto che venga castigato lui”. La madre rimane spiazzata sul suo “sapere” del figlio, ma lo accusa di nuovo: “Perché non mi hai detto che non sei stato tu? Un coniglio, ecco cosa sei!”. Fatto vero, purtroppo. Questo tipo di madre non si arrende mai nel proprio sapere sul/la figlio/a: lui/lei deve essere sempre come lei pensa che sia. E naturalmente ciò può appartenere anche ai padri, e forse anche di più. Credere di sapere tutto del/la figlio/a: le sue qualità, i suoi difetti, persino i suoi pensieri è una muraglia contro ogni possibile ascensione.
Ma ciò si gioca soprattutto in un campo: la scelta vocazionale del figlio giovane adulto. Vi sono madri/padri che sanno in anticipo se il moroso o la morosa “fa per te”: non devi metterti con quella/o, non vedi che non è adatta/o a te? E giù consigli, ingiunzioni, minacce (“Nessuno ti amerà mai come me!”, diceva una madre; o perfino: “Il giorno del tuo matrimonio sarà il giorno del mio funerale!”). Questi genitori che – in una parola – hanno progetti inamovibili sul/la figlio/a (per il suo bene) bloccano le strade della vita che, come ben sappiamo, non sono diritte e lineari.
Di questi tempi, anche la zona vocazionale religiosa è spesso vista come un attacco: “ma dove ho sbagliato?” si chiedeva un padre davanti al secondo figlio che voleva farsi prete. Oppure: “vai, vai, tanto tornerai indietro” diceva un altro padre al figlio che iniziava un cammino in una comunità religiosa.
Assenza glaciale di ascensioni, appunto. Anche nel suo opposto che è l’immedesimazione, come quella di una madre che, il giorno della prima Messa del figlio, gli scrive un biglietto in “noi”: “Abbiamo raggiunto finalmente ciò che abbiamo sempre desiderato, mi hai fatto felice”. Ma –dicevamo – anche i figli possono contribuire alle non-ascensioni: figli chiusi in casa, demotivati, in attesa dell’approvazione dei genitori (più spesso di un genitore), figli che non si schiodano, magari hanno un lavoro e qualche rapporto sessuale occasionale, ma stanno lì a farsi riempire il piatto dalla mamma.
Essere capaci di fare le proprie scelte, è anche essere capaci di deludere i genitori: cioè “lasciare il padre e la madre”. In una parola, ascensioni mancate, vita familiare stagnante, assenza di compiti evolutivi. Non finiremo mai di scoprire che l’ascensione del Risorto è un atto d’amore perché è un compito di portata universale, un compito in cui ci vede capaci di testimoniarlo, di raggiungere tutte le zone del mondo. In lui siamo tutti dei “mandati”, cioè dei piccoli apostoli, in cui lui ha fiducia. E non ad occhi bendati.
Nell’ascensione lui dà a ciascuno di noi il massimo della libertà (“Andate”) e insieme il massimo della vicinanza (“Io sono con voi”): capolavoro del Risorto.
Commento di Giulio Michelini
Il commento di Mariateresa Zattoni sull’ascensione di Gesù al cielo fa leva su vari registri, passando tra le finali dei tre racconti sinottici (Marco, Matteo e Luca), e l’inizio degli Atti degli Apostoli. Proviamo ora ad approfondire l’idea di una molteplice modalità di raccontare come Gesù si distacca dai suoi.
Tranne che nel caso del libro degli Atti, siamo – come si è detto – alla fine dei vangeli. Il modo in cui termina un racconto è fondamentale. Non avrebbe senso seguire una storia se non si sapesse in quale modo si conclude: si rimarrebbe con un senso di incompiutezza che lascerebbe tutto incerto. Allo stesso modo, ogni narrazione ha un suo finale proprio: solo apparentemente uguale, ogni vangelo si conclude a suo modo, con quella chiusura del cerchio del racconto che l’Autore sacro ha elaborato e che lo caratterizza rispetto agli altri vangeli.
Marco, il vangelo più antico, finisce in un modo destabilizzante. Nella sua finale autentica rimane “sospeso”, con le donne che «non dissero niente a nessuno, perché avevano paura» (Mc 16,8). I versetti che si trovano dopo non vengono dalla penna di Marco (lo si capisce dallo stile, dal vocabolario, e soprattutto dal fatto che sono assenti nei manoscritti più antichi e più importanti) e sono una finale aggiunta posteriormente (e comunque considerata canonica). L’evangelista presumibilmente aveva pensato a un finale che lasciasse intendere l’idea per cui l’annuncio della risurrezione dipende dal coraggio della Chiesa: “andranno le donne ad annunciare che è risorto?”, si chiede il lettore di Marco. I credenti di oggi sono nella stessa situazione: anche questi avranno paura? In questa finale, non c’è alcun racconto di ascensione.
Matteo chiude il suo vangelo con un’inclusione che ci riporta al suo inizio. Le ultime parole di Gesù in Matteo («Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»; Mt 28,20) sono tanto importanti quanto le sue prime. Diversamente dagli altri vangeli, Gesù nel racconto di Matteo apre la bocca rivolgendosi al Battista: «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia» (Mt 3,15) e gli esperti hanno infatti notato che la parola “giustizia” è alquanto significativa per il primo vangelo, dove occorre sette volte, ed esprime il modo in cui Gesù si porrà di fronte alla Legge di Mosè (cf. Mt 5,17), che Gesù non è venuto ad abolire.
Le ultime parole di Gesù ai suoi nel vangelo secondo Matteo, invece, hanno a che fare con il suo essere con loro «fino alla fine del mondo», o, forse meglio, leggendo il greco alla lettera, «fino alla fine del tempo» (28,20). Questa frase di Gesù è una sintesi di tutto il primo vangelo, perché in essa è rievocato l’annuncio dell’angelo a Giuseppe, secondo il racconto dell’inizio, quando questi diceva «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi» (Mt 1,23). Le parole dell’angelo risuonano ora sulla bocca del Risorto: «io sono con voi tutti i giorni…» (Mt 28,20): quel Messia che secondo la profezia dell’angelo è il Dio con noi (in ebraico “Immanuel”), è Gesù di Nazaret, il crocifisso risorto, che in virtù del potere datogli in cielo e in terrà può dire di essere con noi per sempre.
Nella finale di Matteo vi è una possibile allusione all’ascensione del Risorto almeno in due elementi: questi si mostra vivo agli Undici «su un monte» (Mt 28,16), cioè in un luogo elevato; ed egli, come accennato sopra, ha ormai ricevuto «ogni autorità in cielo e sulla terra» (Mt 28,18). A riguardo di quest’ultimo elemento, si noti, non si tratta semplicemente dell’autorità che aveva il Figlio dell’uomo di rimettere i peccati (di cui l’evangelista aveva parlato in Mt 9,8), e nemmeno più solo quella di insegnare (e che tra l’altro gli viene contestata; cf. Mt 21,23): si tratta di ogni autorità, che viene dalla glorificazione del Risorto da parte del Padre, espressa con il passivo divino «Mi è stata data ogni autorità» (Mt 28,18). Sul monte, Gesù è quasi sospeso tra la terra e il cielo.
La finale di Luca è l’unica che racconti espressamente l’ascensione del Risorto, insieme all’inizio del secondo libro dell’opera lucana, gli Atti degli Apostoli. Gesù, secondo questo vangelo, dopo aver benedetto i suoi, «si staccò da loro e veniva portato su, in cielo» (Lc 24,51), idea che ritornerà all’inizio degli Atti, quando, ancora Luca, scriverà che il Risorto «fu elevato in alto» (At 1,9). I verbi che descrivono l’ascensione di Gesù nel terzo vangelo, anaphero (“portare su”), e in Atti, epairo (“alzare”, “sollevare”), sono differenti ma – come si leggeva già nel commento di Mariateresa Zattoni – sono, nei versetti citati, in forma passiva, che esprime l’essere “preso” per salire in alto. Ancora un altro verbo, sempre al passivo, analambano (“accogliere”, “levare in alto”), si trova a conclusione della bella formula di fede di Paolo, nella sua Prima lettera a Timoteo: «egli fu manifestato in carne umana e riconosciuto giusto nello Spirito, fu visto dagli angeli e annunciato fra le genti, fu creduto nel mondo ed elevato nella gloria» (1Tm 3,16).
L’ascensione di un uomo giusto non è, a leggere bene la Bibbia, una novità: già Elia «salì nel turbine verso il cielo» (2Re 2,11; cfr. 1Mac 2,58), e ancora prima si racconta di un misterioso personaggio – poi molto importante per gli apocrifi giudaici –, Enoc, il quale «fu assunto dalla terra» (Sir 49,14). Ma l’ascensione di Enoc[1], almeno nelle testimonianze più antiche (ma non, ad es., in Eb 11,5), è piuttosto un “rapimento” temporaneo in cielo, simile a quello di Paolo al terzo cielo (2Cor 12,1), e infatti tutti e due ritornano sulla terra dopo aver conosciuto i misteri di Dio per poterli poi rivelare agli uomini. Ancora, è documentata nella letteratura giudaica un’assunzione di Mosè, e anche un’ascensione di Isaia. Siamo ora giunti a un punto importante. Tutti questi uomini sono saliti al cielo perché “presi” da Dio: solo Dio può aprire la strada verso di lui, e portare a sé uomini e donne (come la Vergine Maria, secondo la fede della Chiesa). Ma rispetto all’ascensione di Gesù, vi è una differenza.
Dice Gesù a Nicodemo, nel vangelo secondo Giovanni: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo» (Gv 3,13). In questo versetto (come anche altrove, nel Nuovo Testamento[2]) si parla dell’ascensione di Gesù, ma «ciò che si riferisce in modo speciale al Figlio dell’uomo è la discesa, non l’ascesa»[3]: «anche sei i credenti posso aspirare a raggiungere un giorno Cristo in cielo (cf. Gv 14–3; 17,24), solo Gesù è sia disceso dal cielo sia ritornato ad esso»[4]. Proprio perché lui è uscito dal seno del Padre ed è tornato al Padre, i credenti in Gesù possono sperare di raggiungerlo nella sua gloria.
[1] Si veda su questo tema J. Daniélou, I santi pagani dell’Antico Testamento, Queriniana, Brescia 1988, 49-62.
[2] Oltre a Gv 3,13: Gv 6,62; 20,17; Rm 8,34 (cf. At 2,33); 10,6; Ef 4,10 (cf. At 2,34); 1Tm 3,16; 1Pt 3,22; Eb 4,14. Cf. C.M. Martini, Atti degli Apostoli, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1986, 60.
[3] R. Brown, Giovanni. Commento al Vangelo spirituale, Cittadella, Assisi 1999, 174.
[4] A.J. Köstenberger, John, Baker Academic, Grand Rapids, MI 2004, 127.





