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Il Diluvio Universale

18/01/2026

Figlio di Matusalemme, Noè è una delle figure più popolari dell’Antico Testamento; fu salvato dal diluvio insieme alla moglie, ai figli Sem, Cam e Jafet e alle loro mogli.

Il tema del diluvio è stato rappresentato fin dalle prime manifestazioni dell’arte cristiana e le più antiche immagini di Noè si trovano nelle catacombe e nei rilievi dei sarcofagi; generalmente lo ritraggono nell’arca, come negli affreschi nella Cappella greca delle catacombe di Priscilla, in quelle di Domitilla e dei Santi Marcellino e Pietro; qui Noè è presentato come un giovane con le braccia aperte nell’atteggiamento dell’orante all’interno dell’arca a forma di cassa e verso di lui si dirige la colomba con il ramoscello d’ulivo in bocca.

Catacombe dei Santi Marcellino e Pietro (III sec.), Noè nell'arca

Nel medioevo l’iconografia di Noè acquistò particolare impulso, poiché il patriarca rappresentava il Salvatore e l’arca la nave della Chiesa, unica sede della salvezza.

Noè è il simbolo della vita che trionfa sulla morte e la sua storia ha ispirato grandi cicli narrativi, che principalmente comprendono: la costruzione dell’arca;

Cronache di Norimberga, (1493) Costruzione dell'arca

l’entrata degli uomini e degli animali;

Marc Chagall (1966) Musée National Marc Chagall, Nizza. Entrata nell'arca

Noè e la sua famiglia all’interno dell’arca che galleggia sui flutti; l’invio della colomba e l’arcobaleno; l’uscita degli animali dall’arca.

Cappella Palatina (1140), Palermo. Uscita degli animali dall'arca

Talvolta sono presenti anche la chiamata di Noè da parte di Dio,

Abbazia di san Pietro in Valle, Ferentillo (TR) Dio avvisa Noè (XII sec.)

l’uscita del corvo e l’innalzamento dell’altare per il ringraziamento. Tali cicli sono raffigurati, ad esempio, nei mosaici del XII e XIII secolo della cattedrale di Monreale,

Duomo di Monreale (XIII sec.)

della Cappella Palatina a Palermo e della basilica di san Marco a Venezia

Basilica di san Marco (XIII sec.)

ma, nello stesso periodo, anche in numerose miniature, come quelle della Bibbia Morgan (1250).

Miniatura da Morgan (1250) Library Biblical Picture Book, New York

Tra i numerosi artisti che hanno affrontato questo tema lungo i secoli vi è Michelangelo, che nella Cappella Sistina narra l’episodio attraverso una folla di ben sessanta piccole figure per lo più nude, ma colte in tutta la loro drammaticità.

Michelangelo, Cappella Sistina (1509)

Nella raffigurazione del diluvio l’artista, però, si stacca dall’iconografia tradizionale tralasciando la costruzione dell’arca, l’entrata e uscita degli animali e il sacrificio di ringraziamento di Noè, scegliendo, invece, l’immagine degli uomini disperati perché esclusi dalla grazia di Dio. Sono ben identificabili i tre gruppi umani che, secondo l’interpretazione dell’episodio da parte di Ugo da San Vittore, si sono formati all’arrivo del diluvio. Innanzitutto ci sono i giusti nell’arca, dove trovano la salvezza, mentre i malvagi tentano di assalirla con una scala o farla a pezzi con un’accetta. Tutte le altre persone, pur non essendo così malvagie, sono perdute a causa del loro attaccamento alle cose del mondo; c’è chi cerca rifugio sulla terraferma portando vistosamente i propri beni, chi cerca di salire sugli alberi, mentre altri portano sulle spalle i propri familiari. Tra questi c’è una madre che stringe tra le braccia il suo bambino in segno di protezione, mentre un altro figlio le si aggrappa alla gamba. Michelangelo nella rappresentazione del diluvio crea anche un legame tematico con la raffigurazione di Mosè che attraversa il Mar Rosso di Cosimo Rosselli, poiché entrambi gli episodi sono stati interpretati come  prefigurazione del battesimo.

Numerosi sono gli elementi simbolici presenti in questo episodio.

Innanzitutto la figura dell’arca, il cui vocabolo ebraico tebah significa ‘cassa’ ed è lo stesso vocabolo usato per il ‘cestello di papiro’ spalmato di bitume e pece in cui Mosè fu esposto fra i giunchi in riva al Nilo (Es.2,3). L’arca è simbolo della salvezza concessa a Noè, così come il cestello è immagine di salvezza e di liberazione per il popolo ebraico. Tutta la terra fu inondata, ma “La sapienza salvò di nuovo la terra sommersa per propria colpa, pilotando il giusto su un semplice legno” (Sap.10,4). L’arca è uno dei simboli più antichi e più raffigurati dall’arte cristiana; già gli scritti apostolici la mettono in relazione con il battesimo e in Giustino si trova per la prima volta l’interpretazione dell’arca come figura del legno della croce, in merito al legno e ai chiodi con cui è stata fatta. I Padri della Chiesa interpretano l’arca soprattutto come immagine della Chiesa, in cui il cristiano trova la salvezza in mezzo alle difficoltà e alle corruzioni del mondo. Giovanni Crisostomo dà una sua interpretazione simbolica: “L’arca è la Chiesa, Noè è Cristo, la colomba è lo Spirito Santo, il ramo d’ulivo è la bontà di Dio”. Un’ulteriore identificazione dell’arca col Corpo di Cristo, vede nella porta dell’arca la ferita del costato da cui passa l’unica via verso la salvezza.

Questo rapporto tra diluvio e battesimo è ricordato da Pietro in entrambe le sue lettere (1Pt.3,18-21; 2Pt.2,5), dove fa riferimento anche al numero otto: “Dio, nella sua magnanimità, pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua. Quest’acqua, come immagine del battesimo, ora salva anche voi”.

Duomo di Monreale (XIII sec.)

Otto è il numero del Nuovo Testamento, del compimento e della resurrezione.

Per Basilio il numero otto è il segno dell'infinito e dell’eterno, mentre per Asterio “nello stesso modo in cui la prima resurrezione delle razze dopo il diluvio ha avuto luogo con otto persone, così anche il Signore inaugura la nuova resurrezione dei morti l'ottavo giorno, quando, dopo essere rimasto nel sepolcro, come Noè nell'arca, egli pone fine al diluvio dell'impurità e istituisce il battesimo della rigenerazione, essendo stati sepolti con lui nel battesimo, partecipiamo della sua resurrezione”. E Giustino commenta: “Il giusto Noè con gli altri uomini del diluvio, cioè la moglie e i tre figli e le loro mogli, formavano il numero otto e offrivano il simbolo dell'ottavo giorno in cui Cristo apparve resuscitato dai mortiOra il Cristo...è diventato il capo di un'altra stirpe, quella che è stata generata da lui attraverso l'acqua, la fede e il legno che conteneva il mistero della croce; allo stesso modo in cui Noè fu salvato dal legno dell’arca portato sulle acque con i suoi". A questo si aggiunge anche la colomba, che ritorna all’arca dopo otto giorni, portando nel becco il ramoscello d’ulivo.

La colomba è stata sempre considerata come simbolo della pace, ma allude anche all’Annunciazione in riferimento alla grazia dello Spirito Santo disceso su Maria. Giustino, avendo  interpretato il battesimo come una ripetizione del diluvio e Cristo come il nuovo Noè, vede nella colomba dopo il diluvio una prefigurazione dello Spirito Santo sceso sotto forma di colomba sul battesimo di Gesù. La colomba richiama anche lo Spirito Santo che “aleggiava sulle acque” e  Didimo d'Alessandria afferma: “La colomba che ha recato il ramoscello d’olivo nell’arca annunciava la discesa dello Spirito Santo e la riconciliazione concessa dall’alto: l’ulivo è infatti il simbolo della pace” (De Trinitate).

In contrapposizione alla colomba abbiamo, invece, il corvo, che è considerato abile e astuto; nella narrazione del diluvio universale è rappresentato mentre abbandona l’arca o sopra i cadaveri che galleggiano. Il fatto che il corvo non sia tornato all’arca è stato visto dai Padri come l’immagine del demonio o comunque del peccatore che si abbandona ai piaceri del mondo.

Un altro elemento simbolico è il numero quaranta: è il numero biblico della tribolazione e della prova. In tutta la Scrittura esprime il tempo della lunga attesa e della purificazione: il diluvio, infatti, durò quaranta giorni e quaranta notti e Noè attese altri quaranta giorni prima di toccare la terraferma salvata dalla distruzione (Gen.7,4-12; 8,6). Altrettanti giorni furono quelli di permanenza di Mosè sul Sinai per ricevere le Tavole della Legge (Es.24,38) e quaranta giorni durò anche il cammino nel deserto del profeta Elia prima di giungere al monte Oreb (1Re 19,8) e il periodo di penitenza della città di Ninive (Gio.3), mentre quarant’anni durò il viaggio nel deserto degli Israeliti dopo essere usciti dall’Egitto. Quaranta giorni impiegano, poi, gli esploratori d’Israele per completare la ricognizione della terra promessa dopo la partenza dal deserto di Paran (Nm.13,25). Nel Nuovo Testamento anche Gesù, prima di iniziare la sua vita pubblica, si ritira nel deserto digiunando quaranta giorni e quaranta notti. Infine, per quaranta giorni Gesù appare ai discepoli dopo la Resurrezione istruendoli sulla loro missione nel mondo prima della sua ascesa al cielo.

Infine vi è il simbolo dell’arcobaleno. L’apparire dell’arcobaleno sulle nubi ha evocato, fin dalle origini dell’uomo emozioni di stupore, anche di natura religiosa, tanto che è stato raffigurato in numerose opere d’arte lungo i secoli. Nella Bibbia si fa più volte riferimento all’arcobaleno: nel libro di Ezechiele(1,28) il profeta dice: “simile a quello dell’arcobaleno fra le nubi in un giorno di pioggia.Così percepii in visione la gloria del Signore.” Allo splendore dell’arcobaleno fanno riferimento anche due passi del libro del Siracide. (43,11;50,7) e due dell’Apocalisse (4,3;10,1).Nel mosaico della Basilica di San Marco a Venezia (XIII sec.) è raffigurato l'arcobaleno nella scena di Noè che libera gli animali dall'arca. L’arcobaleno, distinto in fasce di quattro colori, parte dall’arca, dove Noè libera la colomba, e si staglia nel cielo attraversando la famiglia di Noè e gli animali che vengono a mano a mano fatti uscire.

Basilica di San Marco, Venezia (XIII sec.)

L’arte contemporanea vede in Marc Chagall un particolare interprete dell’arcobaleno, che l’artista raffigura in due grandi tele: Noè e l’arcobaleno e la Creazione dell’uomo.

Nella tela di Noè è un angelo a portare l’arcobaleno che ha perduto il colore iridato per diventare puro raggio di luce. Noè, con la veste blu, e l’arcobaleno sono simbolo di armonia e serenità, mentre le altre figure sono disordine e agitazione. Da un villaggio col fuoco fuggono le folle tendendo le braccia al cielo, incarnazione dell’umanità sofferente. Al centro un altare con l’offerta dell’agnello sacrificale, ma l’altare diventa simbolo nella casa in fiamme del villaggio con l’agnello sul tetto: l’immagine biblica è posta nel quotidiano.

Marc Chagall, Noè e l'arcobaleno

La tela della Creazione dell’uomo presenta Adamo che, abbandonato nelle braccia dell’angelo, si contrappone alla figura del Crocifisso nella sfolgorante girandola della Creazione. Al centro della girandola appare il sole, sfera di fuoco il cui ruotare mischia colori caldi e freddi: il giallo luminoso del cielo, l’azzurro della terra e culmina nella grande figura del Cristo crocifisso. La nascita dell’uomo e la morte di Cristo sono accostate: è l’angelo, immagine di Dio, che porta l’uomo ancora addormentato, sotto il quale è già arrotolato in serpente. L’uomo soccomberà alla caduta, ma nella presenza del Cristo c’è la speranza della Redenzione.

Marc Chagall, La Creazione dell'uomo

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