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Il commento a Genesi di rav Jonathan Sacks, in traduzione italiana: Alleanza e conversazione, Edizioni Giuntina. Estratto di un capitolo, piano dell'opera e rassegna stampa

09/01/2026

Volentieri pubblichiamo - con l'autorizzazione dell'editore Giuntina, che ringraziamo - un estratto dal Commento alle parashot di Genesi di Jonathan Sacks, ora in traduzione italiana. Di seguito, anche il piano dell'opera e altre informazioni su questo importante progetto editoriale che permette ai lettori italiani di conoscere la profondità dell'esegesi giudaica.

Estratto dal capitolo Vestiti di luce, pp. 51-53

Le parole “polvere sei e alla polvere tornerai” svegliarono per la prima volta Adamo alla coscienza della propria mortalità. Non esiste consapevolezza più profonda di questa – che un giorno il mondo sarà senza di noi e noi senza il mondo. Gran parte della civiltà si è rivoltata contro il preciso fatto che le nostre vite sono finite, un nanosecondo nel contesto dell’eternità; che a prescindere da quanto a lungo viviamo, il nostro tempo è limitato e fin troppo breve.

La Torà tace sui pensieri di Adamo subito dopo questa scoperta, ma possiamo ricostruirli. Fino a quel momento la morte non aveva penetrato la sua coscienza, ma adesso eccolo faccia a faccia con essa. Se fosse mortale, che cosa sarebbe sopravvissuto? Qualcosa di lui avrebbe continuato a esistere anche quando lui stesso non ci fosse più stato? Fu allora che Adamo ricordò le parole rivolte da Dio alla donna: avrebbe partorito figli – con dolore, certo, ma avrebbe portato al mondo nuova vita.

Immediatamente Adamo si rese conto che, nonostante la morte, se abbiamo il privilegio di avere dei figli qualcosa di noi sopravviverà: i nostri geni, la nostra influenza, il nostro esempio, i nostri ideali. Questa è la nostra immortalità. Questa idea, di fatto, ha modellato il carattere dell’intero ebraismo in contrapposizione con la maggior parte delle altre culture dei tempi antichi e moderni. La torre di Babele e i grandiosi edifici di Ramses II – le due visioni più rilevanti che la Torà ci dà degli imperi del mondo antico – sono testimonianze dell’idea di sconfiggere la morte edificando monumenti che sopravvivano ai venti e alle sabbie del tempo. L’ebraismo fa propria l’idea del tutto diversa secondo la quale vinciamo la morte scolpendo i nostri ideali nei cuori dei nostri figli, e questi in quelli dei loro figli, fino alla fine dei tempi. Mentre gli antichi popoli della Mesopotamia e dell’Egitto pensavano alle costruzioni, Abramo e i suoi discendenti pensavano ai costruttori (“Non chiamarli ‘i tuoi figli’ ma ‘i tuoi costruttori’”).[1] L’ebraismo è diventato la religione più di tutte incentrata sui figli.

C’è tuttavia una differenza significativa tra immortalità individuale e l’immortalità che otteniamo con coloro cui diamo la vita e che continueranno a vivere dopo di noi. La seconda, infatti, non può essere raggiunta da soli. Fino al momento in cui divenne conscio della propria mortalità, Adamo poteva considerare la moglie come semplice ezer kenegdo, che viene tradotto di solito “aiutante adatto” – un assistente, non un uguale. “Si chiamerà donna [ishà] perché è stata tratta dall’uomo [ish]” (2,23), dice Adamo. Ai suoi occhi Eva era una propria estensione.

Adesso ha una conoscenza diversa. Senza di lei, lui non potrà avere figli, e i figli sono la sua parte di eternità. Con questa consapevolezza Adamo smise di pensare a Eva come a un aiutante. Era una persona indipendente – perfino più di quanto lo fosse lui, dal momento che sarebbe stata di fatto lei, e non lui, a partorire. Da questo punto di vista Eva era più simile a Dio di quanto lui avrebbe potuto essere, poiché Dio è “colui che porta nuova vita all’essere”.

Quando Adamo fece queste riflessioni la sua recriminazione si esaurì, perché si accorse che l’esistenza fisica, la “nudità”, non era semplicemente motivo di vergogna. La relazione fisica tra marito e moglie ha una dimensione spirituale. Da una parte è il desiderio più animale, dall’altra ciò che ci conduce più vicino possibile al principio della stessa creatività divina, il principio secondo cui l’amore crea la vita. Questo è ciò che accadde quando Adamo si voltò verso la moglie, per la prima volta la vide come persona e le diede un nome individuale, Eva, che significa “colei che dà vita”.


[1] Talmud, Berakhot 64a.

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