• 1 Dicembre 2020 0:36

La parte buona

UN HUB PER CONOSCERE E DIFFONDERE LA BIBBIA

La Parola di Dio in tempo di epidemia. «Ascoltare le Sacre Scritture per praticare la misericordia» (Aperuit Illis 13). Un intervento sull’Osservatore Romano, di Giulio Michelini

In questo tempo così difficile di epidemia, coloro che normalmente partecipano alle celebrazioni eucaristiche domenicali e feriali si sono trovati sconcertati e spiazzati dall’impossibilità di prendervi parte. Ma l’incontro con il Dio di Gesù Cristo può essere mediato attraverso la preghiera personale e la lettura orante della Parola di Dio. Si moltiplicano, a riguardo, tanti strumenti scaricabili via internet che offrono opportunità di studio e meditazione della Bibbia.

La lectio divina non ci deve però lasciare immobili, o inerti, semplicemente bloccati nelle nostre case, e anzi ci deve preparare a esercitare adesso, e ancor più quando l’emergenza sarà terminata, la misericordia. Essa è già vissuta ora da tutti coloro che si occupano di quanti sono stati colpiti dal Coronavirus, e si prodigano negli ospedali o in altri modi; è messa in pratica anche da quanti hanno responsabilità perché il nostro paese possa garantire la vita comune e i servizi essenziali; è vissuta in prima linea da chi si prende cura di poveri, anziani, persone sole…, ma può essere messa in atto da tutti, per esempio nei confronti dei familiari o delle persone con cui si vive e con le quali si condividono spazi ristretti, e nei cui confronti bisognerà essere ancor più amabili e capaci di esercitare la pazienza.

La stessa misericordia sarà certamente ancor più necessaria quando finalmente cesserà l’emergenza che tiene tutti a casa. Non riusciamo nemmeno ad immaginare, adesso, su cosa i cristiani saranno chiamati ad intervenire, ma siamo certi che questa situazione non lascerà nessuno come prima. Ecco perché le seguenti riflessioni vogliono rispondere alla domanda: la preghiera, e in particolare l’ascolto e la lettura della Parola di Dio, sono capaci di motivarci ad andare verso l’altro, oppure rischiano di farci avvitare in riflessioni autocentrate o astratte, o in aridi intimismi? Una volta gustate la bellezza e la ricchezza inesauribile della Bibbia, torneremo alla celebrazione dell’eucaristia o ci basterà quanto avrà saziato la nostra fame, ovvero «ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4; cf. Dt 8,3)?

Seguiremo la traccia della Lettera Apostolica Aperuit Illis di Papa Francesco, l’ultimo documento pontificio che si sia occupato della Parola di Dio, leggendone da vicino soprattutto il tredicesimo paragrafo. Ci soffermeremo, per far questo, sui due testi biblici proposti dal Papa nel citato documento, i due di Emmaus (Lc 24,13-35) e la parabola del ricco e di Lazzaro (Lc 16,19-31), ai quali affiancheremo anche la pagina del cieco nato (Gv 9,1-41).

Papa Francesco ha dedicato molta attenzione al ruolo della Bibbia nella vita della Chiesa. Già nella Evangelii gaudium esortava alla lettura, allo studio, alla predicazione della Sacra Scrittura, soprattutto nella forma liturgica dell’omelia (cf. nn. 135-159). Ora, con il “motu proprio” Aperuit Illis torna sull’argomento, preoccupato che quanto auspicato dal Concilio Vaticano II – ovvero il ritorno della Bibbia nella vita dei credenti – tardi ad essere messo in atto. L’istituzione per la Chiesa universale di una “Domenica della Parola di Dio” – ribadita con questo documento – è uno strumento importante, che potrà efficacemente riattivare il desiderio di conoscere le Scritture e metterne in pratica i contenuti.

Nell’Aperuit Illis Francesco commenta brevemente il testo di riferimento che dà il titolo al “motu proprio”, cioè la pagina dell’incontro tra il Risorto e i due discepoli che stanno andando a Emmaus (Lc 24,13-35). Si potrà notare – specialmente ora, in questo tempo di epidemia – che essi sono prigionieri di un vero e proprio loop, un circuito della delusione nel quale si scambiano parole, anzi, si “fanno un’omelia” (cf. il verbo homileō al v. 24,15) che impedisce loro di comprendere il mistero della passione, morte e risurrezione di Gesù. È solo l’incontro con il Risorto che li spinge a uscire dall’impasse in cui si trovano, perché Gesù, senza negare quanto di doloroso i due si sono detti, aggiunge, a partire dalle Scritture (Lc 24,27: «cominciando da Mosè…»), quell’“altra versione” della storia che i discepoli affranti non conoscono ancora. Così, dopo aver riconosciuto Gesù nello spezzare il pane, i due possono compiere una prima forma di misericordia verso gli altri: quella dell’annuncio, riferendo agli Undici ciò che era accaduto lungo la via (cf. Lc 24,35).

I due di Emmaus, divenuti “apostoli” della risurrezione, ci permettono così di riconoscere che anche l’offerta della Parola al popolo di Dio è un’opera di misericordia. Nel n. 5 del “motu proprio”, Francesco afferma infatti che «i Pastori in primo luogo hanno la grande responsabilità di spiegare e permettere a tutti di comprendere la Sacra Scrittura. Poiché essa è il libro del popolo, quanti hanno la vocazione di essere ministri della Parola devono sentire forte l’esigenza di renderla accessibile alla propria comunità». Nel tempo in cui ai fedeli non è possibile partecipare alla Messa, rimane la possibilità di nutrirsi del sacramento della Parola, e i Pastori sono i primi che possono occasionare e offrire meditazioni, letture, commenti alla Sacra Scrittura, nelle varie modalità che la tecnologia oggi permette di fare.

Arriviamo ora al paragrafo 13 della Lettera Apostolica Aperuit Illis – quello maggiormente legato al nostro tema – che iniziamo a commentare però a partire da un’altra affermazione di Papa Francesco, che si legge poco sopra: «Abbiamo bisogno di entrare in confidenza costante con la Sacra Scrittura, altrimenti il cuore resta freddo e gli occhi rimangono chiusi, colpiti come siamo da innumerevoli forme di cecità» (AI 8). Troviamo in queste parole una prolessi alla parabola di “Lazzaro e del ricco epulone” del paragrafo tredicesimo del “motu proprio”, perché la Scrittura viene ora descritta come un antidoto alle chiusure dello sguardo, alle quali siamo purtroppo tutti facilmente inclini. La Parola di Dio diventa così – continua Papa Francesco – l’unico modo per attuare un «riconoscimento fra persone che si appartengono» (AI 8), riconoscimento che altrimenti diventa troppo difficile se non impossibile da compiere.

Ci torna alla mente una scena narrata soltanto dal Quarto vangelo, pagina che inizia proprio con lo sguardo di Gesù, sguardo diverso – come vedremo tra poco – da quello dei suoi discepoli e di altri del suo popolo. Alludiamo al racconto della guarigione del cieco nato, che prende l’avvio da un elemento non secondario: Gesù ha visto quell’uomo («Passando, Gesù vide un uomo cieco dalla nascita»; Gv 9,1). Mentre Gesù si è accorto di quel povero, cioè lo ha veramente visto, i discepoli si pongono domande teologiche e si occupano solo superficialmente delle implicazioni della sua cecità: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» (Gv 9,2). Si noti che la questione sollevata dai discepoli rifletteva probabilmente un dibattito documentato nella tradizione rabbinica: si credeva che si potesse peccare anche prima della nascita, come dimostrerebbero le storie di due fratelli gemelli, Giacobbe ed Esaù (Esaù sarebbe stato nemico di Giacobbe ancora prima di venire al mondo, secondo un’interpretazione del Sal 58,4: «Sono traviati i malvagi fin dal seno materno, sono pervertiti dalla nascita i mentitori»). Altre discussioni riguardavano poi la possibilità che la cecità di una persona derivasse da peccati commessi dai genitori prima della sua nascita: se questi avessero peccato gravemente, i figli sarebbero nati zoppi, o con disabilità.

Ma la pagina giovannea sembra voler mostrare che queste discussioni allontanano sempre più quell’uomo «che stava seduto a chiedere l’elemosina» (Gv 9,8) dallo sguardo di riconoscimento di cui parla Papa Francesco nella Aperuit Illis. I farisei e gli altri che poi interrogheranno il cieco guarito arriveranno anche ad espellere il cieco nato dal loro gruppo (cf. l’aggettivo aposynagōgos, «escluso dalla sinagoga», in Gv 9,22 e poi anche in 12,42; 16,2). Quelle che dovevano essere «persone che si appartengono» (AI 8) sono ormai divise da una distanza incolmabile, perché adesso quell’uomo espulso non è nemmeno più considerato come appartenente alla sinagoga.

Ora, Papa Francesco quasi alla fine della Lettera Apostolica scrive: «Un’ulteriore provocazione che proviene dalla Sacra Scrittura è quella che riguarda la carità» (AI 13), e offre come esempio la parabola di Lazzaro e dell’uomo ricco. La parabola, esclusivamente lucana, si trova nel capitolo sedicesimo del Terzo vangelo, all’interno di una sezione dedicata all’insegnamento itinerante di Gesù che prende l’avvio con la sua partenza per Gerusalemme (Lc 9-51-24,53); più precisamente, è collocata nella seconda sezione del viaggio, caratterizzata proprio dall’alto numero di parabole e dall’invito ad accogliere il Regno (Lc 13,22-17,10).

Ne riassume il passaggio fondamentale, quello che gli esegeti chiamerebbero il turning point, Papa Francesco: «Quando Lazzaro e il ricco muoiono, questi, vedendo il povero nel seno di Abramo, chiede che venga inviato ai suoi fratelli perché li ammonisca a vivere l’amore del prossimo, per evitare che anch’essi subiscano i suoi stessi tormenti. La risposta di Abramo è pungente: «Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro (Lc 16,29)» (AI 13).

Per comprendere questa parabola, si dovrà ricordare che essa è «lo sviluppo teologico di quella precedente (cf. Lc 16,1-9)», detta dell’“amministratore scaltro”, ed «è interamente giocata su un esempio contrario, perché quanto il ricco compie contraddice l’insegnamento di Gesù. Il denaro può diventare un idolo ed esercitare una signoria riservata solo a Dio» (M. Crimella, Luca. Introduzione, traduzione e commento, San Paolo, Cinisello Balsamo [MI] 2015, 266). L’esegeta Matteo Crimella motiva il confronto tra le due parabole in questo modo: «Il lettore è condotto dalla narrazione stessa a stabilire un paragone fra l’epulone e l’amministratore astuto: essi sono agli antipodi, perfettamente speculari. L’amministratore, infatti, arriva al paradosso della spregiudicatezza per assicurarsi un futuro, l’epulone è invece chiuso nella torre d’avorio della propria ricchezza, concentrato sull’oggi e sulla sua breve durata; per l’amministratore il tempo è breve, ma c’è spazio di manovra; per il ricco è ormai troppo tardi» (Ibid., 266-267).

Il “ricco epulone”, dunque, non avrebbe ascoltato l’insegnamento di Gesù sulla ricchezza veicolato appena sopra, nella trama del Vangelo lucano, attraverso la parabola dell’amministratore disonesto: non ha ascoltato «Mosè e i profeti» (Lc 16,29). Questa espressione, una variante della frase più comune «Legge e Profeti», si trova solo nel Vangelo secondo Luca e mai negli altri vangeli (vedi però Gv 1,45) o nell’intero Antico Testamento o nei testi rabbinici, ma si legge negli scritti di Qumran. Poiché essa sembra descrivere in forma metonimica l’intera Scrittura ebraica, in tal modo nella parabola viene ribadito il valore perenne della Torà e del suo commento attraverso i Profeti, come anche la lettura sinagogale che di tali libri si praticava abitualmente (cf. I.H. Marshall, The Gospel of Luke. A commentary on the Greek Text, Eerdmans, Grand Rapids, MI 1978, 639).

Ma, guardando ancora più a fondo, a cosa in particolare starebbe alludendo Abramo, quando cita al ricco epulone «Mosè e i profeti»? Sembrerebbe, dal contesto della parabola, che il riferimento sia a quei molti testi della Bibbia ebraica nei quali si insegna ad avere cura del prossimo, e specialmente dei poveri. Tra questi, vi potranno essere, certamente, i seguenti passi, che vogliamo proprio ricordare: Dt 14,28-29; 15,1-3;7-12; 22,1-7; 24,7-15; Is 3,14-15; 10,1-3; 58,6-10; Ger 7,5-6; Ez 18,1-18; Am 2,6-8; 5,11-12; 8,4-6; Mic 2,1-2; 3,1-4; Zc 7,9-10; Ml 3,5.

Se il ricco ha chiuso gli occhi al povero Lazzaro, è perché ha chiuso prima le orecchie alla Parola di Dio. Così scrive nel “motu proprio” Papa Francesco: «Ascoltare le Sacre Scritture per praticare la misericordia: questa è una grande opportunità posta dinanzi al lettore della parabola e davanti a tutti i credenti. La Parola di Dio – scrive Francesco – «è in grado di aprire i nostri occhi per permettere di uscire dall’individualismo che conduce all’asfissia e alla sterilità mentre spalanca la strada della condivisione e della solidarietà» (AI 13).

Nella Scrittura è detto tutto ciò che è necessario per la salvezza (cf. Dei Verbum 11), e vi sono espresse chiaramente le indicazioni per porsi in modo giusto di fronte agli altri. Sono le Scritture Sacre di Israele, rilette e confermate nel vangelo di Gesù Cristo, a segnare la via buona per compiere le opere di misericordia. Queste Parole, che oggi rimangono la consolazione dei fedeli in tempo di crisi ed epidemia, non semplicemente soddisfano la nostra fame e sete di incontro con Dio, ma ci spingono a compiere il bene nei confronti degli altri, in particolare dei bisognosi.

 

Giulio Michelini, Osservatore Romano, 28 marzo 2020, p. 7