Buon Natale e Hag Sameach

Auguri a tutti i nostri lettori per un Santo Natale. E auguri ai fratelli Ebrei per la festa di Hanukkah, la festa che anche Gesù ha celebrato, come si legge nel Vangelo secondo Giovanni (10,22: “Ricorreva allora a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno“).

La festa del Natale e quella di Chanukkah quest’anno coincidono. Pubblichiamo, a riguardo, due articoli dall’Osservatore Romano del 22 dicembre, il primo di Oren David, su Hannukah, il secondo del rav Abraham Skorka, amico di Papa Francesco.

Buon Natale, e Hag Sameach. La redazione del sito lapartebuona.it.

 

Luce che disperde le tenebre, di Oren David, Ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede

Quest’anno la festività ebraica di Chanukkà cade in coincidenza del Natale, due feste di luce che portano gioia e felicità all’inizio dell’inverno. Tale piacevole coincidenza ricorre alla fine di un anno molto importante e speciale poiché si sono celebrati i 25 anni dell’allacciamento delle relazioni tra Israele e Santa Sede con un concerto di musica sacra ebraica al Tempio Maggiore di Roma e con l’emissione congiunta di un francobollo che raffigura la chiesa di San Pietro e la sinagoga, entrambe a Cafarnao, come simbolo della speciale relazione tra ebraismo e cristianesimo.

Chanukkà ricorda la vittoria dei maccabei sui dominatori greci-siriani avvenuta nel II secolo a.C. e le celebrazioni di purificazione e riconsacrazione del Tempio a Gerusalemme da loro profanato dopo il rifiuto degli ebrei di accogliere nei loro riti e preghiere le divinità pagane. Non tutti gli ebrei dell’epoca rifiutavano ogni aspetto della cultura greca, ma volevano difendere anche la propria specificità culturale che, in qualche modo, coincideva con la religione rigorosamente monoteista. Antioco IV, il sovrano dell’epoca, non accettava questo desiderio di libertà da parte di un popolo non molto numeroso e, quindi, davanti al netto rifiuto di accogliere l’idolatria greca, scelse un atteggiamento violento e persecutorio per colpire il cuore della fede ebraica e così distruggerla.

Gli ebrei del tempo, quindi, decisero di combattere per la libertà e per la fede monoteista e, contro ogni aspettativa, i pochi vinsero contro i molti e il Tempio, che era stato profanato, venne liberato. Per restituire il luogo sacro ai fedeli era necessario riconsacrarlo con l’accensione del Candelabro che non doveva mai essere spento: l’unico olio rimasto poteva ardere per un solo giorno, e per prepararne dell’altro occorrevano otto giorni. Nonostante il rischio che la fiamma si spegnesse, si decise di non aspettare e di riconsacrare immediatamente il Tempio ed è qui che si compì il miracolo: l’olio bruciò per tutto il tempo che occorse per preparare quello nuovo.

È proprio in ricordo di questi avvenimenti che nasce questa festività che dura otto giorni e che in ebraico significa proprio “riconsacrazione” o “inaugurazione”. Le famiglie ebree di tutto il mondo nelle loro case durante i giorni della festa accendono le candele una in più ogni giorno utilizzando un candelabro speciale a nove bracci chiamato hanukkiah. La prima sera, si accendono lo shamash, la candela che viene utilizzata per accendere tutti gli altri lumi, e la prima candela, accompagnando il rito con una benedizione. La seconda sera, si accendono lo shamash e due candele e così via fino a quando, l’ultima notte, tutto il candelabro risplenderà di una luce che non deve essere utilizzata per illuminare un luogo; sono lumi sacri di ringraziamento, infatti durante l’accensione così si recita: «Noi accendiamo questi lumi in ricordo dei miracoli e della liberazione e delle prodezze e delle salvezze e dei prodigi e delle consolazioni che facesti ai nostri padri in quei giorni in quest’epoca per mezzo dei tuoi santi sacerdoti. Tutti gli otto giorni di hanukkà questi lumi sono sacri e non possiamo servirci di loro, ma solo guardarli, per rendere omaggio al Tuo Nome per i Tuoi miracoli e i Tuoi prodigi e le Tue salvezze».

È tradizione accendere i lumi vicino alla finestra perché possano essere visti, per gioirne e per ricordare non solo la sacralità della vita ma anche l’importanza degli ideali per cui si vive. Il trionfo dei maccabei sui greci-siriani è un evento storico fondamentale perché ha assicurato la sopravvivenza del monoteismo ebraico e, di conseguenza, di tutti i monoteismi. Senza questa vittoria il mondo sarebbe stato molto diverso.

San Giovanni Paolo II — durante l’incontro con la comunità ebraica nella sinagoga di Roma il 13 aprile 1986 — ha definito con precisione il legame profondo e l’affinità tra le nostre due fedi dicendo che: «La religione ebraica non ci è “estrinseca”, ma in un certo qual modo, è “intrinseca” alla nostra religione». È particolarmente simbolico che i Libri dei Maccabei, che non sono una parte integrante della Bibbia ebraica, facciano parte della Bibbia cattolica e ortodossa e descrivano eventi che sono festeggiati dagli ebrei di tutto il mondo. Papa Francesco in più occasioni ha ricordato le radici ebraiche del cristianesimo e ha chiaramente detto — nel discorso alla delegazione di rabbini “Mountain Jews” del Caucaso nel novembre 2018 — che «un cristiano non può essere antisemita. Le nostre radici sono comuni. Sarebbe una contraddizione della fede e della vita». Recentemente, all’udienza generale dello scorso 13 novembre, parlando dell’antisemitismo ha ricordato che «questo non è né umano né cristiano. Gli ebrei sono fratelli nostri! E non vanno perseguitati. Capito?». Sono parole importanti perché sfortunatamente stiamo vivendo un periodo storico in cui il fenomeno dell’antisemitismo è in costante crescita in tutto il mondo a un livello mai più registrato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Nell’attuale periodo storico, quindi, Chanukkà assume un significato ancora più forte e importante e ci auguriamo, in questo periodo di festa, che le sue luci e quelle del Natale possano aiutare a disperdere le tenebre e a guidarci verso un futuro di conoscenza reciproca, di relazioni, di pace e amicizia tra ebrei e cattolici e tra tutti gli appartenenti alla comunità umana.

 

Speranza di pace. Dal giardino dell’Eden alla nascita di Gesù, di rav Abraham Skorka

Uno sguardo alla nostra storia umana ci pone di fronte da un lato a molte straordinarie conquiste scientifiche e tecniche e, dall’altro, a una vorace autodistruzione. Lo stesso genio che scopre e crea spesso sembra incapace di controllare i propri impulsi dannosi.

Il libro della Genesi descrive come Dio ha benedetto l’umanità perché si moltiplicasse e dominasse la terra (Genesi, 1, 28). Ma Dio è andato oltre, ponendo un limite per ricordare agli esseri umani che non hanno il potere assoluto sul mondo creato. Era un limite semplice: astenersi dal mangiare il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male. Secondo alcuni saggi midrashici (Bereshit Rabbah, 15:7) quel frutto era un semplice fico, altri invece hanno suggerito frutti differenti. La diversità di opinione suggerisce che il divieto in questo racconto è più simbolico che letterale. A rivelarne il senso più profondo sono probabilmente le parole di tentazione del serpente. Mangiando il frutto, dice, «diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male» (3, 5). Eliminare la presenza di Dio dalla realtà umana e sostituire a Lui esseri umani che conoscono il bene e il male e che quindi, presumibilmente, sono capaci di agire senza limiti o controllo, è la tentazione alla quale hanno ceduto gli esseri umani archetipi trasgredendo all’unica regola data da Dio.

Il Giardino dell’Eden, un paradiso che il Creatore ha preparato per l’umanità, può essere inteso come il luogo dove gli esseri umani, la natura e Dio vivevano tutti in armonia. Nella visione degli autori della Genesi, l’umanità ha rotto questa armonia primordiale.

I due tratti che caratterizzano la storia umana, la creatività e la distruzione, nella tradizione ebraica corrispondono rispettivamente alla speranza di un ripristino dell’armonia tra Dio e l’umanità, in contrasto con la vile ambizione di potere assoluto da parte degli uomini. La prima conduce sulla via della pace, la seconda è stata fonte di ispirazione per tutti i demagoghi e i tiranni che hanno perpetrato orribili massacri e le cui minacce continuano a oscurare il futuro dell’umanità. Isaia, 11 annuncia la venuta di un discendente di re Davide, sotto il cui regno sarà ripristinata l’armonia tra gli uomini, la natura e Dio. Questo agente unto di Dio (mashiaḥ) compirà le intenzioni di Dio per una realtà di pace in un mondo redento. Da allora, la speranza di una realtà umana diversa è uno degli elementi centrali della fede d’Israele. Ha permesso al popolo ebraico di superare le numerose tragedie che ha dovuto affrontare e di continuare a vivere e prosperare. Attraverso uno dei figli d’Israele — Gesù — questa speranza messianica del tempo di Dio che verrà è stata trasmessa alle culture di molti popoli nel mondo. Oggi i cristiani esprimono la stessa speranza di un mondo in pace, forse con più grande anelito, nelle loro preghiere e celebrazioni nel periodo di Natale.

E quindi, con queste riflessioni, porgo alla comunità cristiana i miei sinceri auguri per un tempo di Natale felice e profondamente significativo. Che la vostra celebrazione della nascita, dell’attribuzione del nome e della circoncisione di Gesù rinnovi la speranza cristiana e la dedizione al tempo di Dio che verrà, e in tal modo porti luce a un mondo spesso afflitto da conflitti e violenza.