Ancora su Benigni, Sanremo, e il Cantico dei Cantici – La risposta della biblista Rosanna Virgili su Avvenire del 19 febbraio 2020

Riportiamo di seguito il carteggio tra un lettore che scrive ad Avvenire a proposito di un testo pubblicato su Avvenire dalla biblista Rosanna Virgili.

Qui il pdf: Rosanna Virgili, La lunga passione della Scrittura, Avvenire 19 2 2020

Più sotto, in questo sito, la rassegna stampa completa e un nostro intervento.

 

Da Avvenire:

Gentile direttore, naturalmente “Avvenire” è libero di ritenere che il fatto di avere, sia pure «per un solo attimo, travisato totalmente il senso» del Cantico dei Cantici (articolo a pagina 23 di sabato 8 febbraio 2020) «non può inficiare la stupenda, appropriata, preziosa» interpretazione di Benigni (commento alle pagine 1-3). Meno libero, credo, di affermare: «Gran peccato che la Chiesa abbia impedito per secoli l’accesso a questo tesoro», il che significherebbe che un qualsivoglia fedele, che in un qualsivoglia dei secoli scorsi, avesse voluto prendere in mano e leggersi l’intera Bibbia, anche in una traduzione in volgare autorizzata dalla Chiesa, ne sarebbe stato impedito dalla Chiesa stessa. Si citi anche un solo documento, del Magistero o non, purché puntuale (cioè riferito specificamente al Cantico, e senza rimandi al suo uso liturgico, il che è tutt’altra cosa) e inoppugnabile, che attesti l’esattezza di quella affermazione. Grazie dell’attenzione.

Roberto Bianchi Milano

 

Gentile signor Bianchi, la ringrazio per la sua lettera cui rispondo con vero interesse. La prima annotazione che lei fa ad ‘Avvenire”, riguardo il mio articolo, è relativa agli aggettivi che ivi ho usato. Vorrei chiarire l’equivoco in cui molti – e non solo lei – sono caduti, a questo proposito: non ho definito: «stupenda, appropriata e preziosa» l’interpretazione che Roberto Benigni ha dato del Cantico dei Cantici, ma, testualmente: «l’idea di far conoscere e gustare il Cantico» in mondovisione, un testo di poesia biblica d’amore umano, morale e spirituale di altissimo valore estetico e teologico. Sull’interpretazione di Benigni non dovevo e non mi sono espressa, perché il compito che il direttore Tarquinio mi aveva affidato era parlare del poema nel suo contesto biblico e non della sua ‘resa’ sul palcoscenico – peraltro ovviamente laica e personale dell’artista – nel contesto di un Festival della Canzone. Tra parentesi: ancorché Benigni abbia proposto l’ipotesi che il Cantico fosse stato scritto da una donna – riferendo il suggerimento di alcuni tra i più grandi studiosi al mondo – non ha citato il nome di un’interprete femminile… quindi mi riterrei ‘fisicamente’ fuori da ogni sospetto! Veniamo a ciò di cui lei mette in dubbio, invece, l’«ammissibilità»: il mio dispiacere per il fatto che la Chiesa abbia «impedito l’accesso» al Cantico dei Cantici per molti secoli.

Certamente chi avesse voluto, in passato, leggere la Bibbia, se non fosse stato analfabeta e avesse potuto acquistarne una – cosa non sempre facile in Italia! – avrebbe potuto accedere al Cantico, ma un chierico e, ancor più, un battezzato laico cattolico aveva dei paletti molto rigidi che i Documenti ufficiali della Chiesa gli obbligava. Una dottrina e un diritto che riguardava non il singolo libro del Cantico, ma tutti i libri biblici compresi quelli del Nuovo Testamento. Il Concilio di Trento (Sessione IV, 8 aprile 1546, Secondo decreto) stabilì che l’edizione Vulgata (latina, di San Girolamo) si dovesse ritenere come autentica nelle pubbliche letture, nelle dispute e nella predicazione e che nessuna Bibbia poteva essere stampata senza essere stata esaminata e approvata dall’ordinario, sotto minaccia di scomunica e di una multa. Anche chi diffondesse o semplicemente possedesse una Bibbia – non esaminata e approvata – doveva esser sottoposto alla scomunica. Dopo Trento le traduzioni principali allora esistenti (Malermi 1471 e Brucioli 1542), che avrebbero potuto dare reale accesso al Cantico a chi non conosceva il latino, furono considerate fuorilegge e fruibili solo con un permesso; per due secoli nessuna Bibbia in traduzione veniva pubblicata in Italia e per altri due, la Bibbia non appariva nelle case dei cattolici. Solo tramite il Catechismo si poteva stabilire qualche rapporto con essa; vennero composti dei riassunti moralistici e parziali, sempre con la mediazione del clero, quali il Compendio historico del Vecchio e del Nuovo Testamento cavato dalla Sacra Bibbia di Bartolomeo Dionigi (Venezia 1578), che finirà, però, all’Indice nel 1678. Nel 1757 Antonio Martini, vescovo di Firenze, diede avvio a una traduzione della Bibbia Vulgata per volontà del papa Benedetto XIV la cui diffusione fu – ahimè! – condannata nel 1820 da un altro Papa, Pio VII, e persino le copie del suo Nuovo Testamento furono, in seguito, bruciate! (Si tratta della Bibbia poi illustrata dal Dorè nell’edizione in folio del 1869-1870). La traduzione dai testi originali di Giovanni Diodati (1607) fu sempre importata in Italia dall’estero, sino all’inizio della seconda metà dell’Ottocento.

La condanna da parte dei Papi dell’attività delle Società Bibliche, nella prima metà dell’Ottocento, è ricchissima di documentazione: Pio VII (1816), Pio VIII (Traditi humilitati, 1829), Leone XII (Ubi primum, 1824), Gregorio XV (Inter praecipuas machinationes 1844); Pio IX (Qui pluribus 1846) vietarono con forza l’attività di stampa, divulgazione, lettura o detenzione delle Sacre Scritture «tradotte in volgare». Mi dica lei, se tanto non basti per parlare di «impedimento all’accesso» dei testi biblici per i credenti. Negli anni immediatamente precedenti all’unità d’Italia, la Bibbia tradotta poteva circolare solo nella clandestinità; la situazione cominciò a cambiare con papa Leone XIII con l’enciclica Providentissimus Deus (1893); sarà, indi, lo stesso Papa a dar vita alla Pontificia Commissione Biblica (1902) come organo di controllo di quanto fosse pubblicato nel campo. Agli inizi del secolo scorso nascevano, intanto, l’École Biblique de Jérusalem (1890) lo Studium Biblicum Franciscanum (1901), il Pontificio Istituto Biblico (1909), affidato ai Gesuiti, di rilievo internazionale ma con sede a Roma e quindi di particolare importanza per il nostro Paese, che ha formato varie generazioni di biblisti, tra cui anche gli attuali esperti di massimo livello scientifico, come Gianfranco Ravasi e Luca Mazzinghi, tra quelli citati da Benigni al Festival di Sanremo. Grazie al Concilio Vaticano II si stabilisce, infine, una vera cesura con il passato circa la conoscenza e la diffusione della Bibbia nella Chiesa cattolica; la sua costituzione dogmatica Dei Verbum predica finalmente la necessità che i «fedeli abbiano largo accesso alla Sacra Scrittura» (VI,22). Siamo nel 1965: poco più di cinquant’anni fa.

Mentre ringrazio ‘Avvenire’ di aver dato spazio a questo prezioso carteggio, Le rispondo, proprio con le parole appena citate del Vaticano II, dicendo che la Chiesa cattolica ha indiscutibilmente impedito – in passato – l’accesso alle Scritture e, quindi, anche al Cantico dei Cantici. Non discutiamo qui sulle ragioni per cui l’abbia fatto. E la controprova ‘storica’ ancor più recente ne è l’istituzione di una Domenica della Parola, voluta da papa Francesco e celebrata, per la prima volta, il 26 gennaio 2020 in tutto il mondo. Di grande forza simbolica è stato il regalo della Bibbia a tutti i fedeli con cui si è, almeno materialmente, passati a dar loro accesso alla Scrittura. Nella Basilica di San Pietro sono andate quaranta persone dal papa Francesco il quale ha dato loro ‘in mano’ la Bibbia. Erano calciatori, giuristi, infermieri, teologi, gente comune e in cerca di Dio.

Per quanto riguarda il Cantico, infine, e il ‘velo’ posto sulle sue parole, ne attesta ancora l’enciclica del Papa Benedetto XVI: Deus caritas est (2005), primizia del suo pontificato. Per la prima volta nei documenti ufficiali della Chiesa appare il termine greco eros per introdurre all’amore cristiano. E il Papa ne approfondisce e analizza il senso fino a dire che: «l’amore – l’eros – può maturare fino alla sua vera grandezza» (5).

Entra e argomenta sugli sviluppi del concetto di eros conferendo un grande valore a una parola sempre preclusa al tema della carità e anche all’interpretazione ‘canonica’ del Cantico. Ma non si finisce mai di stupirsi, visto che anche in questi ultimi giorni, tra gli esegeti – sorti come funghi – e i difensori della ‘verità’ del Cantico, ci sia stato chi ha detto che in esso non si parli affatto di eros. Spettatori virtuosi, ma anche lettori distratti dei documenti normativi della Chiesa.