La "prima parola" in Genesi 1: Lectio di Giulio Michelini (la prima Parola di Dio) e Ombretta Pettigiani (la prima Parola all'umanità)

In occasione della Domenica della Parola 2026 fr. Giulio Michelini e sr. Ombretta Pettigiani hanno tenuto nella Cattedrale di Perugia due brevi Lectiones sulla "Parola di Dio" nel primo capitolo di Genesi. Di seguito, i due testi da scaricare.

"Parole di Vita", la rivista dell'Associazione Biblica Italiana

È il bimestrale dell’ABI, l'Associazione Biblica Italiana, dedicato all’aggiornamento e alla formazione biblica degli operatori pastorali, grazie alla divulgazione degli studi esegetici più recenti e accreditati.

I fascicoli del 2026 saranno dedicati al Salterio:
1/2026 (gennaio-febbraio): «Lodate il Signore» – Introduzione al salterio
2/2026 (marzo-aprile): «Beato l'uomo» – Sal 1-41
3/2026 (maggio-giugno): «Come la cerva» – Sal 42-72
4/2026 (luglio-agosto): «Quanto è buono Dio» – Sal 73-89
5/2026 (settembre-ottobre): «Per noi ogni rifugio» – Sal 90-106
6/2026 (novembre-dicembre): «Rendete grazie» – SAL 107-150

Ogni fascicolo contiene, poi, alcune rubricheBibbia e scuola (indicazioni per la mediazione didattica di argomenti scritturistici); Economia (tra Bibbia e attualità); Pellegrini e pellegrinaggi (in vista del prossimo giubileo); Apostolato biblico (suggerimenti per la pstorale biblico-catechistica); Vetrina biblica (rassegna bibliografica delle ultime novità editoriali); Arte (analisi dettagliata di un capolavoro figurativo sul tema). A impreziosire l'offerta un'inserto centrale, staccabile, pensato per animatori e catechisti, come sussidio pratico per incontri formativi e di preghiera centrati sul testo biblico.

Volentieri pubblichiamo l'indice e un estratto di alcuni numeri della rivista dell'Associazione Biblica Italiana, Parole di Vita.

Editoriale Parole di Vita 4 2023

Editoriale Parole di Vita n.3 2023

Editoriale Parole di Vita 2 2023

Il mistero del discepolo amato: lectio del prof. Giuseppe De Virgilio (Pontificia Università della Santa Croce)

All'interno del percorso sul Vangelo di Giovanni non poteva mancare una Lectio sulla figura del "discepolo amato", presente in diverse parti del racconto, come anche in quello della versione dell'Ultima cena secondo Giovanni. Ne ha trattato il prof. don Giuseppe De Virgilio, Docente di Nuovo Testamento e Teologia Biblica alla Facoltà di Teologia dell'Università della Santa Croce di Roma, il 28 febbraio 2025 a Perugia. Di seguito il testo preparato dallo stesso relatore, e la registrazione video.

Audio scaricabile

Antigiudaismo nel Vangelo secondo Giovanni? Lectio di Maurizio Marcheselli, video e traccia del testo

Il 17 gennaio è ormai da ventisei anni la Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei, celebrata ufficialmente dalla Chiesa italiana.

Venerdì 17 gennaio 2025 il prof. don Maurizio Marcheselli (Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna – Università degli Studi di Bologna), uno dei maggiori esperti italiani del Vangelo secondo Giovanni, ha tenuto a Perugia una lectio su una questione delicata e attuale, riguardante il presunto antigiudaismo di questo scritto cristiano.

Sono ben note alcune espressioni che si trovano nel vangelo di Giovanni, come quella rivolta a quei “Giudei” che per Gesù avrebbero «per padre il diavolo» (Giovanni 8,44), e che sono state oggetto di ampie discussioni (ad esempio, il libro del biblista Rudolf Pesch, Antisemitismo nella Bibbia? Indagine sul Vangelo di Giovanni, Brescia 2007).

Un importante storico francese, che diede un forte impulso al dialogo ebraico-cristiano, in particolare chiedendo a papa Giovanni XXIII (nell’udienza del 13 giugno 1960) di correggere quell’“insegnamento del disprezzo” verso gli ebrei  che per secoli aveva caratterizzato la Chiesa, l’ebreo Jules Isaac (1877-1963), ebbe a scrivere sul Vangelo di Giovanni: «È quasi impossibile leggere questo Vangelo, a meno che uno non sia stato avvertito del particolare procedimento redazionale, senza provare una repulsione invincibile verso il popolo ebraico nel suo complesso» (J. Isaac, Gesù e Israele, Firenze 1976).

Maurizio Marcheselli, che ha già pubblicato due importanti contributi su questo tema, ci aiuterà a rileggere il Quarto vangelo interpretandone i passi difficili, e tenendo conto anche di quanto scritto nel documento del Concilio Vaticano II, Nostra Aetate, nel quale non solo gli Ebrei sono sollevati dall’accusa di “deicidio”, ma si auspica anche tra ebrei e cristiani una «mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto con gli studi biblici e teologici e con un fraterno dialogo».

L’ingresso all’incontro è gratuito. Info su www.lapartebuona.it

Luca Pedroli: "Gesù alle nozze di Cana": video, audio e testo

Dopo l’incontro con Erri De Luca e la lectio introduttiva sul Vangelo secondo Giovanni, tenuta dal prof. Renzo Infante, è ripreso il percorso di lettura del Quarto vangelo, con il commento al noto episodio di Gesù alle nozze di Cana di Galilea (Gv 2,1-11) con il prof. don Luca Pedroli.

Sacerdote della diocesi di Vigevano e padre spirituale del Pontificio Seminario Lombardo in Roma, è professore stabile del Pontificio Istituto Biblico, dove insegna Greco biblico e Letteratura giovannea. È docente anche presso il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia di Roma.

Al suo attivo ha diverse pubblicazioni, monografie e articoli scientifici.

ll prossimo appuntamento si terrà ancora a Monteripido (Via Monteripido 8, Perugia) con la Prof.ssa Catherine Rendu, dell'Istituto Teologico di Assisi, che terrà una lectio su "La Samaritana e l'acqua viva".

Audio scaricabile

Rassegna biblica anno 2021 e gennaio 2022

Qui si trovano e si possono scaricare gli articoli di quotidiani o riviste non specializzate che trattano della Bibbia, riguardanti vari argomenti, tra cui recensioni, anticipazioni e segnalazioni di libri.

Gennaio 2022

Dicembre 2021

Novembre 2021

Ottobre 2021

Settembre 2021

Agosto 2021

Luglio 2021

Giugno 2021

Maggio 2021

Aprile 2021

Marzo 2021

Febbraio 2021

Gennaio 2021

"Beati i poveri" - La giornata mondiale dei poveri (14 novembre 2021) - Una riflessione biblica, e la documentazione sulla visita del Papa a Santa Maria degli Angeli

Il messaggio di Papa Francesco: MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Matteo Crimella: Lectio su Gesù e i poveri nel vangelo di Luca. Perugia 8 marzo 2019. Testo, audio e video scaricabile – La parte buona

 

"Beati i poveri" - Un commento alla prima beatitudine, a cura di G. Michelini. Pubblicato sulla rivista "Credere" (Ed. San Paolo)

Introduzione alle "Beatitudini"

La ricerca della felicità

Spiegando da subito che “beato” significa “felice”, e che la beatitudine è sinonimo di felicità, potrebbe sembrare che sia tutto chiaro. Ma non è così. A guardar bene, infatti, che cosa è mai la felicità? Molti, molti secoli prima dell’era cristiana, quando i Greci ancora credevano che gli dèi vivessero sul monte Olimpo, pensavano che solo questi “super-umani” potessero essere veramente felici: la “beatitudine” era uno stato invidiabile, ma non era fatta per gli uomini. Più tardi, un pensatore del terzo secolo avanti Cristo, Epicuro, nella sua Lettera sulla felicità, ribadirà che se la divinità vive beatamente, anche gli uomini potranno essere tali, ma solo cercando il piacere, nella forma magari di un “piacere calmo”, dato dalla riduzione della sofferenza: chi non si aspetta nulla, non sarà mai deluso e potrà pensare ogni mattina alla fortuna di essere vivo e senza dolori. Se infine facciamo un salto di quasi due millenni, vediamo la felicità – Happiness – ritornare nella Dichiarazione di indipendenza dei futuri Stati Uniti d’America, proclamata il 4 luglio 1776, per la quale «tutti gli uomini sono creati uguali e dotati dal Creatore di alcuni inalienabili diritti, tra i quali quello alla Vita, alla Libertà, e al perseguimento della Felicità». Insomma, tanti modi per intendere la beatitudine, tante strade per cercare la felicità.

Ma se invece ci concentriamo sulla Bibbia e sullo sfondo religioso e culturale in cui nascono le beatitudini che si leggono nei vangeli, scopriamo anzitutto che Gesù non ha inventato queste parole.

 

Lo sfondo dell’Antico Testamento e dei manoscritti del Mar Morto

Le beatitudini che Gesù pronuncia hanno diversi paralleli con testi dell’Antico Testamento, si pensi al Salmo 1, che si apre proprio con la stessa formula: «Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti, ma nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte». Le beatitudini, soprattutto per quanto riguarda la loro forma, hanno anche un parallelo in un testo databile alla fine del I secolo avanti Cristo, ritrovato tra i manoscritti del Mar Morto, nella grotta 4 di Qumran, nel quale addirittura per cinque volte di seguito è ripetuta l’espressione «Beato chi…», sequenza che non appare mai così in nessun testo dell’Antico Testamento. Ne leggiamo alcuni versi: «Beato chi dice la verità con cuore puro e non calunnia con la propria lingua. Beati quelli che si attaccano ai decreti [della Sapienza] e non si attaccano a comportamenti peccaminosi. Beati quelli che gioiscono in essa senza spargersi sulle vie della follia. Beati coloro che la cercano con mani pure e non la ricercano con cuore astuto». Se questo è il miglior precedente giudaico al testo delle beatitudini di Gesù, esso però, come si vede anche da una prima lettura, è differente nel contenuto: sia qui – come anche nel Salmo 1 – la felicità viene dall’osservare la Legge e seguire la Sapienza, e non ha nemmeno quel rimando al futuro che invece Gesù compie. Cosa dicono allora le beatitudini di Gesù, e come sono giunte a noi queste sue parole?

 

I vangeli e le beatitudini

Prima di guardare ai vangeli che la Chiesa ha ritenuto come ispirati, dobbiamo ricordare che le beatitudini si trovano anche in altri scritti cristiani, come gli apocrifi Atti di Paolo e Tecla e il più noto Vangelo secondo Tommaso. In questo vangelo, che in realtà è una raccolta di detti, Gesù pronuncia una beatitudine simile a quella del vangelo di Matteo su chi cerca la giustizia (Mt 5,10); si legge nel Vangelo di Tommaso: «Beato l’uomo che si è impegnato. Ha trovato la vita». Nel complesso, però, queste ulteriori fonti non aggiungono molto al senso delle beatitudini dei vangeli canonici, che sono di gran lunga più interessanti.

Se leggiamo i vangeli, vediamo che le beatitudini di Gesù ci sono pervenute in due versioni: la prima, più lunga, si trova nel cosiddetto “Discorso della montagna” del vangelo secondo Matteo (capp. 5–7); la seconda nel discorso che Gesù tiene in luogo pianeggiante, secondo la versione di Luca (6,20-49). Ma a guardare meglio, se si contano anche quelle isolate, nel Nuovo Testamento le beatitudini sono una cinquantina: solo in Luca ne sono elencate quindici, due in più rispetto a Matteo. Una, molto nota, è quella che Gesù pronuncia quando una donna che lo ascoltava parlare alzò la voce per dirgli «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato», e alla quale il Maestro risponderà: «Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono» (Lc 11,28). Se vogliamo, è proprio questa – anticipiamo quanto diremo subito – l’unica soluzione che Gesù prevede per la felicità: non l’invidia per lo stato degli dèi o la ricerca del piacere, ma ascoltare e custodire la parola di Dio. Proprio come Maria, la madre di Gesù, che non solo l’aveva portato nel grembo, ma aveva accolto l’annuncio dell’angelo e custodito il Figlio – Parola del Padre – nel suo cuore e nel suo grembo (cf. Lc 1,38).

Per tornare alle beatitudini sparse nel resto del vangelo, invece per il Gesù di Matteo sono “beati” anche quelli che non si scandalizzano di lui (Mt 11,6), i discepoli che vedono Gesù e ascoltano le sue parole (Mt 13,16), Pietro, che riconosce Gesù come Messia e compie la sua professione di fede cristologica (Mt 16,17: «Beato sei tu, Simone…»), e infine il servo della parabola che attende il ritorno del suo signore (Mt 24,46).

Concentrandoci ora sulla versione “lunga” delle beatitudini, quella contenuta nel Discorso della montagna di Matteo, in essa troviamo, l’una dopo l’altra, di seguito, ben otto beatitudini, perché la frase al v. 5,11, che inizia ugualmente con «Beati siete voi…» è stata normalmente intesa sin dall’antichità come uno sviluppo di quella sulla persecuzione che si legge nel versetto precedente. Di queste otto beatitudini, quattro sono riportate anche dal vangelo secondo Luca, ma due di esse differiscono molto da quelle di Matteo. Inoltre, le quattro beatitudini di Luca sono anche accompagnate, in modo che risaltino maggiormente grazie a un chiaroscuro, da quattro relativi “guai”, ovvero moniti o messe in guardia: se beati sono i poveri (Lc 6,20), i ricchi devono stare attenti, e per questo a essi il Gesù di Luca dice anche «guai a voi» (Lc 6,24).

 

Beati i poveri in spirito

La prima beatitudine del Gesù di Matteo è l’annuncio della felicità ai poveri (5,3). Rispetto a quella di Lc 6,20, però, in Matteo sono beati i poveri «nello spirito»: non si intende qui lo Spirito di Dio, ma quello umano, ovvero la dimensione profonda della persona, il suo intimo. Mentre in Lc 6,20 la povertà in sé è vista come motivo sufficiente di beatitudine, Matteo o si rivolge a una comunità dove potrebbero esservi anche alcuni ricchi, e quindi minimizza (magari per non colpevolizzare i più abbienti), oppure intende dire che ciò che conta di più è la povertà profonda, non solo quella economica, ma quella del cuore. Senza dunque escludere una possibile lettura sociale di questa beatitudine (che però emerge maggiormente nel vangelo secondo Luca), il Gesù di Matteo ha a mente una disposizione dell’animo, la descrizione dello stato di coloro che accolgono la Parola di Dio e si rimettono alla sua volontà, entrando così in relazione con Lui. La povertà non tocca soltanto la dimensione esteriore, e riguarda piuttosto una disposizione esistenziale, un atteggiamento spirituale che interpella tutti i credenti e può essere praticato da tutte le categorie: non solo, cioè, da coloro che sono nell’indigenza.

Se volessimo trovare un altro modo per descrivere la povertà in spirito, potremmo associarla all’umiltà, alla mitezza e alla semplicità, ovvero a quelle virtù che permettono alla persona di rimettersi totalmente a Dio, senza difese e nella disponibilità all’ascolto. Per tornare a quelle beatitudini ritrovate nei manoscritti del Mar Morto, a cui si accennava sopra, anche lì i «poveri in spirito» sono coloro che possiedono quell’umiltà dell’animo necessaria a sottomettersi alla Legge di Dio.

 

Paradossi da mettere in pratica

Dalla prima beatitudine ci si accorge subito che il messaggio di queste parole è esigente e difficile da accettare: è paradossale. Infatti, Gesù di per sé non sta invitando ad essere poveri, come poi farà rivolgendosi al giovane ricco (cf. Mt 19,16-22), ma dichiara che quelli che lo sono ora, sono già beati. Una volta compreso il linguaggio di Gesù, sarà mai possibile mettere in pratica le beatitudini e giungere così alla felicità? Si è posto questa domanda anche papa Francesco, nell’Esortazione apostolica sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo Gaudete et exsultate del marzo 2018: «Nonostante le parole di Gesù possano sembrarci poetiche, tuttavia vanno molto controcorrente rispetto a quanto è abituale, a quanto si fa nella società; e, anche se questo messaggio di Gesù ci attrae, in realtà il mondo ci porta verso un altro stile di vita. Le beatitudini in nessun modo sono qualcosa di leggero o di superficiale; al contrario, possiamo viverle solamente se lo Spirito Santo ci pervade con tutta la sua potenza e ci libera dalla debolezza dell’egoismo, della pigrizia, dell’orgoglio» (n. 65).

Le beatitudini si possono vivere, e ciò a dispetto di coloro che nella storia della loro interpretazione hanno pensato che fossero inattuabili, ma per metterle in pratica è necessario vedere la realtà in un altro modo rispetto a quello abituale, andando – come scriveva il Papa – controcorrente. Ed eccoci così giunti al punto centrale del ragionamento. È davvero possibile essere felici nella povertà (o nella prova, o nella sofferenza, o nella persecuzione…)? Meglio ancora: come possiamo anche noi, nelle nostre personali povertà riconoscerci beati? Cosa permette di leggere una situazione e giudicarla come benedetta e non una disgrazia?

La beatitudine “funziona” solo per chi ha fede. Per prendere a prestito un’immagine dalla teologia della rivelazione, potremmo dire che servono gli occhi della fede. Solo grazie alla fede, scriveva all’inizio del Novecento un giovane teologo gesuita francese (Pierre Rousselot), c’è la possibilità di vedere in modo diverso la realtà (che potrebbe anche non cambiare, perché il povero, nelle beatitudini, non diventa ricco, anche se “possiede” il Regno!). La fede però rende capaci gli occhi di cogliere ciò che altrimenti rimane sotto la superficie: come un detective cerca nella realtà quegli indizi che lo portano a trovare la soluzione al suo problema, allo stesso modo il credente può, in forza della grazia, riconoscere quei segni che Dio pone nella sua vita, e così arrivare allo spirito delle beatitudini. Senza la grazia si vede il fallimento, la fame, la disperazione e la persecuzione: con la fede si può scoprire in queste situazioni, nonostante tutto, la presenza di Dio e il Regno. È allora chiaro perché Gesù non pone condizioni per essere beati, rispetto, ad esempio, alla beatitudine del Salmo 1. Solo una è la condizione previa: credere alla sua Parola.

Ancora papa Francesco, al termine del suo commento alle beatitudini, scriveva: «Davanti alla forza di queste richieste di Gesù è mio dovere pregare i cristiani di accettarle e di accoglierle con sincera apertura, “sine glossa”, vale a dire senza commenti, senza elucubrazioni e scuse che tolgano ad esse forza» (n. 97).

 

Ancora sulla prima beatitudine

Proviamo allora a rileggere la prima beatitudine dopo quanto abbiamo scritto sopra. Ne risulta che il primo paradosso, la prima beatitudine dell’elenco, sia in Luca sia in Matteo, è l’annuncio della felicità ai poveri. Né Gesù né la Bibbia condannano la ricchezza in sé, ma la povertà è una condizione per accettare le parole di Dio ed essere felici. Rispetto a Matteo, per il quale la povertà è più una disposizione interiore o complessiva della persona, in Luca i poveri sono davvero gli ultimi della società: ma tutte e due queste situazioni dicono che sono i poveri i destinatari del Regno, e quelli che ne accoglieranno la novità. I ricchi – chiunque essi siano, ricchi di denaro, di cose o di convinzioni e magari anche di pregiudizi –, non sono aperti alle parole di Gesù, perché già paghi di quello che posseggono o di quello che sono.

Gli Atti degli Apostoli e le relazioni familiari

Il programma della tre giorni di Assisi 3-5 Settembre 2021 - Programma e contributi ,  i testi del libro degli Atti degli Apostoli commentati, altri testi complementari suggeriti, le domande per la riflessione personale e di coppia.

Presentazione  del corso - AUDIO  

Scarica MP3

Prima meditazione: Anania e Saffira (Atti 5,1-11)  - AUDIO 

Scarica MP3

Seconda meditazione: Aquila e Priscilla (Atti 18) - AUDIO 

Scarica MP3

Terza meditazione: l’amicizia di Paolo e Barnaba - AUDIO 

Scarica MP3

Il programma

Venerdì 3 settembre

Ore 14.00         Arrivi e sistemazioni, consegna camere per chi alloggia presso la Domus Pacis

Ore 17.00         Presentazione del corso

Ore 19.30         Cena e serata libera

Sabato 4 settembre

Ore 7.30           Celebrazione eucaristica e a seguire colazione

Ore 9.00           Prima meditazione: Anania e Saffira (Atti 5,1-11)

Lavori personali e di coppia – restituzioni e risonanze

Ore 13.00         Pranzo

Ore 16.00         Seconda meditazione: Aquila e Priscilla (Atti 18)

Lavori personali e di coppia – restituzioni e risonanze

Ore 19.30         Cena

Ore 21.00         Lettura di p. Gianpaolo Masotti della serie TV “Gli Atti degli Apostoli” di Roberto Rossellini

Domenica 5 settembre

Ore 9.00           Terza meditazione: l’amicizia di Paolo e Barnaba

Lavori personali e di coppia – restituzioni e risonanze

Ore 12.30         Celebrazione eucaristica

Ore 13.30         Pranzo e conclusione ritiro

La Legge e il Vangelo, e la risurrezione di Gesù. Massimo Recalcati e le risposte di Anderlini, Morselli e Giuliani

Come abbiamo già documentato nella sezione dedicata alla "Rassegna (stampa) biblica", Massimo Recalcati su Repubblica del 3 aprile 2021 ha dedicato un articolo alla risurrezione di Gesù che ha provocato una reazione sulle pagine dello stesso quotidiano. Ad integrazione, di seguito proponiamo due altri interventi: uno di Marco Morselli (Presidente della Federazione delle Amicizie Ebraico-Cristiane) e di Massimo Giuliani, docente all'Università di Trento, e un altro dello studioso, Gianpaolo Anderlini. Per comodità riproponiamo sotto anche gli articoli di Recalcati e di Carlo Di Castro (già nella sezione "Rassegna Biblica").

M. Recalcati, La vita oltre la Legge, Repubblica 3 4 2021

Carlo di Castro, Quegli stereotipi su Gesù, Repubblica 8 4 2021

Replica di Massimo Recalcati

Gianpaolo Anderlini

È il desiderio che ci libera dalla Legge o è la Legge che ci apre al desiderio? A proposito di un articolo di Massimo Recalcati

Mi succede ultimamente (troppo) spesso di leggere pensieri e riflessioni che ripropongono, sotto diversa veste e in qualche modo camuffati o dissimulati, quegli stessi pensieri e quelle stesse riflessioni che, dai tempi antichi ad un passato anche recente, hanno nutrito l’antigiudaismo cristiano e aperto le porte all’antisemitismo.

Quello che mi sorprende non è tanto il fatto che intellettuali di varia provenienza cedano al fascino di un pensiero che ci attraversa da duemila anni e che ci ha plasmato, e che lo ripropongano con nuove ed accattivanti teorie interpretative; è piuttosto il fatto che nessuno, ebreo o cristiano, si alzi e, ammaestrato dal Qohelet e dal retaggio di un passato di dolore, dica: “Ma questa cosa già l’ho sentita e so da dove viene e dove può portare!”

Mi è successo di nuovo oggi 3 aprile, Sabato santo e quindi giorno di silenzio e di riflessione, nel leggere un articolo di Massimo Recalcati, pubblicato nelle pagine culturali del quotidiano “la  Repubblica”, dal titolo che non lascia spazio a dubbi: “Pasqua, la vita oltre la Legge”. Nell’occhiello così si precisa: “Una storia di speranza”, e nel catenaccio, con un peso maggiore dato alle parole: “Con la resurrezione Gesù ci mostra che la forza, il talento, il desiderio sono più forti dei rigidi precetti. Come confermano Paolo di Tarso e Agostino”. Si sa che occhiello e catenaccio sono (quasi sempre) redazionali e che, quindi, non esprimono in senso pieno il pensiero dell’Autore, di conseguenza, per non essere sviati dalla triade impropria: “la forza, il talento, il desiderio”, è bene riflettere sul contenuto dell’articolo che comunque invita a riscoprire in noi e per noi l’esserci devastante della resurrezione.

L’idea di fondo è la seguente.

C’è una Legge che comprime l’uomo e che si fa costrizione morale; una Legge vuota perché non si volge alla vita ma cerca solo di contenere con la logica masochistica del sacrificio e della proibizione tutto ciò che dovrebbe portare l’uomo ad essere se stesso, pienamente e per sempre. Quella che l’Autore definisce “nozione deuteronomica della Legge” (e sottolineo deuteronomica), è la Torah, vale a dire: il cuore e l’essenza dell’ebraismo.

A questa Legge si contrappone una nuova Legge, “la Legge della buona novella”, che sovverte il senso e la direzione di quella Legge/Torah che sembra non sufficiente e non adeguata perché priva della grazia, come dice Paolo di Tarso, ma che è (non lo si dimentichi) dono di Dio. In quanto tale, solo il Figlio di Dio (e, quindi, Gesù non in quanto uomo ma in quanto Dio) può dare, partendo dalla risurrezione che libera la vita, una Legge nuova e altra, definitiva perché (Nietzsche docet) extramorale.

In cosa consiste il cambio di paradigma?

Diciamolo con le parole dell’Autore: “Ebbene Gesù ha sovvertito questo metro di giudizio con decisione: la vita giusta è la vita viva, è la vita che desidera la vita e che sa generare frutti”.

In tutto ciò si nasconde l’idea che Gesù sia il superamento della Legge/Torah, come insegnerebbe il detto riportato da Marco: “Il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato” (Mc 2,24); di conseguenza ne deriva che ciò che da Gesù nasce (movimento gesuano postpasquale) è il verus Israel che prende il posto di quell’Israel che è rimasto legato alla costrizione della Legge, alla Legge senza grazia.

Ma anche se così fosse, in cosa consiste per l’Autore la grande e sconvolgente novità introdotta da Gesù e dalla sua resurrezione?

La resurrezione ci insegna che “la vita è più viva della morte, e ciò consente di uscire dalle tenebre del sepolcro e ricominciare”.

Ricominciare da dove?

La Legge nuova, quella della buona novella, “non è in antagonismo alla vita perché, nella sua forma ultima, coincide con il desiderio del soggetto, con la sua vocazione e coi suoi talenti. In questo senso la vita viva è vita animata dalla forza del desiderio, antagonista alla Legge del sacrificio e capace di fare del desiderio la propria Legge”.

E, ancora: “La promessa di Gesù è l’esistenza di una Legge libera dal peso della Legge. È la promessa che rivela che quella della morte non è la sola Legge poiché esiste un’altra Legge, quella del desiderio, che libera la vita dalla paura della morte”.

Gesù, dunque, è il primo lacaniano  della storia e ci libera dalla castrazione del sacrificio per aprirci alla mancanza e al conseguente desiderio.

La mancanza di cosa?

Di se stessi, perché il desiderio altro non è che il divenire ciò che già siamo.

Della vita per tornare a vivere davvero senza cedere all’obbligo che ci rende incapaci di uscire dal non fare e dalla costrizione definita e determinata dall’esterno e non dalla nostra propensione interiore.

Ma per portare questo nel mondo non c’era bisogno di Gesù, sarebbe bastato il richiamo che Dio gli ha rivolto ad Abramo: “Va’ a te stesso” (Gen 12,1). Tutto il resto, infatti, nella Bibbia ebraica (e, se si vuole, anche in quella cristiana) non è che un commento perché l’andare a se stessi non è altro che un andare a Dio e, in ultima analisi, un fare del desiderio di Dio (in senso soggettivo) il nostro desiderio.

E non è certo la resurrezione una promessa d’eternità, è altro se “la morte non è, non può essere, l’ultima parola sulla vita”. La resurrezione ci indica un cammino, non ci fa dei eterni, altrimenti tutto sarebbe solo un altro inganno come le parole del serpente: “Voi sarete come Dio” (Gen 2,4) o “ come dei”, se vogliamo leggere il passo con Jung.

Il Gesù risorto non è un dio risorto, altrimenti non sarebbe nulla più di Osiride o di Dumuzi/Tammuz o di Adone, è un uomo risorto: “Cristo è stato svegliato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché  se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la resurrezione dei morti”” (1Cor 15, 20).

La resurrezione non è la linea extramorale che scardina la Legge e nemmeno la porta che ci (ri)conduce alla vita vera, è l’anticipazione in quell’uomo, in quel Gesù morto e poi risuscitato da Dio (At 2,24), del cammino che, in un altrove di cui non conosciamo le coordinate temporali e spaziali, anche noi saremo come lui risorti. La nostra fede, ebraica o cristiana che sia, nulla ha a che fare con l’immortalità dell’anima: noi crediamo nella resurrezione dei morti o perché questa è la promessa che la Scrittura interpretata dalla tradizione ci consegna o perché Cristo, che è primizia di coloro che sono morti, si fa garante della nostra resurrezione.

La resurrezione, allora, non è la porta del desiderio.

È la porta della speranza tenuta aperta dalla fede.

Ma, se si interpreta in questo modo, il Gesù che ne risulta parla solo a chi crede, mentre secondo l’Autore quello di Gesù è un messaggio universale che libera tutti dalla Legge e li consegna al desiderio.

Se il messaggio è universale, che bisogno c’è di liberare da una Legge che riguardava e che riguarda solo gli Ebrei?

Forse che la salvezza viene dal desiderio o che il desiderio è la salvezza?

In psicanalisi forse, nella Bibbia e nelle parole di Gesù certamente no.

Limitiamoci alla Legge/Torah in sé.

La Legge non è in antagonismo alla vita, ma è la vita nella sua essenza più piena. In primo luogo perché è una scelta e non una imposizione; in secondo luogo perché essa viene da Dio ed esprime la sua volontà; in terzo luogo perché tramite la Legge si procede lungo la via di santità che, in quanto imitatio Dei, ci fa come Dio. Solo nella Legge e con la Legge noi davvero possiamo essere come Dio ed andare a lui.

Siamo noi stessi non perché ci è consegnato il desiderio, ma perché sappiamo dove stiamo andando e chi ci attende.

Sappiamo da cosa dobbiamo allontanarci e cosa dobbiamo compiere per essere davvero uomini dal cuore mite, dallo sguardo aperto, dalle orecchie che sanno ascoltare e dalle mani pronte ad accogliere.

Sono le parole dei Profeti a darci la chiave di lettura del nostro essere fedeli a un cammino che non può rinunciare a seguire ciò che è bene non secondo un metro di giudizio morale ma secondo il desiderio di Dio:

“Cessate di fare il male,

imparate a fare il bene,

ricercate la giustizia,

soccorrete l'oppresso,

rendete giustizia all'orfano,

difendete la causa della vedova” (Is 1, 16b-17).

Queste parole sono l’anima della Legge/Torah, il cuore dell’insegnamento della Bibbia ebraica. La Legge non è proibizione (comandamento negativo), ma è riconoscere il male e il bene che ci abitano e ci attraversano (comandamento positivo) per compiere la volontà di Dio e per essere, per quanto ci è possibile, secondo la sua somiglianza.

Cosa vuol dire “imparate a fare il bene”?

In sé non significa nulla perché il bene in quanto tale non mostra il suo contenuto, ma il profeta ci insegna cosa significa per noi (in ogni generazione) imparare a fare il bene: “ricercate la giustizia”.

Ma come si può ricercare la giustizia?

Facendosi carico della condizione degli emarginati, di coloro che non hanno peso nella società, di quanti sono in condizione di debolezza ed hanno bisogno del nostro aiuto e del nostro sostegno. Ed anche in questo caso il mio desiderio è il desiderio dell’altro (in senso soggettivo).

Ed ecco, allora, che il cuore della Legge/Torah si incontra con il cuore dell’insegnamento di Gesù: nessuno deve essere escluso dal nostro amore, perché come abbiamo ricevuto gratuitamente l’amore di Dio così dobbiamo gratuitamente volgere il nostro amore a chi non può, per diversi motivi, vivere in pienezza la vita.

Ed è questa la critica che Gesù, da ebreo, rivolge ai farisei, ebrei come lui: voi escludete chi non è come voi e in questo modo annullate la vita, e la vita viene sempre prima di tutto, anche di Dio (se è possibile dirlo), perché Dio è il Dio dei vivi e non dei morti.

Questo, allora, è la Legge/Torah “deuteronomica” (per mantenere la definizione usata all’Autore): è amore gratuito dell’uomo verso Dio e dell’uomo verso l’altro uomo; gratuito perché è solo amore e, come tale, non cerca alcun merito.

È detto:

Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze.” (Dt 6,5)

E ancora è detto:

“amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18).

Ed ancora:

“Circoncidete dunque il vostro cuore ostinato e non indurite più la vostra nuca; perché il Signore vostro Dio è il Dio degli dèi, il Signore dei signori, il Dio grande, forte e terribile, che non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all'orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito. Amate dunque il forestiero, poiché anche voi foste forestieri nel paese d'Egitto.”(Dt 10, 16-19).

Chi non fa dell’amore il senso primo del proprio vivere, tradisce la vita stessa perché non accoglie la mancanza e il desiderio dell’altro che soffre ed è emarginato, e così facendo si pone fuori dalla via tracciata da Dio.

Gesù ci invita a camminare su questa via, la via dell’amore, amando come lui ci ha amati.

Il resto è teologia (o filosofia o psicanalisi) e non la vita.

(Gianpaolo Anderlini)

Marco Cassuto Morselli - Massimo Giuliani - La Pasqua secondo Recalcati

Sabato scorso il quotidiano La Repubblica ha pubblicato a tutta pagina un articolo di Massimo Recalcati intitolato "Pasqua, la vita oltre la Legge" nel quale, in salsa lacaniana, è possibile trovare quasi l'intero repertorio dell'antigiudaismo religioso classico, ossia i più triti luoghi comuni che contrappongono il messaggio di Gesù alla Torà e ai valori della legge mosaica, riprendendo l'accusa di formalismo rivolta ai farisei e ai dottori, quasi fossero portatori di una cultura della paura e della morte, mentre solo il messaggio cristiano sarebbe foriero di una cultura della libertà e della vita. Una visione del cristianesimo tipica della chiesa e della teologia pre-conciliari e di una ermeneutica dei testi sacri sia cristiani sia ebraici che ignora la storia, i contesti sociali e politici, l'evoluzione dei concetti teologici. Il risultato è quello di una psico-banalizzazione, in nome di un trionfo della 'legge del desiderio' a spese del 'desiderio della Legge' come rivelazione, luogo di incontro tra l'umano e il divino, strumento di conoscenza dei propri limiti e di educazione etica ai nostri doveri verso il prossimo. Ridurre e disprezzare per meglio rimuovere e sostituire: è l'atteggiamento del più grossalano sostituzionismo, che in teoria la Chiesa ha cassato ma che a livello di linguaggio popolare e di comunicazione di massa fa ancora molta presa. Recalcati lo cavalca alla grande, mischiando ovvietà a slogan libertari buoni per ogni festa religiosa. Ecco un florilegio: "Non si tratta solo di sottrarre l'uomo a una interpretazione moralistica della Legge come peso che toglie il respiro, ma di affermare l'esistenza di un'altra Legge, di una nuova Legge che autorizza a coltivare il proprio desiderio - la propria vocazione, i propri talenti - anziché reprimerlo". Una nuova legge che esalta il desiderio anziché reprimerlo? Ma questo è Lacan (forse), o Nietzsche lacanizzato, non certo un evangelo che enfatizza la purezza delle intenzioni oltre che delle azioni! A conferma di questa impostazione vengono citati Agostino e Paolo, ma solo per quel che serve ad avallare una religiosità fondata sul 'desiderio'. Decontestualizzando e manipolando, si può far dire tutto a tutti. Ancora Recalcati: "La promessa di Gesù è l'esistenza di una Legge libera dal peso della Legge: è la promessa che rivela che quella della morte non è la sola Legge poiché esiste un'altra Legge, quella del desiderio, che libera la vita dalla paura della morte". E chi non desidera una vita libera dalla paura della morte? Ma ciò, scopre senza originalità Recalcati, si ottiene abbandonando la Legge ossia la Torà. E giù le citazioni sul sabato, che sarebbe "per l'uomo", e non l'uomo per il sabato, senza un minimo di retropensiero o di approfondimento: che il sabato sia appunto la celebrazione più alta del senso della dignità dell'uomo, anzi della creazione tutta (in quanto riposo dalla creazione tutta, e non solo dell'uomo) e della libertà (ricordo dell'uscita dall'Egitto). Possiamo scusare che Recalcati non conosca l'origine farisaica di quel detto di Gesù sul sabato (che infatti si ritrova pari pari nel Talmud, e non certo perché i rabbini l'abbiano copiata dal vangelo); ma che tale passo evangelico venga usato per dimostrare che la Legge dà la morte e che Gesù liberi l'umanità dalla Legge "in nome del desiderio della vita"... più che antistorico, è teologicamente risibile e culturalmente insensato. L'articolo, alla fine, plana su amenità come "il criterio che separa i salvati dai dannati è quello della vita che sa essere viva"... che mostrano l'inconsistenza di una riflessione che usa i testi religiosi di cristianesimo e giudaismo senza mai averli davvero studiati, paga di riciclare stereotipi che svuotano di senso persino la causa che vorrebbero servire, e che non contesteremmo, ancora una volta, se non fosse nota la loro pericolosità sociale. Non basta rivestire di nuovo linguaggio un vecchio arnese per renderlo ancora funzionante.

(Marco Cassuto Morselli, Presidente della Federazione delle Amicizie Ebraico-Cristiane - Massimo Giuliani, Università di Trento)

Gerusalemme, la città santa. Una lectio di Gianfranco Ravasi

Si è concluso di recente il cantiere di restauro dell’affresco raffigurante una veduta ideale della città di Gerusalemme, realizzato nell’Anfiteatro Flavio sull’arco di fondo della Porta Triumphalis, volta verso il Foro Romano. Il dipinto è ascrivibile al XVII secolo, come conferma il risultato del restauro, che ha consentito di confermare la fonte iconografica già individuata da Bull Simonsen (1994): una stampa unita al volumetto del teologo Christian van Adrichom nella seconda edizione (1585), disegnata e incisa da Franz Hogenberg e Arnold de Loose. Dalla stampa del 1585 derivano una serie di varianti, la più prossima delle quali all’affresco del Colosseo è una stampa di Antonio Tempesta del 1601 conservata all’Albertina di Vienna.

Il restauro sarà presentato il 16 10 2020, alle 17.30, con una lectio magistralis del cardinale Gianfranco Ravasi (che ne anticipa i punti principali). (Da Avvenire del 16 10 2020)

L'articolo in pdf: G. Ravasi, Gerusalemme, Avvenire 16 10 2020

Ai mille legami storici, religiosi e culturali che collegano Roma e Gerusalemme si aggiunge la sorprendente mappa simbolica della città santa all'interno di uno dei segni maggiori della romanità classica, il Colosseo. In occasione del suo restauro sono stato invitato a proporre un profilo biblicoculturale di Gerusalemme proprio all'interno di quello spazio così emblematico com' è l'Anfiteatro Flavio. Tutte e tre le religioni monoteistiche sono protese verso Sion che è simile a una sposa contesa, spiritualmente e materialmente. Basta solo gettare uno sguardo su una mappa dell'area antica della città. Si leggono le indicazioni topografiche di un quartiere ebraico, di uno cristiano, di un altro musulmano e di quello armeno. Se si avanza per quelle viuzze e si entra nei luoghi sacri delle varie religioni, si sente parlare in arabo ed ebraico, in greco e armeno, in siriano ed etiopico, in russo e inglese o in yiddish: si prega e si discute in almeno quindici lingue con sette alfabeti differenti! Ma tutti sono certi di avere un legame unico, insostituibile, inscindibile con quella città. Infatti, le tre grandi fedi monoteistiche hanno in questa città ciascuna una sua pietra reale e simbolica su cui fondarsi. Così, gli Ebrei non possono non risalire a Davide e fondarsi sulla pietra sacra del tempio eretto da suo figlio Salomone (anche se le pietre del cosiddetto Muro del pianto sono di un millennio dopo, appartenendo al tempio eretto da Erode). È, infatti, questo il cuore della fede e della storia di Israele. Un famoso detto rabbinico afferma che «il mondo è come l'occhio: il mare è il bianco, la terra è l'iride, Gerusalemme è la pupilla e l'immagine in essa riflessa è il tempio ». Il poeta ebreo spagnolo Giuda Levita, che la leggenda farà morire nel 1140 calpestato dai cavalli appena giunto pellegrino a Sion, cantava: «Io amo le tue pietre che voglio baciare e saporite mi saranno le tue zolle più del miele! ». Ma già il Salmista aveva esclamato: «Ai tuoi servi sono care le pietre di Sion!» (Salmo 102,15). Gesù stesso era convinto che queste pietre possono gridare una storia di fede e di sangue (Luca 19,40). Elena, la madre di Costantino, era giunta qui nel 326 alla ricerca delle memorie di Gesù e in particolare della sua tomba. La pietra ribaltata del sepolcro di Cristo, ora custodita nella possente basilica crociata omonima, è il cuore della cristianità, che da allora non si è staccata più da Gerusalemme, pur sfrangiandosi in decine di comunità diverse (per i cattolici pensiamo alla presenza francescana) e non esitando a ricorrere alle crociate. Quella pietra, custodita nella basilica del Santo Sepolcro, è il segno della risurrezione, il mistero centrale della fede cristiana.

Anche i musulmani hanno a Gerusalemme una loro pietra fondante, quella che è protetta dalla sfolgorante cupola dorata della moschea di Omar, memoria del sacrificio di Abramo (Genesi 22) ma soprattutto dell'ascensione al cielo del Profeta, Maometto, che è ricordato anche dall'altra moschea della Spianata, al'Aqsa, come si legge nel Corano: «Lode a Dio che trasportò di notte il suo Servo [Maomet- to] dalla moschea sacra [Mecca] alla moschea al-'Aqsa [l'altra, più lontana]» (17,1). È per questo che in arabo Gerusalemme è al-Quds, cioè "la (città) santa" per eccellenza. Tre pietre, quindi, sono per le tre religioni - che pure in Abramo hanno una radice comune - segno di una presenza propria, non solo spirituale ma anche "fisica". È per questo che Gerusalemme è oggetto di un amore non solo ideale e quelle pietre sono state striate nella loro storia secolare anche dal sangue. È per questo che è arduo trovare accordi politici o religiosi attorno a questo simbolo così 'personale'.

Eppure il testo sacro ebraico-cristiano, la Bibbia che cita 656 volte Gerusalemme, è un ininterrotto appello a ritrovare unità nella molteplicità in Sion. Come sogna il profeta Sofonia verso la fine del VII secolo a.C., «allora io darò ai popoli un labbro puro perché tutti invochino il nome del Signore e lo servano tutti spalla a spalla» (3,9).

Certo, prima di ogni altro popolo è Israele che convergeva verso la città santa non solo nelle cosiddette "feste di pellegrinaggio", cioè Pasqua, Settimane (o "Pentecoste") e Capanne, che postulavano un itinerario orante al tempio di Sion, ma anche nella testimonianza orante e poetica - adottata pure dalla liturgia e dalla fede cristiana - dei "cantici delle ascensioni", cioè in quel fascicolo di 15 Salmi (dal 120 al 134) che nel Salterio recano questo titolo. Essi sembrano appartenere quasi a un libretto del pellegrino che "ascende" materialmente (Gerusalemme è a 800 metri di altezza) e spiritualmente verso la città di Dio.

Basterebbe solo ascoltare alcune battute del Salmo 122: «Quale gioia quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore! E ora i nostri piedi sono fermi alle tue porte, Gerusalemme! Gerusalemme è costruita come città salda e compatta. Là salgono insieme le tribù del Signore, secondo la legge di Israele, per lodare il nome del Signore!».

Anzi, quell'itinerario verso le proprie sorgenti di fede e di vita si trasforma in un'esperienza non solo mistica ma anche esistenziale. Certo, prima di tutto c'è la gioia di un incontro col mistero di Dio perché lassù si sale «per lodare il nome del Signore», ossia per il culto: «L'anima mia languisce e brama gli atri del Signore, il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente. Anche il passero trova la casa, la rondine il nido, dove porre i suoi piccoli, presso i tuoi altari, Signore degli eserciti, mio re e mio Dio!» (Salmo 84,3-4). Ma a Gerusalemme avviene anche un'altra esperienza di indole più sociale. «Là, infatti, sono posti i seggi del giudizio, i seggi della casa di Davide», canta l'orante del Salmo (v. 5). Si aveva nella capitale l'istanza suprema del potere politico e giudiziario e idealmente il popolo trovava quella giustizia a cui tanto anelava e che altrove gli era negata. In questa linea è capitale la voce dei profeti che ininterrottamente combattono ogni sacralismo fine a se stesso. Il tempio stesso, se privo di fede e di giustizia, è «una spelonca di ladri» (Geremia 7,11; cfr. Matteo 21,13), il culto senza l'impegno dell'esistenza è magia, i riti senza vita sono una farsa. Implacabili sono le parole di Isaia: «Quando vi presentate a me - dice il Signore - chi vi chiede di venire a calpestare i pavimenti del tempio? Finitela di presentare offerte inutili! L'incenso mi fa nausea, come noviluni, sabati, assemblee sacre. Non riesco a sopportare delitto e solennità. Odio i vostri noviluni e le vostre feste: sono un peso per me e sono stanco di sopportarli. Quando alzate le mani, io allontano da voi gli occhi. Anche se moltiplicate le preghiere, io non le ascolto. Le vostre mani, infatti, grondano sangue. Allora, lavatevi, purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vista!

Smettetela di fare il male, imparate e fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l'oppresso, rendete giustizia all'orfano, difendete la causa della vedova!» (1,12-17).

Questa prospettiva è esaltata anche da Cristo che, pur amando e frequentando Sion, non esita a "smitizzarne" la funzione materiale sacrale per celebrarne il valore di santità, di simbolo di gloria, di pace e di vita. Infatti, di fronte al tempio di Gerusalemme Gesù non esita a dire: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere!». E Giovanni annota: «Egli parlava del tempio del suo corpo e, quando fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo» (2,19-22). Anzi, Gesù - stando al Vangelo di Marco - avrà come capo di imputazione iniziale durante il processo presso il tribunale giudaico del Sinedrio proprio questa testimonianza: «Noi lo abbiamo udito dire: Io distruggerò questo tempio fatto da mani d'uomo e in tre giorni ne edificherò un altro non fatto da mani d'uomo» (14,58).

È in questa luce che l'ultimo libro del Nuovo Testamento, l'Apocalisse, non solo sostituisce alla Gerusalemme terrena, materiale e spaziale, «la città santa, la nuova Gerusalemme che scende dal cielo, da Dio» (21,2) ma la descrive come ormai priva del tempio: «Non vidi in essa alcun tempio perché il Signore Dio, l'Onnipotente, e l'Agnello sono il suo tempio» (21,22). È proprio su questa traiettoria ideale che possiamo pensare alle divisioni di Gerusalemme sotto una nuova luce. Quei segni di sacralità, di separatezza e di separazione potrebbero diventare simboli di santità, di comunione, di incontro. È ciò che aveva configurato il profeta Isaia in una sua pagina indimenticabile (2,1-5). Gerusalemme si erge come un monte immerso nella luce su un pianeta avvolto nel sudario delle tenebre. In essa sfolgora la Parola divina. Ed ecco che da ogni angolo di quel mondo oscuro si muovono processioni di popoli che convergono verso quella città di luce. Giunti lassù, essi trasformano le armi che impugnano: «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell'arte della guerra» (2,4).

Finalmente Gerusalemme attuerà il suo nome di città di shalôm, della pace. Perché là tutti hanno un ideale diritto nativo di cittadinanza che li dovrebbe rendere fratelli e non avversari. È ciò che canta il Salmo 87 che descrive le nazioni mentre danzano e cantano rivolti a Sion: «Sono in te tutte le nostre sorgenti«.

In questo canto "natale" di Gerusalemme come genitrice di tutte le nazioni per tre volte nell'originale ebraico risuona la locuzione jullad sham/bah, "è nato là / in essa". Tutti i punti cardinali della terra, pur nella loro diversità, sentono di appartenere a un'unica matrice: c'è Rahab, cioè l'Egitto, la grande potenza occidentale, e c'è Babele, la grande potenza orientale babilonese; c'è Tiro, la potenza commerciale del nord, c'è la Filistea (o Palestina) che è l'area centrale, e l'Etiopia che rappresenta il profondo sud. Nell'anagrafe di Sion tutti sono registrati come figli: la citata locuzione jullad sham/bahera appunto la formula ufficiale giuridica con cui si dichiarava un individuo nativo di una determinata città e, come tale, dotato della pienezza dei diritti municipali. Il dialogo interreligioso tra i monoteismi "gerosolimitani" e quello ecumenico tra cristiani d'Occidente e cristiani d'Oriente che proprio nella città di Cristo si sono per secoli divisi e osteggiati è, quindi, nell'imprinting stesso di Gerusalemme e dovrebbe essere impegno costante di tutte le confessioni religiose trasformarlo da sogno utopico in realtà storica e quotidiana.

Il video della Lectio Magistralis del Cardinale Gianfranco Ravasi: “Le tre pietre sacre di Gerusalemme”.