L’incontro tra due madri. Commento al vangelo della IV domenica di Avvento, a cura di Giulio Michelini

(Lc 1,39-45) In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

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«Nel saluto di Elisabetta ogni parola è densa di significato», scriveva Giovanni Paolo II nella lettera enciclica sulla Beata Vergine Maria Redemptoris Mater. La riflessione per le letture di oggi è davvero un’impresa, tante sono le prospettive dalle quali partire e, appunto, tante le parole dense di significato. Scegliamo un singolo aspetto. Elisabetta pone una domanda alla parente appena entrata nella sua casa: «A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?» (v. 43). Perché quindi Maria si reca da Elisabetta? Si incontrano su questo punto tante interpretazioni.

Suggestiva quella degli apocrifi, così attenti ai racconti dell’infanzia di Cristo. Il Vangelo dell’infanzia armeno presenta una scena molto umana e una Madre di Gesù vicinissima alle donne del suo tempo e bisognosa di aiuto: «Un giorno, dunque, la santa vergine Maria, dopo aver riflettuto, disse: “Io mi leverò e andrò a visitare la mia cugina Elisabetta. Le racconterò tutti gli avvenimenti che mi sono capitati, e tutto quello che essa mi dirà, io lo farò”. […] Maria rimase con Elisabetta diversi giorni e confidenzialmente le raccontò per ordine tutto ciò che aveva visto e inteso dall’angelo. Elisabetta, vivamente sorpresa, le disse: “Figlia mia, quella che tu dici è un’opera miracolosa di Dio: ma da’ retta a ciò che ti dico: non preoccuparti per quello che ti sta avvenendo e non essere incredula”».

Anche i padri della Chiesa cercano di spiegare la Visitazione, ma diversamente da quanto visto sopra, è Maria che soccorre Elisabetta, e non viceversa. Troviamo poi anche un’altra idea, quella del “salire” della Vergine verso Dio.

Origene scrive: «Era necessario che Maria, che era quanto mai degna di essere madre del Figlio di Dio, salisse alla montagna dopo il colloquio con l’angelo, e dimorasse sulle vette. Doveva, non essendo affatto pigra nel suo zelo, affrettarsi sollecitamente, e, ricolma di Spirito Santo, essere condotta sulle vette, essere protetta dalla potenza di Dio la cui ombra l’aveva già ricoperta» (In Luc., 7).

Ambrogio introduce un altro tema che avrà fortuna anche in seguito: quello del “segno” di cui parla l’Angelo Gabriele, e che Maria deve verificare. Scrive il vescovo di Milano: «È di regola che tutti coloro che vogliono essere creduti, forniscano le prove. Così l’angelo che annunziava i misteri, per indurre a credere Maria con un esempio, aveva annunziato a lei, che era vergine, la maternità di una donna anziana e sterile, mostrando così che Dio può tutto ciò che vuole. Appena Maria ebbe appreso questa notizia, non certo per mancanza di fede nella profezia, né per incertezza sulla veridicità dell’annunzio, e neppure perché avesse dei dubbi su quel precedente che l’angelo le aveva riferito, ma lieta e sollecita per il compimento di un dovere, partì, frettolosa, alla volta della montagna. Ormai ricolma di Dio, dove poteva andare in fretta se non in alto?» (In Luc., 2).

Nella citata Redemptoris Mater possiamo ritrovare le spiegazioni date dai padri: «Il motivo della visita va cercato anche nel fatto che durante l’annunciazione Gabriele aveva nominato in modo significativo Elisabetta, che in età avanzata aveva concepito dal marito Zaccaria un figlio, per la potenza di Dio […]. Maria dunque, sollecitata dalla carità, si reca nella casa della sua parente» (12).

Alcuni commentatori moderni riprendono spiegazioni classiche e vedono nella Visitazione elementi letterari dal racconto di 2Sam 6,1s.: Maria sarebbe allora l’arca dell’alleanza che porta il Messia, e Luca avrebbe “dipinto” la scena pensando a Davide che dice «Come potrà venire da me l’arca del Signore?» (2Sam 6,9; così, tra gli altri, R. Laurentin). Altri esegeti non sono d’accordo. Si obietta, ad esempio: dove è scritto che Maria vuole prestare aiuto alla cugina? e perché l’evangelista dovrebbe mettere in bocca ad Elisabetta le parole che Davide pronuncia quando “ebbe paura del Signore” (2Sam 6,9a), cioè subito dopo la morte di Uzzà che ha toccato inavvertitamente l’arca sperimentando a sue spese il suo spaventoso potere?

Sembra proprio che dobbiamo ripartire da capo e spostare la prospettiva della domanda, rimanendo a quanto dice il testo di Luca, senza mai “riempire i vuoti della narrazione”, come fanno gli apocrifi.

Rispetto a quanto ci siamo chiesti all’inizio, Luca dice che: 1) Maria è salutata come la madre del Signore e questo pone in rilievo la sua dignità: Elisabetta non chiede tanto un “perché”, piuttosto Luca pone sulla sua bocca lo stupore per un tale mistero. 2) Tutto il brano della Visitazione sembra costruito per far incontrare Gesù con il Battista, il suo precursore, e «la riverenza di Elisabetta nei confronti della madre del Messia, anticipa e prefigura la sottomissione – nel piano divino – del Battista a Gesù» (G. Rossé). Pochi elementi ma significativi. Anche perché, oltre i dettagli, emerge da tutta la scena dell’incontro un grande senso di gioia e di profondità spirituale, che ci accompagna in questo tempo di Avvento. «La scena è archetipo di ogni incontro umano profondo. In ogni incontro si tratta di scoprire nell’altro il mistero di Cristo: ognuno porta Cristo in sé. Quando lo comprendiamo, il bambino che è in noi sussulta: scopriamo il mistero altrui e quello nostro. Affinché un tale incontro sia possibile, dobbiamo – come Maria – alzarci e metterci in marcia. Dobbiamo stare in piedi sulle nostre gambe per poter giungere presso l’altro. E dobbiamo attraversare la montagna, la montagna degli ostacoli e dei pregiudizi, per vedere l’altro com’è» (A. Grün).