“Sono venuto a gettare fuoco sulla terra”. Commento al Vangelo della XX domenica del T.O., a cura di Giulio Michelini – Video da TV2000 (“Sulla strada”)

(Lc 12,49-53) Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! 50 Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto! 51 Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. 52 D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; 53 si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

Dopo le tre parabole sulla vigilanza prosegue la lettura continua del vangelo di Luca­­­. Siamo di fronte a una serie di detti di contenuto variegato, con un invito deciso e forte a prendere una decisione: «il tempo si è fatto breve, è necessario scegliere, convertirsi e portare frutto» (M. Crimella). È inutile, sul piano della struttura del contesto, cercare una connessione con quanto c’è prima: per gli studiosi, il problema non riguarda solo il modo in cui Luca ha organizzato i detti, ma anche l’uso delle fonti di cui disponeva.

La pagina di oggi è composta di cinque versetti che si possono dividere in due parti. La sezione che li contiene prosegue più oltre, fino alla fine del cap. 12, ma il lezionario tralascia i versetti 54-59 sui segni dei tempi, e la parabola sull’accordarsi con l’avversario prima di andare dal giudice. Due sono i temi principali della pericope: il fuoco e il battesimo e la divisione in famiglia. Le due parti della pagina sono collegate tra loro da frasi simili che Gesù pronuncia al vv. 49, «Sono venuto…» e al v. 51 «Sono arrivato» (mentre la traduzione Cei rende sempre con “venire”, in realtà si tratta di un altro verbo, para-ginomai, “sono arrivato”, “mi sono avvicinato”).

Gesù sta certamente parlando di qualcosa che deve accadere, di una crisi imminente. Ma a quale crisi si sta riferendo? Mentre è chiaro che la crisi è causata dalla persona stessa di Gesù, i commentatori si dividono su altre interpretazioni.

L’espressione “fuoco e battesimo” (ai vv. 49-50) sembra richiamare il linguaggio di Giovanni, il Mentore di Gesù, che annunciava il fuoco per i peccatori. Anche Gesù, in quanto discepolo del Battista, sta ora parlando di questo? Se il verbo greco gettare il fuoco nasconde un semitismo da intendere “accendere il fuoco”, rimane il problema di cosa intendere con questa metafora. Due sono interpretazioni principali, la prima legata all’idea di purificazione – come quella di cui parlavano proprio Giovanni ed Elia, il profeta del fuoco; l’altra, centrata, per altri esegeti, sul fuoco dello Spirito – tema che si ritrova nell’opera lucana, nel racconto della Pentecoste, nel libro degli Atti.

Insieme al desiderio che il fuoco venga acceso, Gesù parla poi di un battesimo, che certamente non può qui essere compreso nel senso del rito, del segno, cioè del sacramento, come sarà avverrà successivamente nella tradizione cristiana. Il verbo baptizo indica un’immersione, uno sprofondare, ma anche qui le interpretazioni divergono: per alcuni, veicolerebbe l’idea di un’inondazione che porta con sé la morte, come quella che venne dal diluvio, o di cui parlarono i profeti o i Salmi: «Mi circondavano flutti di morte, mi travolgevano torrenti infernali», dice il salmista (Sal 18,4). Questa inondazione – sembra di capire dalle parole di Gesù – verrà a ricoprire proprio lui, che sarà giudicato e trovato “maledetto”, come scrive Paolo, quando vede Gesù come il «maledetto appeso al legno» (Gal 3,13). In questo senso, il battesimo altro non sarebbe che una metafora della morte imminente che attende Gesù. È il significato, questo, che si trova anche in un altro vangelo, in Mc 10,38, subito dopo il suo terzo annuncio della passione, quando «Gesù disse: “Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?”».

Il battesimo che Gesù desidera (e non è certamente quello al Giordano, al quale si è già sottomesso) dice che egli desidera che tutto – qualunque cosa di cui stia parlando e a cui alluda con “fuoco” – giunga a compimento. Il verbo “compiersi” di Lc 12,50, tra l’altro, è proprio è proprio quello nella frase che Gesù pronuncia in Gv 19,30: tetélestai, dal verbo teléo, “portare a compimento”, “concludere”.

Subito dopo aver parlato di sé e del battesimo che ancora deve ricevere, ecco che Gesù passa ora parlare del futuro dei discepoli: se Gesù vive una condizione di precarietà e morte, in quanto deve essere “battezzato” nella morte, anche i discepoli subiranno una sorte simile.

La prova dei discepoli viene declinata in chiave relazionale-familiare, e riguarda i vv. 51-53 sulla divisione in famiglia. Sorge qui una domanda: ma Gesù non è venuto a portare la pace sulla terra, come si legge in alcuni testi del Terzo vangelo (cf. l’inno del Gloria in Lc 2,14: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama»), come anche in altri passi del Nuovo Testamento, come la Lettera di Paolo agli Efesini, quando l’Apostolo scrive che «Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo … Egli che è la nostra pace» (Ef 2,14).

Il detto di Gesù circa la crisi in famiglia ha un parallelo in Mt 10,34, che però si trova all’interno del secondo discorso di Gesù, quello di invio dei discepoli: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada». La relazione del discepolo con la sua famiglia viene descritta qui con espressioni forti che invitano a non farsi illusioni. La venuta del Regno non implica ancora l’era messianica di pace annunciata dai profeti, e dunque, come la spada divide in due, così saranno le relazioni familiari a causa del Cristo. Ecco perché a queste parole sulla divisione seguono dei detti sulla croce (Mt 10,38-39): il martirio cruento che Gesù stesso ha subito con quello strumento assume una forma addirittura feriale e domestica, ed evoca il prezzo che può essere pagato da chi ha riconosciuto e seguito il Messia.

Il tema della divisione in famiglia non è esclusivo di Gesù, e ha come modello, probabilmente, Michea 7,6: «Il figlio insulta suo padre, la figlia si rivolta contro la madre, la nuora contro la suocera e i nemici dell’uomo sono quelli di casa sua». Qui però abbiamo a che fare con un lamento che descrive la società del tempo del profeta, una società individualista, dove vale solo il denaro e non c’è più solidarietà o unione, fino a minare alla base il bene comune…

Nel nostro testo, invece, sembra essere proprio Gesù la causa della divisione; basterà pensare anche al fatto che Gesù, ebreo, nella sua origine ebraica è ciò che ci unisce all’Ebraismo; ma propri la persona di Gesù separa – e ha separato sin dall’inizio – l’ebraismo dal cristianesimo.