Commento al Vangelo della II domenica del T.O. (Gv 1,29-34), a cura di Giulio Michelini

Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! 30Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. 31Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». 32Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. 33Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. 34E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Prima di riprendere la lettura continua del vangelo di Matteo, quest’anno liturgico ci riserva per la presente domenica il brano dal vangelo secondo Giovanni sulla testimonianza del Battista.

Il Quarto vangelo non ci dice nulla più della figura di Giovanni Battista di quanto già sappiamo dai sinottici, ma presenta anche alcuni aspetti particolari. Giovanni, ad esempio, non è conosciuto dal Quarto vangelo con l’appellativo che invece era noto anche allo storico Giuseppe Flavio, quello del “battezzatore” (“Battista”). Ma la differenza più significativa è che nel vangelo di Giovanni non appare esplicitamente la scena del battesimo di Gesù. È stata semplicemente “rimossa”, dando invece importanza al fatto che la funzione del Battista è qui principalmente quella di rendere testimonianza a Gesù. Probabilmente abbiamo a che fare con la comprensione delle comunità primitive del battesimo di Gesù, che deve aver rappresentato un problema non di poco conto: come è possibile che “il più grande” sia battezzato dal “più piccolo”? Gli evangelisti reagiscono in vario modo alla memoria storica del Messia battezzato da un messaggero già registrata dal primo vangelo, Marco. Per Matteo il Battista si rifiuta di compiere il rito, finché Gesù dice: «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia» (Mt 3,15). Luca «menziona semplicemente di passaggio, in modo quasi estemporaneo, il battesimo di Gesù, e omette convenientemente il nome del battezzatore (“Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì…”; Lc 3,21). Il quarto vangelo fornisce la soluzione più radicale di tutti: elimina completamente l’evento del battesimo. Come poteva, infatti, la Parola eterna fatta carne ricevere il battesimo da Giovanni? Di conseguenza, è assente qualsiasi riferimento a Gesù che viene battezzato, con o senza Giovanni, anche se si conserva la teofania con lo spirito che discende come una colomba (Gv 1,32), senza il suo tradizionale collegamento al racconto del battesimo di Gesù» (J.P. Meier).

Torniamo all’inizio, quindi: nel vangelo secondo Giovanni, il Battista se non battezza il Messia, però lo indica: «Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). Il termine “ecco” nel greco è praticamente un imperativo: “guarda!” – “vedi!”, e infatti questo è il dono che il Battista ha avuto: poterlo riconoscere e indicare. Mentre gli altri vangeli registrano i dubbi del Battista (Gesù sarà o non sarà il Messia?), il Quarto ci dice che non solo Gesù è il Cristo, ma che egli eserciterà la sua forza con la liberazione del mondo dal peccato.

Inutile stare a discutere quale traduzione sia migliore per il participio del verbo airo, che i dizionari di greco biblico rendono sia con “toglie” (presente ad es. nella versione CEI) che con “prendere su di sé” (così la ABU in lingua corrente); tutti e due gli aspetti sono possibili, proprio come per il lat. tollo (ecce agnus Dei qui tollit peccatum mundi). L’importante è rilevare che il verbo impiegato significa, oltre a quanto detto sopra, “eliminare, far sparire, annullare”, e implica una dimensione di espiazione, che non riguarda solo la morte di Gesù in croce, ma tutta la sua vita: «Gesù è colui che per natura sua toglie (non soltanto: che ha tolto o che toglierà) il peccato; togliere è una funzione che definisce l’agnello» (R. Penna). Che cosa elimina Gesù, ovvero, di quale peccato si parla? Ancora ci aiuta Romano Penna: «il peccato in Giovanni non è solo un atto individuale, ma non è neppure la somma di vari peccati. Esso piuttosto è un atteggiamento fondamentale e unitario, che si manifesta poi nella molteplicità di concreti atti singoli. Nell’insieme si può dire che esso consiste semplicemente nella risposta negativa dell’uomo nel suo confronto col Cristo Gesù e più specificamente nel fatto che non si riconosce né lui né il Padre» (I ritratti originali di Gesù il Cristo. Inizi e sviluppi della cristologia neotestamentaria, II, Paoline 1999).

Possiamo allora tentare una breve sintesi, a partire dalle varie ipotesi formulate sul referente veterotestamentario dell’espressione «agnello di Dio». Che con l’agnello indicato dal Battista il Quarto vangelo abbia voluto significare l’agnello pasquale, o il Servo sofferente di Isaia, oppure altro ancora, il centro di questa immagine è comunque che Gesù – apparso per “togliere i peccati” e “distruggere le opere del diavolo” (cfr. 1Gv 3,5.8) – ancora oggi può agire per la liberazione di ogni uomo. La formula detta da Giovanni Battista viene significativamente ripetuta ogni volta che i cristiani celebrano l’eucaristia. La comunità dei credenti riconosce in quel pane spezzato e “mostrato” la forza capace di aiutare noi deboli perché il sacrificio di Cristo, e la sua stessa vita, siano ancora efficaci per la nostra salvezza.