“Che cosa dobbiamo fare?” – Commento al Vangelo della III domenica di Avvento (Lc 3,10-18) a cura di Giulio Michelini

In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».

Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

 

Riconoscere il più forte – Commento di Giulio Michelini

Il brano evangelico della liturgia della terza domenica di Avvento è facilmente divisibile in due parti. Nella prima, i versetti 10-14, è riferito il dialogo tra il Battista e la folla che – ascoltato il suo invito alla conversione – gli chiede che cosa fare in concreto. Domanda che risuonerà anche agli inizi della predicazione apostolica: alla testimonianza di Pietro, scrive sempre Luca in At 2,37, la gente rispondeva: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». È una delle questioni fondamentali dell’uomo che conosce Dio, e che implica la ricerca della salvezza. Così, ad es., la domanda del giovane ricco a Gesù: «Maestro buono, cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?” (Lc 18,18).

Il dialogo di Giovanni con la folla è esclusivamente lucano, non ci viene tramandato dagli altri vangeli; si ha l’impressione che Luca abbia organizzato il discorso seguendo uno schema che poi verrà ripreso nella catechesi battesimale cristiana, e che è composto dalla puntualizzazione che la conversione è una cosa seria (vv. 7-9), che deve essere concretizzata non solo nel momento sacramentale del battesimo, ma nella vita quotidiana (vv. 10-14). Il richiamo alla vita ordinaria è interessante: il Battista non impone cose straordinarie, ma l’esercizio della carità e la rettitudine nel compimento del proprio dovere: impegno nelle vicende reali della propria professione. Abbiamo un quadro che concorda perfettamente con il ritratto che lo storico Giuseppe Flavio ci fornisce del Battista: «Era Giovanni un uomo retto, il quale invitava i Giudei a praticare la virtù, la reciproca giustizia e la pietà verso Dio, e quindi ad accostarsi al battesimo» (Ant. 18, 117).

Nella seconda parte del brano evangelico il popolo si interroga sul Battista: è lui il Messia? E «Giovanni rispose a tutti dicendo…» (v. 16). Il Battista così facendo ci fornisce l’identikit di colui che doveva essere il Cristo d’Israele, o almeno quello che Giovanni aspettava.

La risposta è composta da quattro definizioni: il Messia è uno più forte di lui; è l’unico degno di essere servito; diversamente da Giovanni battezzerà con Spirito Santo e fuoco; opererà un giudizio imminente. Per la piccola economia di questo commento ci possiamo soffermare solo sul primo aspetto, ovvero sulla forza del liberatore atteso dal Battista.

Chi è il Messia? È anzitutto uno più forte. L’aggettivo ischyros evoca tanti passi biblici, in particolare il libro dell’Apocalisse e le due lettere di Paolo alla comunità di Corinto. Il nostro termine ha un campo semantico che lo pone in stretta relazione con il sacro: Dio soltanto è il Forte in senso proprio (Balz-Schneider). È scritto ad es. in Ap 18,8: «Forte è il Signore Dio». E dice Paolo in 1Cor 10,22: «Vogliamo provocare la gelosia del Signore? Siamo forse più forti di lui?».

Riconoscere Dio come il più forte, soprattutto nel nostro tempo, è segno di una benedetta debolezza, che contrasta col pensiero comune. Si legge nella 2Cor 12,10: «Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte». Sembra che la nostra identità si chiarisca rispetto ad un Altro più forte di noi. L’antitesi forza-di-Dio debolezza-dell’uomo è forse la più profonda dinamica relazionale presente nella Bibbia: chi vuole vincere con Dio deve “arrendersi” davanti a lui, alla sua santa volontà, riconoscendosi creatura. Come Giacobbe, il quale lotta con l’angelo (= Dio) e, pur vincendo contro di Lui («Hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto»; Gen 32,29), ne esce sconfitto e con il segno delle ferite («Giacobbe passò Penuel e zoppicava all’anca»; Gen 32,32). «Sì che Tu sei terribile!», scriveva il Manzoni nel Natale del 1833, ancora scosso per la morte della moglie. «Onnipotente!», chiude l’inno, dopo aver finalmente accolto con fede la sua volontà: «il voler nostro interroghi, /e a tuo voler decidi».

La superiorità del Messia, rispetto al Battista, si mostra nel fatto che Giovanni riconosca di doverlo servire, come lo schiavo che scioglie i lacci dei sandali del suo padrone; un servizio, questo, che solo a Dio è dovuto. Si potrebbe commentare applicando a riguardo il lucido principio della 1Pt 2,17, dove si distinguono gli atteggiamenti che il cristiano deve tenere nella società: «Onorate tutti, amate i vostri fratelli, temete Dio, onorate il re». Al re lo stesso onore da dare a tutti gli uomini; un amore particolare per i fratelli (nella fede); solo di Dio si può essere servi.

Da queste osservazioni non possiamo però congedarci, se non mettendo in rilievo la profonda novità di Gesù rispetto all’identikit che il Battista si era fatto del Messia. La forza del Signore Gesù si manifesterà non solo nella sua capacità di scacciare i demoni o compiere grandi segni, quanto piuttosto nella debolezza della sua passione e morte. Allora, dopo la croce, sarà il Padre a mostrare la forza nel sollevare il suo Figlio aprendogli la tomba.

Per il Battista, infine, il “veniente”, “colui che deve venire”, è superiore anche in relazione al battesimo dello Spirito o battesimo di fuoco, che l’Unto solo potrà dare. Immagine simile a quella del contadino che ha in mano il ventilabro. Tutte e due dicono il giudizio escatologico di Dio: «all’uomo si aprono due possibilità: un giudizio di salvezza, con riferimento allo Spirito che Dio verserà nel cuore per rinnovarlo dal di dentro; un giudizio di condanna, mediante il fuoco devastatore» (Rossé). Anche in questo, però, Giovanni vedrà le cose solo parzialmente: il Messia di Israele annuncerà la misericordia e il perdono ai peccatori, e per questo varrà la pena ascoltare gli inviti alla conversione che ci vengono dalle splendide letture dell’Avvento.

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