“C’è gioia in cielo…”. Commento al Vangelo della XXIV domenica del T.O., a cura di Giulio Michelini (Video da TV2000, trasmissione “Sulla strada”)

(Lc 15,1-32)
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».
Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Tre parabole della misericordia

La parabola “del Figlio prodigo” o “del Padre misericordioso” è stata già proclamata nella IV domenica della passata Quaresima. In quel lezionario venivano peraltro omesse le altre parabole che l’accompagnano, che invece oggi sono proclamate: quelle della pecora e della moneta perdute e poi ritrovate.

Prima di dire brevemente qualcosa del vangelo di oggi, possiamo cogliere l’occasione per trattare di quel genere letterario particolare che è la parabola. Per chi volesse approfondire, si possono ricordare tre titoli. Oltre al grande (scientifico, per gli esperti) Compendio delle parabole di Gesù (a cura di Ruben Zimmerman), uno dei lavori più interessanti è quello del gesuita Roland Meynet, che ha pubblicato nel 2000 il volume Vedi questa donna? Saggio sulla comunicazione per mezzo delle parabole. Un “classico” rimane invece il testo del Card. Martini: Perché Gesù parlava in parabole? Fondamentale, ma meno divulgativo, il libro di un altro vescovo, Vittorio Fusco, Oltre la parabola.

Partiamo da formulare un rischio: quello che si corre nel leggere una parabola come se ci fosse un’esatta corrispondenza tra ogni singolo dettaglio del racconto e un signicato “nascosto”, da ricercare. Si credeva questo proprio nell’interpretazione dei Padri della Chiesa, quando la parabola è stata confusa con l’allegoria, facendo dire «ad un testo cose magari vere per altra via, cose che la Bibbia dice altrove, ma che quel testo non dice, a scapito delle cose che il testo effettivamente dice» (V. Fusco). A questo punto la parabola non ha più una sua logica interna da capire: diventa semplicente qualcosa che si è già sentita e che non arriva alla vita. Invece lo scopo della parabola è esattamente quello di coinvolgere il lettore/ascoltatore, che così verrà portato ad identificarsi con qualcuno o con una situazione nel racconto. Un esempio efficace è quello della parabola raccontata dal profeta di corte Natan al suo re David (2Sam 12,1ss.). Quest’ultimo ha appena commesso un grave peccato, facendo uccidere il suo rivale Uria. Natan non può tacere, e trova il modo di raccontare una storia al suo re, il quale alla fine è portato – quasi senza accorgersene – ad autoaccusarsi.

La parabola lascia sempre aperto uno spazio al lettore/ascoltatore, non usa violenza, non impone una “morale”, ma chiede che si compia un proprio percorso, che porta inevitabilmente a doversi scoprire, a formulare un giudizio su quanto narrato nella parabola (Chi di voi? Cosa farà quel tale?): giudizio che sarà poi, in ultima analisi, un giudizio sulla propria vita. Per questo è un vero esempio di comunicazione che dovremmo seguire nelle nostre complicate relazioni.

Per leggere le tre parabole del vangelo di oggi – oltre a ricordarne l’occasione (che per Luca sono il giudizio su Gesù che è “troppo misericordioso” coi peccatori) – dobbiamo sottolinearne il Leitmotiv, la gioia, e solo così le potremo capire: «C’è più gioia in cielo». Anche se l’occasione delle parabole è quella dell’accoglienza da parte di Gesù di quelli che si ritenevano per sempre esclusi dal Regno (Lc 15,1: «I farisei e gli scribi mormoravano: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro”»), a dire il vero le parabole funzionano a prescindere da questa premessa. Perché in realtà nelle parabole non si dice il motivo per il quale un figlio, la pecora e la moneta sono state perdute. Di chi è la responsabilità? Sembrerebbe quasi che sia, rispettivamente, del padre, del pastore e della donna, che – così il vangelo – quel figlio l’hanno lasciato andare e quella pecora e quella moneta l’hanno proprio smarrita (15,1.8), Ma allora, se dovessimo concentrarci su questi dettagli, qualcosa stonerebbe nel racconto, soprattutto nelle sue conclusioni di tipo morale: ma non è colpa del peccatore, forse, l’essersi allontanato, cioè, perduto? Non è soprattutto il “caso” del figlio prodigo?

Qui invece subentra il colpo di scena, che permette di ragionare in altro modo all’interno delle parabole. Il padre, il pastore e la donna si vedono come se fossero essi stessi responsabili della perdita avuta. Il messaggio che emerge alla fine è che Dio ha cura dei peccatori fino ad andare egli stesso a cercarli; si occupa dei suoi figli, di tutti, anche e soprattutto di quelli «ovunque dispersi» (liturgia della Messa). A queste stesse conclusioni deve essere arrivato il Manzoni, che ci ha lasciato quelle formidabili parole con le quali Federigo si rimprovera per non essere andato a cercare l’Innominato: «Da tanto tempo, tante volte, avrei dovuto venir da voi io. […] Voi, che avrei dovuto cercare; voi che almeno ho tanto amato e pianto, per cui ho tanto pregato; voi, de’ miei figli, che pure amo tutti e di cuore, quello che avrei più desiderato d’accogliere e d’abbracciare. […] Lasciamo le novantanove pecorelle, sono in sicuro sul monte: io voglio ora stare con quella ch’era smarrita» (I Promessi Sposi, XXIII).

Infine, la gioia del ritorno del figlio e del ritrovamento della pecora e della moneta è profezia di un ritrovamento più grande e più bello, che sarà possibile quando la comunione con Dio e i Santi sarà compiuta e ci sarà grande gioia in cielo, anche per noi.