La Bibbia dell’Amicizia. Anticipazione di un capitolo: Miriam Camerini e il pane che domanda. Commento a Esodo, cap. 16

Un mese esatto dopo l’uscita dall’Egitto, il popolo ebraico arriva in un deserto in cui gli avanzi di pane azzimo portato dall’Egitto finiscono e l’acqua scarseggia. Hanno fame e soprattutto paura di avere fame e sete. Si lamentano con Mosheh e Aharon chiedendo con amaro sarcasmo perché non fossero morti già in Egitto, per mano di Dio, mentre sedevano sulle pentole di carne (così alla lettera il testo ebraico), piuttosto che essere lasciati morire di fame nel deserto. Dio risponde al posto di Mosheh promettendo carne e pane. Il pane si rivela essere la manna, cibo-miracolo che cade direttamente dal cielo e che marcisce, se avanza. La carne è di quaglia, che cade la sera dal cielo, mentre la manna spunta la mattina, sotto la rugiada notturna. È un regalo, ma va utilizzato secondo le istruzioni fornite da Dio, che sono due: del cibo non si può fare commercio, va raccolto secondo necessità e consumato entro il giorno. Il problema attualissimo del cibo “avanzato” – come vediamo – tormenta l’umanità dalle origini, o quasi. Il secondo criterio è quello dello Shabbat: in esso ciò che si è raccolto il giorno prima deve bastare, altra manna da raccogliere non c’è.

 

Un cibo che domanda

La tradizione ebraica ci ha abituati a legare il cibo a un punto di domanda: «È kasher?» si chiede un ebreo osservante dinnanzi a qualsiasi alimento, prima di prendere un boccone in ogni pietanza, davanti anche alla più succulenta vetrina di rosticciere, panettiere e pasticciere. «Che cosa è cambiato?» ci chiediamo davanti alle azzime e alle erbe amare ogni anno, la sera di Pesaḥ. E ancora: «Questa azzima che noi mangiamo, perché la mangiamo?». E poi: «Questa erba amara, che cosa significa?». «Ce n’è anche per gli altri?» dovremmo abituarci a domandare, prima di mangiare. Il ricordo dell’uscita dall’Egitto è evento per definizione legato al chiedere, poiché porre domande è sintomo di libertà, perché la redenzione dall’Egitto inizia con un Dio che sa, che in quel momento comprende, il che – per contro – presuppone un popolo che non sa, che chiede. È – l’uscita dall’Egitto – l’evento centrale di tutta la narrazione biblica, di una famiglia che Dio rende un popolo, origine dello Shabbat tanto quanto la creazione del mondo.

La manna è l’unico cibo che deriva il suo nome direttamente da una domanda per così dire ontologica: «Che cos’è?» si chiedono a vicenda gli Israeliti di fronte allo strato di rugiada che copre una sostanza dal sapore di pane cotto nel miele e dall’aspetto di seme di coriandolo, spuntata una mattina. «Che cos’è?» dicono, e quello diventa il nome dell’alimento: da «Man hu?», manna. Un cibo-domanda per un popolo nomade. Un cibo che può esistere solo nel deserto, nell’indefinito, poiché copre l’intera superficie della terra su cui si trova, delimitando e tracciando quindi un territorio piccolo, nomadico, transeunte. La manna cessa di esistere nel momento esatto in cui il popolo ebraico entra in Terra d’Israele: non è un cibo per stomaci stanziali.

Continua a leggere il file pdf, estratto dal volume La Bibbia dell’Amicizia, a cura di Marco Cassuto Morselli e Giulio Michelini: Miriam Camerini, Un pane che domanda

 

 

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