Commento al vangelo della III Domenica di Pasqua (Lc 24,13-35), a cura di Giulio Michelini ofm

  • Straniero a Gerusalemme

– Uno dei più bei racconti delle apparizioni post-pasquali è quello raccontato da Luca alla fine del suo vangelo (Lc 24,13-35). Gesù raggiunge due dei suoi discepoli proprio lì dove questi si trovano: in cammino, durante il percorso della loro vita, in quello che è il loro pellegrinaggio di tutti i giorni. Fatto di progetti (l’arrivare a Emmaus), di fatiche (il dover percorrere undici km.), di tristezze («col volto triste», v. 17), di pause e di ripensamenti («si fermarono», v. 17). Niente di particolare, niente di diverso dalla solita routine quotidiana: un giorno come un altro, una strada come un’altra, il normale pendolarismo, ancora un’altra delusione.

Il dispiacere che addirittura segna il loro volto viene da una forte disillusione: «noi speravamo» (v. 21), dicono con un verbo all’imperfetto greco che dice un’azione che si svolge tutta nel passato, e quindi, ormai non sperano più. «La morte di Gesù ha messo fine alla speranza dei discepoli, una speranza di liberazione in chiave di restaurazione nazionale: Gesù avrebbe dovuto inaugurare la venuta del Regno, comportante la cacciata degli occupanti e il ruolo di Israele come luce delle nazioni» (G. Rossé).

La loro amarezza emerge anche dal rimprovero che fanno al viandante sconosciuto: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?» (v. 18), frase che potremmo tradurre anche con “Sei tu il solo forestiero in Gerusalemme che non sa…”. Sembra quasi una delle cose che si dicono a chi non è aggiornato, non legge i giornali, a chi non si interessa dell’attualità e rimane indietro con i tempi. Ma nella frase dei due di Emmaus forse c’è qualcosa di più.

L’evangelista Luca usa qui un verbo, paroikeo (lett: “abitare presso”, cioè: “essere straniero/forestiero, prendere residenza come straniero, abitare una terra senza avere diritto di cittadinanza”) che si trova nel Nuovo Testamento solo in un’altra occorrenza, nella Lettera agli Ebrei, quando si parla di Abramo, e si dice che questi «per fede fu forestiero nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa» (Eb 11,9). Il verbo di cui abbiamo detto si usa anche nel Primo Testamento: è usato ancora varie volte per Abramo (ad es. Gn 12,10: «Venne una carestia nel paese e Abram scese in Egitto per soggiornarvi da forestiero, perché la carestia gravava sul paese»), ma anche per il popolo d’Israele che da Abramo discende (ad es. Es 6,4: «Ho stabilito la mia alleanza con loro, per dar loro il paese di Canaan, quel paese dove essi soggiornarono come forestieri»).

Uno dei sostantivi collegati al nostro verbo lo conosciamo bene, perché ancora lo usiamo nel linguaggio ecclesiastico corrente: paroikia (da cui “parrocchia”). Questa volta il vocabolo ricorre in quel libro, la Prima lettera di Pietro, che la Chiesa ha iniziato a leggere proprio nel tempo di Pasqua: «comportatevi con timore nel tempo del vostro pellegrinaggio» (1Pt 1,17), che, traducendo alla lettera, suona proprio «nel tempo del vostro essere forestieri». Un altro sostantivo collegato è paroikos, che significa appunto “forestiero”. Ricorre ancora nello stesso libro: «Carissimi, io vi esorto come forestieri e pellegrini ad astenervi dai desideri della carne che fanno guerra all’anima». (1Pt 2,11). I primi cristiani devono aver sentito molto questo aspetto, se tale è l’insistenza in quella lettera, che proprio dice lo statuto del credente. Leggiamo poi in un testo delle origini della Chiesa, la Lettera a Diogneto: «I cristiani non si differenziano dagli altri uomini né per territorio né per lingua o abiti. Essi non abitano in città proprie né parlano un linguaggio inusitato; la vita che conducono non ha nulla di strano. Abitano nella propria patria, ma come stranieri, partecipano a tutto come cittadini, e tutto sopportano come forestieri, ogni terra straniera è la loro patria e ogni patria è terra straniera. Amano tutti e da tutti sono perseguitati».

I discepoli di Emmaus, insomma, confondono il Risorto con uno dei tanti pellegrini che salivano a Gerusalemme per la Pasqua, ma con un procedimento ironico, l’evangelista ci comunica anche qualcosa di Gesù: egli era, su questa terra, di fatto, un forestiero. Il suo regno non è di questo mondo, ci scriveva il Quarto vangelo (cfr. Gv 18,36), e per questo è stato estromesso dalla città per essere crocifisso: «Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, patì fuori della porta della città» (Eb 13,12). Soprattutto i racconti di apparizione ci dicono che egli deve andare in un altro luogo, presso il Padre, e non può fermarsi per sempre con i suoi. Forse proprio per questa ragione, però, Gesù può consegnare ai due delusi di Emmaus un’altra storia, ovvero un’altra interpretazione di quanto accaduto, basata su una lettura che infonde speranza e scalda il cuore. Se quei discepoli avevano chiuso la loro interpretazione con il sigillo della sconfitta, la parola del Risorto riapre le loro tombe, e questo è possibile proprio perché Lui viene “da fuori”, è uno “straniero”.

I credenti, come testimoniano lo scritto apostolico di Pietro e la Lettera a Diogneto, sono come Gesù, non possono fare a meno di condividerne la sorte. Sono anch’essi invitati ad «uscire dall’accampamento, e ad andare verso di lui, portando il suo obbrobrio, perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura» (cfr. Eb 13,13-14). Il pane spezzato dal Risorto e dato ai discepoli, attraverso il quale viene riconosciuto, è allora il pane per il cammino, il viatico che ci dà la forza nel nostro terreno pellegrinaggio di stranieri su questa terra.

Un’ultima idea. Si sta facendo strada l’ipotesi che i due di Emmaus non fossero discepoli maschi, come normalmente si intende, e come è stato poi reso dalla tradizione e dall’arte. E nemmeno vi sono indizi che questi arrivassero ad invitare Gesù a stare in una locanda. Piuttosto, si potrebbe vedere ora in quei due una coppia. La lettura della Parola di Dio, che è stata spesso condizionata dall’ambiente monastico in cui essa è stata a lungo praticata, si offre anche all’interpretazione in contesto familiare, e nulla vieta perché le coppie di sposi possano ritrovarsi pienamente nei panni di quei due – marito e moglie (solo il nome maschile viene dato da Luca) – che finalmente ritrovano in Gesù il senso della loro gioia.

 

Giulio Michelini ofm

 

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