Commento al Vangelo della II domenica di Quaresima, a cura di Giulio Michelini

Volto di Cristo, mosaico nella Church of the Transfiguration, Orleans, Mass, USA

(Mc 9,2-10) In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

 

Di gloria in gloria

Nel versetto che precede la scena della trasfigurazione che oggi leggiamo nel Vangelo, Gesù dice ai suoi discepoli: «In verità vi dico: vi sono alcuni qui presenti, che non morranno senza aver visto il regno di Dio venire con potenza» (Mc 9,1). Sei giorni dopo questo annuncio, Gesù porta Pietro, Giacomo e Giovanni con sé sopra un monte alto, in un luogo appartato, e si trasfigura davanti a loro. L’episodio è descritto da tutti e tre i vangeli sinottici, ma anche nella Seconda Lettera di Pietro. Lì l’Apostolo ricorda, e scrive di essere stato testimone oculare della grandezza di Gesù: «Egli ricevette infatti onore e gloria da Dio Padre quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”. Questa voce noi l’abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte» (2Pt 1,16-18).

La trasfigurazione è inserita in tutti e tre i sinottici all’interno dello stesso contesto, ovvero subito dopo l’annuncio di Gesù della sua passione. È come un “ponte” tra il suo ministero pubblico in Galilea e la sua morte, che da lì a poco avrà luogo in Gerusalemme. Per il lettore del Vangelo secondo Marco, in particolare, la proclamazione di Gesù “Figlio di Dio”, che viene fatta dalla voce nella nube, segue altre due analoghe testimonianze: non solo quella del battesimo, quando «si sentì una voce dal cielo» che diceva «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto» (Mc 1,11), ma anche quella – e si tratta di una sottolineatura solo marciana – che troviamo all’inizio del Vangelo, nel primo versetto del primo capitolo («Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio»).

Ecco che ora, al momento in cui Gesù annuncia la sua passione, è ancor più necessario che quest’idea venga ribadita. Il lettore del Vangelo deve sapere che Dio non abbandonerà il suo figlio, anche se questi verrà consegnato per essere crocifisso: la sofferenza a cui è destinato non compromette la fedeltà del Padre, e l’annuncio che viene dalla vita e dalla morte di Gesù, rimane, appunto, la buona notizia, un “vangelo” di salvezza e speranza. Non solo. Nel racconto di Marco (come per quello di Luca), la voce che proclama il “figlio” al battesimo sembra essere udita da Gesù solo: a lui viene detto «tu sei mio figlio» (in Matteo la voce si rivolge ad altri: «Questi è il mio Figlio»); ora la voce si indirizza ai discepoli, rappresentati dai tre saliti con Gesù sul monte. Questi non possono più ignorare le parole a loro rivolte: «Ascoltatelo».

Sono infatti Pietro e i suoi compagni coloro che più di tutti hanno bisogno di ascoltare Gesù, dato che Pietro, appena dopo la sua confessione a Cesarea di Filippo, ha preteso di mettersi davanti a lui per evitargli il pellegrinaggio a Gerusalemme. Gesù, per questo, chiama Pietro “Satana”, e poi – come dicevamo – lo invita a salire sul monte con lui. In altre parole, qui siamo di fronte alla reazione di Dio all’incredulità di Pietro. Non solo però i discepoli devono prepararsi alla passione del loro maestro, anche Gesù ha bisogno di istruzioni per intraprendere il “suo” esodo (come specificherà Luca in 9,31): Mosè aveva condotto gli ebrei fuori dall’Egitto, Elia aveva ripercorso i suoi passi, e ora il Messia, aiutato da coloro che hanno vissuto un’esperienza analoga di sofferenza e liberazione, potrà andare deciso verso Gerusalemme.

Molti interpreti si sono chiesti che cosa significasse la presenza di Mosè ed Elia sul monte. Se per alcuni essi rappresenterebbero la Torà e i Profeti, altri giustamente criticano questa soluzione, e ultimamente è stata avanzata l’ipotesi che essi piuttosto siano importanti per quanto Gesù sta vivendo nel momento in cui sale su quella montagna. Mosè ed Elia hanno vissuto eventi paragonabili alla reazione di Pietro all’annuncio della passione di Gesù di cui si è detto sopra. L’analogia tra gli eventi è data dal fatto che al modo in cui Gesù interpreta il rifiuto di Pietro (come una nuova tentazione, analoga a quelle all’inizio del suo ministero), così Mosè provò l’esperienza del vitello d’oro ed Elia quella della fuga verso l’Oreb. Questi due fatti ebbero luogo proprio su un monte, dopo un fallimento del popolo di Israele che aveva, nel primo caso, costruito un idolo e, nel secondo, sostenuto i sacerdoti di Baal contro cui Elia doveva lottare. A fronte di queste due delusioni, sia Mosè sia Elia chiedono a Dio di morire (cf. Es 32,32; 1Re 19,4), ma – come risposta – a tutti e due è concessa la visione di Dio. Mosè, spaventato, però, si nasconde nella rupe (Es 33,21-22), ed Elia si copre il volto (1Re 19,13). Mentre loro non vedono Dio, ora stanno davanti a Gesù, nella sua gloria, e non si velano più il volto: non hanno più paura di lui, perché «Gesù, il “figlio amato” del Padre (cf. Mc 9,7), “l’eletto” (Lc 9,35), è egli stesso la visibilità del Padre: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9). In lui Mosè ed Elia si incontrano, vedono Gesù nella gloria, e gli portano il loro conforto. Al termine, il Padre conferma ai tre discepoli, Pietro incluso, la strada che Gesù dovrà intraprendere» (Maurice Gilbert).

Nel percorso narrativo di Marco, in questo modo, viene aggiunto un altro tassello per rispondere alla domanda che i lettori di questo vangelo – insieme ai discepoli di Gesù – avevano formulato dopo aver assistito al miracolo della tempesta sedata. In quella occasione, i discepoli «furono presi da gran timore e si dicevano l’un l’altro: Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli ubbidiscono?» (Mc 4,1). Ora è il Padre stesso che rivela l’identità profonda del Figlio a chi assiste sul monte alla sua trasformazione. Questa teologia è molto presente nei vangeli e ci fa tornare alla mente quanto è scritto nel Primo Vangelo, quando Gesù dice: «nessuno conosce il Figlio se non il Padre» (Mt 11,27).

Ma nel volto splendente di Gesù si mostra anche il volto di ogni essere umano: la bellezza di quella luce esprime – almeno per una volta – non solo l’identità nascosta del Messia Gesù, ma anche la dignità di ogni persona. Gesù, uomo vero, svela il volto di ogni uomo.

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