Bartimeo da Gerico a Gerusalemme: l’ultimo miracolo di Gesù. Commento al vangelo della 30ma domenica del T.O.

(Mc 10,46-52) In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

 

Commento a cura di Giulio Michelini

L’ultimo miracolo di Gesù

Il Vangelo odierno ci offre la scena dell’ultimo miracolo compiuto da Gesù durante la sua vita terrena, se non consideriamo quelli di Mt 21,14 («Gli si avvicinarono nel tempio ciechi e storpi, ed egli li guarì») e quello narrato da Luca nel racconto della passione (quando Gesù rimedia alla ferita inferta da uno dei suoi discepoli all’orecchio del servo del sommo sacerdote; cf. Lc 22,22).

Nel piano narrativo del Secondo vangelo, dopo la guarigione del cieco Bartimeo, appena dopo aver detto «la tua fede ti ha salvato», Gesù riprenderà velocemente il cammino (Marco spiega che il cieco «prese a seguirlo per strada», v. 52) ed entrerà a Gerusalemme. A Gerico, Gesù nemmeno si ferma («e giunsero a Gerico… e mentre partiva da Gerico», v. 46), tanta deve essere stata la fretta di portare a compimento quel viaggio che ormai necessitava solo poche ore di strada.

La guarigione del cieco – posta allora a questo punto del ministero di Gesù, appena in prossimità della passione – sembra avere un significato simbolico ed educativo. Marco potrebbe voler dire in questo modo che il discepolo deve aprire gli occhi per comprendere e accogliere quanto sta per accadere nelle prossime ore, ovvero lo scandalo della morte del Messia. In effetti, finora il racconto marciano del viaggio di Gesù ha avuto come intento principale quello di mostrare chi è colui di cui si sta parlando. All’inizio del suo percorso verso Gerusalemme, ricordiamo, Gesù aveva guarito un altro cieco, ma la sua guarigione era stata più laboriosa, tanto che per due volte il Signore dovette imporre le mani sui suoi occhi: invece di vedere chiaramente gli uomini, quel cieco vedeva «alberi che camminano» (Mc 8,24). Ora, quasi alle porte della città santa, per guarire Bartimeo non serve più il gesto dell’imposizione delle mani, ma solo la fede è necessaria.

Ecco che la guarigione del cieco non è più una storia di miracoli, ma è in primo luogo una catechesi sulla fede. La fede, infatti, viene richiesta da Gesù, ed è questa che guarisce il cieco, senza che nemmeno Gesù, questa volta, lo tocchi. La fede, come già detto sopra, sarà necessaria per affrontare la croce. «La strada seguita da Gesù è la strada che porta alla croce: la strada del rifiuto da parte dei suoi contemporanei giudei, la strada del tradimento da parte dei suoi stessi discepoli, la strada della sofferenza e della morte per mano delle autorità giudaiche e romane. Lungo il viaggio descritto in 8,22-10,52 Gesù ha insegnato ai suoi discepoli chi egli sia, ciò che lo aspetta a Gerusalemme, e cosa significhi seguire lui. Bartimeo ha ricevuto il dono della vista e si incammina sulla strada di Gesù: la strada che porta a Gerusalemme» (Donahue – Harrington).

Ci soffermiamo infine su un aspetto intrigante del racconto marciano, sul quale insistono ora tutti i commentatori. Bartimeo porta infatti un nome molto strano, che non appare in nessun elenco dei nomi propri della Palestina al tempo di Gesù. Ma in esso vi sono delle parole che non possono non richiamare attenzione. Il nome è per metà aramaico (bar) e per metà greco: Timeo. Questo nome, sconosciuto perché non appartiene al mondo ebraico dove il racconto è ambientato, è però molto noto, come spiega Bas Van Iersel: «i lettori istruiti dell’antica Roma e i lettori colti odierni non possono non pensare al Timeo, uno dei principali dialoghi di Platone, che chiunque abbia una nozione della filosofia greca certamente conosce. Per tali lettori, Timeo potrebbe avere una connotazione simbolica […], nel qual caso il racconto non riguarderebbe semplicemente un mendicante cieco, che per caso si chiamava Bartimeo». Conclude l’esegeta: «Nella figura di questo greco travestito da mendicante cieco, la cultura greca cerca un contatto con l’ebreo Gesù».

Abbiamo qui, narrato in modo plastico attraverso il miracolo, l’incontro tra il cristianesimo e le culture, in particolare la cultura dei pagani. Già poco prima di questo mendicante, Gesù aveva avuto modo di imbattersi in altri goyim: Legione, l’indemoniato che, appunto, si trova nella regione dei Geraseni, fuori della Terra promessa, e la donna, presentata come ellenica, di cui al cap. settimo del Vangelo (7,24-30). Il libro di Marco, come si evince da dati interni al testo, quale la conoscenza di diverse parole latine, è tradizionalmente ritenuto il Vangelo portato al cuore del paganesimo, Roma. Nella figura di quel povero al bordo della strada tra Gerico e Gerusalemme vi è forse racchiusa l’attesa di ogni uomo e di ogni donna che, ancora oggi, in questo mondo con tante opportunità e molte povertà, attende una parola di salvezza, attende prima di ogni cosa una luce di speranza per interpretate ed accogliere la propria croce.

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