• 28 Settembre 2021 13:00

La parte buona

QUELLA CHE ASCOLTA E METTE IN PRATICA LA PAROLA DI DIO

Stabat Mater. Un commento di Mariateresa Zattoni e Giulio Michelini, dal volume “Gesù in relazione” (Queriniana 2021)

Pubblichiamo un capitolo tratto dal volume di M. Zattoni e G. Michelini, Gesù in relazione (Queriniana 2021), pp. 45-62, dedicato allo “Stabat Mater”, il versetto della passione secondo Giovanni su Maria sotto la croce.

(Gv 19,25-27) Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. 26Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». 27Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé (Gv 19,25-27).

Gesù in relazione | Mariateresa Zattoni Gillini, Giulio Michelini

Commento di Mariateresa Zattoni

In questa pagina del vangelo secondo Giovanni si intrecciano due prospettive: lo stare e l’essere Madre.

Maria stava: è la cosa più difficile per una madre. Stare è il contrario di fuggire, di sottrarsi, di far finta di capire; ma è anche il contrario di esagitarsi, voler aiutare, voler intromettersi, soprattutto quando il figlio appare bisognoso di aiuto, in situazione di pericolo.

Ecco alcune tappe dello “stare” di Maria.

Era stata una nascita straordinaria, incomprensibile, inaspettata: lei Vergine con un bambino in grembo. E un marito che diventa custode del Bambino e gli dà il Nome. Forse si aspettava qualcosa di speciale da questo bambino, e invece lui impara a camminare e a parlare come tutti i bambini. Eppure lei stava ferma sull’annuncio, non se lo era inventato lei. Quando qualcosa di straordinario accade nella nostra vita e poi tutto continua come prima, ci lasciamo seppellire nella quotidianità, nel grigiore; e dimentichiamo la Luce che pur avevamo visto. Lei, no. Lei tiene fermo l’evento, non lo nasconde, non lo seppellisce. Stava.

Il bambino cresce, si fa adolescente, giovane adulto, come tutti. Impara il mestiere di suo padre. Come tutti. Forse lei si era abituata ad avere questo figlio “bello” in casa, così mite e tranquillo. Forse diceva: “Non me lo ruba nessuno”. Eppure teneva nel suo cuore l’evento. Stava.

Gesù ormai è un adulto in piena maturità: esce di casa, si mette a predicare “Il regno è qui”, fa miracoli, la gente lo segue. Forse per un attimo è stata trascinata dai parenti a cercarlo: riportiamolo a casa, forse è impazzito, in che guai si mette, salviamolo. Ma lui dice: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? […] Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 12,48-50). E lei non lo cerca più. Stare è fare la volontà di Dio.

Ma questo figlio è solo per le strade della sua terra. E lo accusano di essere dalla parte del demonio; hanno le pietre in mano. E lui è solo, sempre più solo: proclama che lui discende dal cielo, che è figlio di Dio. Le autorità religiose non gli credono, vogliono farlo fuori: è pericoloso. E lei, la madre, non si alza a difenderlo, non dice: lui ha ragione, lui è il figlio dell’Altissimo, vi dico io come sono andate le cose! Non testimonia per lui, non lo “salva”, non corre in suo soccorso, non si butta a difenderlo. Forse è il suo momento più difficile, più tremendo: lasciare che il figlio faccia la sua strada, anche se non lo capisce. Ma perché questo figlio non usa il suo potere per far fuori quelli che lo accusano, lo disprezzano, tramano contro di lui? Eppure lei sapeva come stavano le cose. Ma non si intromette. Ha fiducia in lui anche quando lo vede fallire. E lo vede sempre più solo. Stava.

E il fallimento si delinea sempre di più come via della croce. Forse lei sperava in quelli che lui aveva beneficato, sperava nei suoi amici: prenderanno le sue parti, lo difenderanno. E invece scappano, lo abbandonano. Sono più interessati a salvarsi la pelle.

E lei sta sotto la croce. È il momento in cui non può più fare niente per lui, il Figlio. È assolutamente impotente, inutile. Per una madre essere inutile mentre il figlio soffre è la più grande delle prove. La madre sa che darebbe per lui il suo sangue, la sua vita. Pur di salvarlo. Pur di sottrarlo alla sofferenza atroce che sta subendo. Eppure non dice: “Non c’è niente da fare”. Non se ne va. Sta.

E non le importa più di chi ha torto o ha ragione, non importa più se lei “capisce” o no; lei sa soltanto che il figlio soffre. E lei non può fare niente: è la prova più grande, per una madre. Non può nemmeno pensare che il suo stare lì sia in qualche modo di aiuto: lei sa soltanto che sta, impotente.

E si sente regalare un figlio: «Donna, ecco tuo figlio!» (Gv 19,26). Questo Figlio è così “spogliato” di tutto che regala persino sua Madre. E lei sta con questo figlio. Di nuovo, non fugge, non si rinchiude nel suo innominabile dolore, nel fatto che ha diritto di piangere perché le è stato rubato il Figlio Annunciato.

Nessuno dei quattro Vangeli dice che il Risorto per primo si è mostrato a sua madre. Lei, nel suo stare, ha deposto tutti i suoi diritti. Ci sono altre donne in prima linea, quelle che hanno trovato la tomba vuota. Forse lei ha sorriso a queste donne, che annunciano l’incredibile: lo hanno visto! La Madre ha deposto il suo primato: non reclama diritti, non si mette in prima fila, è felice dell’amore di cui gode il Figlio: stabat mater.

E infine sta con i nuovi figli, nella Pentecoste. Non rinfaccia nulla, non li rimprovera perché sono fuggiti, non l’hanno difeso, non l’hanno capito. C’è posto anche per loro nella sua maternità. Anzi, è a questa chiesa nascente che lei regala il mistero dell’Annunciazione. E Luca ce lo racconta.

Maria ci insegna che il compito primario della maternità è lo stare. Non: esagitarsi, intromettersi, proclamare le proprie priorità, i propri crediti; e neppure sottrarsi, allontanarsi, prendere come scusa la propria impotenza e inutilità. Ogni figlio ha bisogno di una madre che sta (non fugge, non critica, non lo difende a modo suo e – soprattutto – crede di capirlo più degli altri). Una madre che sta è un capolavoro. Come Maria.

 

Commento di Giulio Michelini

Le parole appena lette sopra sono come una stilettata: l’effetto è simile alla reazione che si prova davanti a una immagine dell’Addolorata, con le sette spade conficcate nel cuore.

È da questa icona che vogliamo partire: per provare a descrivere il dolore della madre sotto la croce. Pre farlo usciamo dal testo giovanneo e torniamo indietro per un momento nella cronologia della vita di Gesù, al racconto lucano della sua infanzia, il brano cioè che ha offerto lo spunto principale per la raffigurazione delle sette spade grazie alla frase pronunciata da Simeone «…e anche a te una spada trafiggerà l’anima, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc 2,35).

Siamo dunque a Gerusalemme, ma Gesù ora non si trova fuori dalla città («Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, subì la passione fuori della porta della città»; Eb 13,12), è nel Tempio; non è sulla croce, ma tra le braccia dei genitori[1]. Tra gli incontri che avvengono in quel contesto vi è quello con Simeone, il cui nome era lo stesso del secondogenito di Israele. Di lui Luca dice poco: poteva essere un sacerdote (e infatti così è descritto nell’apocrifo Protovangelo di Giacomo), e qualcuno ha tentato di identificarlo con il figlio di uno dei più noti rabbini di una generazione antecedente Gesù, rabbi Hillel. Quello su cui insiste l’evangelista, invece, è che Simeone era giusto, pio, e mosso dallo Spirito: un profeta.

Le parole di Simeone si possono suddividere in due parti: nella prima vi è una profezia su Gesù («egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione»), e nella seconda invece quella sulla madre, con il riferimento alla spada che avrebbe trafitto la sua anima. Le spiegazioni avanzate sin dall’antichità sono moltissime, sia perché la “spada” è un simbolo che può esprimere vari significati, sia perché il contesto in cui queste parole si trovano – l’inizio del vangelo – lasciano aperti vari percorsi, che sono poi quelli che si ritroveranno durante il racconto.

L’anima (psyche) di Maria di cui parla Simeone è da intendere come la sede delle emozioni, lacerata cioè da quella spada – in greco rhomphaia – lunga, affilata sul lato interno, ben nota ai soldati romani: poteva tagliare un arto con facilità, o togliere la vita. Nella Bibbia, si trova molte volte nel Primo Testamento, a partire dalla spada dei cherubini in Gen 3,24, a quella di Golia in 1Sam 21,10. Nel Sal 21 l’orante si rivolge a Dio perché liberi dalla spada la sua vita (CEI: «libera dalla spada la mia vita»; nella traduzione greca della Settanta: «la mia psyche»). Nel Nuovo Testamento invece appare soltanto nel libro dell’Apocalisse, dove è la «spada a doppio taglio» che esce dalla bocca del Risorto (1,16; 2,12; 19,15) o è l’arma di morte brandita dal cavaliere del quarto sigillo (Ap 6,8).

Ma a cosa si può riferire la frase detta da Simeone a Maria, e in quale modo è trafitta la sua anima (la traduzione della CEI di Lc 2,35 omette l’aggettivo possessivo; nel greco, alla lettera, Simone dice: «trafiggerà la tua anima»)? Una delle interpretazioni[2] più antiche, di Origene, vede la spada come metafora del dubbio che avrebbe vissuto la madre di Gesù durante il suo ministero. Efrem il Siro invece immagina che Maria in questo modo rimuova la spada del cherubino che custodiva il paradiso, mentre Ambrogio di Milano, invece, pena ad un’allusione alla parola di Dio, che è descritta metaforicamente come una “spada a doppio taglio” (cf. Eb 4,12). Altre interpretazioni patristiche insistono sul martirio di Maria, o sull’insieme delle prove da lei vissute come partecipazione del rifiuto del suo Figlio. Altre ancora immaginano che Maria sia stata accusata di avere avuto Gesù in modo illegittimo, mentre autori più moderni si concentrano sulla sofferenza che la Madre avrebbe provato – lei, “figlia di Sion”, nel vedere la caduta e distruzione di Gerusalemme.

Nel complesso, però, la soluzione più probabile è proprio quella che riguarderebbe la sofferenza di Maria a causa della morte del Figlio sulla croce: dopo tutto, è proprio lì, sotto e sopra quella croce, che si concentrano tutte le altre prove che la madre di Gesù può aver sopportato a causa di quello speciale Figlio. L’ultima prova, infatti, racchiude tutte le altre, e se quella del Calvario implica una sofferenza fisica paragonabile a un colpo di spada nell’anima, quelle precedenti, riguardanti soprattutto le relazioni, non saranno state da meno. La croce del Calvario è l’apice delle prove di Gesù e della madre, che ora si trova sotto quella croce.

Torniamo quindi allo Stabat Mater. L’incursione nel racconto di Luca non deve portare fuori strada: sul piano esegetico, non è sempre corretto fare confronti con testi di altri libri biblici, e tra l’altro è nota agli studiosi la questione circa la possibilità che l’autore del quarto vangelo conoscesse o meno i vangeli sinottici (e quindi anche la pagina che abbiamo ora brevemente commentato). Nel vangelo secondo Giovanni, è la seconda e ultima volta (dopo Cana) che compare Maria.

Leggendo Gv 19,25, ci si accorge subito che Maria non sta da sola sotto la croce: il verbo histemi è al plurale, e infatti i soggetti sono la madre di Gesù e altre donne: la sorella di sua madre, Maria moglie di Clèopa e Maria Maddalena. La madre del crocifisso non è abbandonata: c’è chi partecipa alla sua prova.

Histemi nel suo primo senso significa “stare in piedi”, ma scorrendone l’uso nella Scrittura si scopre che implica molto di più: contrassegna la fine di un movimento, e quindi vuol dire “stare fermo” (cf. Mt 2,9, dove la stella vista dai Magi finalmente si ferma, “sta” sopra il luogo dove si trovava il bambino); da qui, anche il significato di “resistere”, “reggere” (come in Mt 12,25: «nessuna città o famiglia divisa in se stessa potrà restare in piedi»). Lo si trova usato anche per dire lo stare davanti a un giudice o in tribunale (come in Mt 27,11: «Gesù intanto comparve davanti al governatore»; trad. CEI). Interessante è il fatto che anche il verbo ebraico che rende lo stesso significato, ʻamad, venga usato in un famoso scritto rabbinico per dire che «Abramo stette (= resistette) nelle prove»[3], alludendo non solo alla prova dell’offerta del figlio Isacco (cf. Gen 22), ma a tutte le dieci prove a cui fu sottoposto. Maria, insomma, stava davanti al Figlio crocifisso, come si resiste in piedi, dignitosamente, nella prova più grande.

L’esito di questo dolore è noto. Gesù passerà attraverso la morte, ma la Madre non sarà sola in quel dolore: il discepolo Prediletto da quel momento la prenderà con sé, e la Madre di Gesù sarà per quel discepolo e per ogni discepolo che verrà dopo una vera Madre: «in questo mezzo versetto lo scrittore distoglie la nostra attenzione dal Calvario e la dirige verso il futuro»[4], quel futuro che tocca anche i discepoli di oggi.

Dopo queste note esegetiche, vogliamo però concludere il commento con un testo che va oltre l’esegesi, cioè oltre quanto scritto nei vangeli sui quali ci siamo soffermati. La letteratura, infatti, riesce spesso a cogliere quanto c’è dietro le parole scritte, e Amos Oz, lo scrittore israeliano scomparso nel 2018, ha intuito che dietro quanto Giovanni dice sul dialogo tra Gesù e sua madre poteva esserci molto di più: il grido di un figlio – di ogni figlio – che quando muore chiama la mamma. Ecco ciò a cui Giuda – il protagonista del romanzo di Oz – assiste sul Calvario: «Per nove ore il crocifisso era andato avanti a gridare e singhiozzare. Fintanto che era durata l’agonia aveva pianto e urlato e gridato di dolore, invocato ripetutamente sua madre, chiamato e gridato con voce flebile e penetrante, una voce che pareva il pianto di un bambino ferito a morte e abbandonato solo in un campo a patire la sete e dissanguarsi sotto il sole cocente. Era un grido tremendo, un grido che andava su e giù e raggelava il sangue, mamma, mamma, e poi venne uno strillo straziante e di nuovo mamma. E di nuovo un pianto che si levò alto seguito da un flebile, lungo gemito, sempre più flebile, sfinente»[5].

I vangeli che abbiamo letto dicono tutt’altro, e se la compostezza della penna di Giovanni non lascia trapelare alcuna sofferenza dalla bocca del figlio morente – al fine di accentuarne la potenza e divinità – Amos Oz però ci ricorda che quel giovane uomo ha sofferto davvero, e sua madre con lui.

 

[1] Si veda, sull’insieme della pericope, G. Michelini – G. Gillini – M. Zattoni, I vangeli dell’infanzia di Gesù. Lettura esegetica e relazionale familiare, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2016, 99-113.

[2] Per un approfondimento delle singole posizioni si veda soprattutto D.L. Bock, Luke 1:1-9:50, Baker Academic, Grand Rapids, MI 2004, 248.

[3] Etica dei Padri 5,3. Cf. M. Wolter, «Histēmi», DENT 1, 1788.

[4] R.E. Brown, Giovanni. Commento al Vangelo spirituale, Cittadella, Assisi 1999, 1128.

[5] La citazione dal romanzo di Amos Oz è tratta dal cap. 47 di A. Oz, Giuda, Feltrinelli, Milano 2014.