• 2 Dicembre 2020 14:32

La parte buona

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Il Cantico dei Cantici, Roberto Benigni e Sanremo 2020. Rassegna stampa, un nostro commento e intervista alla biblista Rosalba Manes (dal sito di informazione SIR della CEI). Sussidio CEI con commenti al Cantico

Potrà sembrare strano doverci occupare di Sanremo in un sito che tratta solo di Bibbia, ma la lettura che il regista premio Oscar ha fatto in televisione di alcuni versetti del Cantico dei cantici ha provocato un acceso dibattito, di cui diamo notizia in questa rassegna degli articoli apparsi su carta stampata (e non in blog o siti internet).

Rassegna stampa

Rosanna Virgili, La lunga passione della Scrittura, Avvenire 19 2 2020

L. Bruni, La lettura di Benigni del Cantico dei Cantici e una seria delusione, Avvenire 11 2 2020

R. Virgili, Canzonissima della Bibbia, Avvenire 8 2 2020

L. Bellaspiga, Il Benigni poeticamente corretto, Avvenire 8 2 2020

D. Ranieri, I finti intellè che insultano Benigni, Il Fatto Quotidiano 8 2 2020

C. Augias, Quella lezione d’amore senza standing ovation, Repubblica 8 2 2020

E. Bianchi, La passione del Cantico dei cantici risvegliata dalla lettura di Benigni, Repubblica 8 2 2020

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Di seguito, ora, un nostro commento.

È quasi inutile dire che il Cantico dei cantici non è esattamente come il regista premio Oscar Roberto Benigni ne ha parlato a Sanremo. Come già è stato osservato dalla biblista Rosalba Manes sul sito di informazione della CEI, «non è entrato nel canone biblico per distrazione», anche perché, aggiungiamo noi, è una delle tante pagine della Bibbia che parla di amore ed eros. Nelle Scritture di Israele, infatti, vi è un’attenzione costante alla vita degli uomini e delle donne, e il tema dell’amore (anche umano) non poteva certo mancare: basterà ricordare i racconti di innamoramento dei patriarchi vicino ai pozzi d’acqua, narrati nel libro della Genesi, o la storia d’amore di Davide e Micol, così complicata e descritta fin nei minimi particolari nei libri di Samuele. Se il Cantico non ci fosse stato, insomma, si sarebbe dovuto inventare.

Certo, tranne forse che in un versetto, e comunque in modo indiretto (Ct 8,6: “fiamma divina” o “fiamma fortissima”, come altri traducono?), Dio nel Cantico non è mai nominato, ma ciò non ha rappresentato un ostacolo a che il testo venisse accolto tra i libri che “sporcano le mani”; del resto, lo stesso è avvenuto per il libro di Ester (dove mai, nel testo ebraico, ricorre il nome di Dio). Il ruolo del Cantico nella tradizione ebraica è talmente importante, che veniva letto e ancora è proclamato in sinagoga per la festa di Pasqua, non solo per l’ambientazione del libro in primavera e la collocazione della festa nella stessa stagione: il testo si presta a descrivere il rapporto d’amore che Dio ha per il suo popolo, che per questo viene liberato dall’Egitto.

Benigni ha anche esagerato nella traduzione e nell’interpretazione di alcune parole o espressioni, accentuandone la portata erotica. Certamente, è innegabile – come la Manes ha ancora notato – che nel Cantico si parli «di sessualità con una carica erotica molto forte, ma anche dell’amore come maturazione dell’eros e donazione totale di sé nell’essere per l’altro», e in ogni caso, continua l’esegeta – diversamente da quello che si intende dalle parole di Benigni – «non si tratta del canto del libero amore, di un amore che si sottrae ad ogni regola o di amori estranei all’orizzonte biblico, ma dell’amore tra l’uomo e la donna».

Più precisamente, alcune espressioni che Benigni ha pronunciato sono state estratte dalla traduzione che del Cantico fece l’ebraista Giovanni Garbini nel 1992 (per l’editore Paideia), che pretendeva di giungere addirittura ad un ipotetico testo ebraico originale, precedente a quello fissato poi dai rabbini. Basterà leggere il commento di un autorevole studioso, Gianni Barbiero, per chiarire che «l’evidenza va contro questa operazione», e che alcune espressioni recitate da Benigni dal testo di Garbini sono fantasiose e tendenziose. Le frasi del Cantico recitate da Benigni, infatti, derivano dall’idea di Garbini che «ha voluto cambiare la lettera del Cantico, come se il suo testo attuale fosse stato deprivato della sua carica erotica da mani puritane» (così G. Barbiero, Song of Songs, 2011).

Ciononostante, molte delle cose che diversi milioni di italiani hanno ascoltato da Benigni sul Cantico sono condivisibili. La nudità dei corpi dei due amanti, ad esempio, nel libro è davvero accentuata, e – scrive nel suo bel commentario Luca Mazzinghi – «è assolutamente reale, specialmente la nudità del corpo di lei, che doveva a molti apparire persino scandalosa già nel tempo in cui il Cantico è stato scritto; essa è certamente una delle espressioni privilegiate dell’amore dei due amanti, come la coppia originaria dell’Eden, perché dal loro amore è assente la cupa ombra dell’egoismo e del possesso».

Si può allora anche dire che l’operazione assolutamente non convenzionale del premio Oscar sia un buon punto di partenza per conoscere la Bibbia e rapportarla all’esperienza umana, paragonabile a quanto già altri, anche recentemente, come Franco Battiato nella sua canzone “Come un sigillo” (dall’album Fleurs 3 del 2002, un’allusione a Cantico 8,6, «Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio»), avevano fatto, con risultati, anche in questo caso, a tratti criticabili per l’asprezza di alcune espressioni. Ma si può sempre partire anche da qualcosa di imperfetto. Si tratterà poi di chiarire e magari anche di correggere, ma almeno si deve dire che molti hanno sentito – probabilmente per la prima volta! – le parole d’amore del Cantico dei cantici, e soprattutto hanno capito che la Bibbia parla della vita vera, dell’amore, della sessualità, delle relazioni, e non solo – come è ovvio e tutti già sanno – di Dio.

Forse da questo evento mediatico anche noi Chiesa dovremmo imparare ad osare nel parlare di più con le parole della Bibbia, senza aggiungere troppe nostre inutili parole: siamo sicuri che le prime incroceranno molto meglio le storie delle persone.

Giulio Michelini

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Di seguito, l’intervista apparsa sul sito web del SIR della CEI,alla biblista Rosalba Manes (https://agensir.it/italia/2020/02/10/cantico-dei-cantici-non-il-canto-dellamore-libero-ma-delleros-redento/): SANREMO 2020 – Cantico dei cantici: non il canto dell’amore libero ma dell’eros redento

Non si tratta del canto del libero amore, di un amore che si sottrae ad ogni regola o di amori estranei all’orizzonte biblico, ma dell’amore tra l’uomo e la donna. Questo, infatti, torna a palpitare in tutto il suo splendore nel Cantico dove la frattura inflitta alla relazione uomo-donna in Genesi 3 con il peccato (che vede il predominio dell’uomo sulla donna) viene superata attraverso una relazione riconciliata, un eros redento, dove al dominio si sostituisce la reciprocità della comunione, all’accusa il linguaggio della lode, al conflitto l’amore

Ospite al Festival di Sanremo quest’anno è stato anche il Cantico dei cantici portato sul palco dell’Ariston da Roberto Benigni. Celebrare in eurovisione la bellezza di un libro della Bibbia offre l’opportunità di dischiudere dinanzi a una platea vastissima un tesoro che ha impregnato la fede, l’arte e la cultura in Europa. Al tempo stesso, però, è un’operazione delicata che richiede cura e un’ermeneutica corretta.

Entusiasmante è stato il modo con cui Benigni ha introdotto il Cantico: l’ha definito “la più bella canzone d’amore”, “una meraviglia del cielo e dell’umanità”, “la vetta della poesia di tutti i tempi”, “il libro del desiderio, non del possesso”.

Dopo però ha insistito a più riprese sui riferimenti alla sessualità contenuti nel libro e ha proseguito con la lettura di alcuni passaggi del Cantico in una traduzione che lasciava poco spazio all’immaginazione.

Il Cantico, che è entrato nel canone biblico non “per distrazione” e che nessuno ha mai pensato di togliere dalla lista dei libri ispirati, parla sì di sessualità con una carica erotica molto forte, ma anche dell’amore come maturazione dell’eros e donazione totale di sé nell’essere per l’altro. Non si tratta del canto del libero amore, di un amore che si sottrae ad ogni regola o di amori estranei all’orizzonte biblico, ma dell’amore tra l’uomo e la donna. Questo, infatti, torna a palpitare in tutto il suo splendore nel Cantico dove la frattura inflitta alla relazione uomo-donna in Genesi 3 con il peccato (che vede il predominio dell’uomo sulla donna) viene superata attraverso una relazione riconciliata, un eros redento, dove al dominio si sostituisce la reciprocità della comunione, all’accusa il linguaggio della lode, al conflitto l’amore.

Il Cantico non è né solo poesia erotica, né testo che può prestarsi a letture angelicate. È un testo polisemico, aperto cioè a più significati, che ha un carattere sapienziale e una dimensione simbolica.

Nel corpo della persona amata si concentra tutta la meraviglia del creato. La persona nella sua identità sessuale manifesta un Altro, la creatura manifesta il Creatore. Lui e lei sono una coppia di innamorati che iniziano una lunga avventura che contempla la ricerca, l’unione, ma anche la “notte”, in un travagliato apprendistato dell’amore che richiede cura, attesa e fedeltà. Lui e lei sono anche “immagine di Dio” (Genesi 1,27) nella loro relazionalità amorevole e comunionale, miracolo che riscalda ancora il mondo accendendo in esso il fuoco divino.

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Pubblichiamo anche il sussidio curato dalla Commissione Episcopale per l’ecumenismo e il dialogo della Conferenza Episcopale Italiana in occasione della XXXI Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra Cattolici ed Ebrei (17 gennaio 2020), con gli interventi del biblista Giantonio Borgonovo, di Mons. Ambrogio Spreafico, e di Rav Giuseppe Momigliano: CEI, Sussidio dialogo Ebraico Cristiano 2020

 

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Ora, alcune altre informazioni di base sul Cantico (tratte e adattate da: G. Michelini, «Due modi per dire lo stesso amore. Rileggere il Quarto vangelo alla luce del Cantico dei cantici (e viceversa)», in M. Zattoni – G. Gillini – G. Michelini, Il Cantico di tutti i cantici. La gioia della relazione tra uomo e donna, Porziuncola 2016, 119-176):

Il Cantico dei cantici è stato composto probabilmente dopo l’esilio babilonese (586-538 a.C.), forse verso il III sec. a.C. Per alcuni esegeti il Cantico è un vero e proprio componimento erotico, una raccolta di poesie d’amore, mentre altri ritengono che esso si spieghi meglio come un dramma che parla di due giovani protagonisti, con la giovane donna, chiamata con il nome indecifrabile di Sulammita (o Shulammita, un aggettivo che può essere sia la forma femminile di “Salomone”, o significare “la pacificata”), impedita a raggiungere l’amato perché venduta all’harem del re Salomone. Questa è, in estrema sintesi, della tesi di Gianantonio Borgonovo, «Monogamia e monoteismo alla radice del simbolo dell’amore sponsale nella tradizione dello Jahvismo» (in G. Angelini – G. Borgonovo – M. Chiodi – L. Melina – J.-J. Péres-Soba – P. Rota Scalabrini, Maschio e femmina li creò, Glossa, Milano 2008, 151-232).

Altre interpretazioni invece leggono il Cantico come uno scritto allegorico già in partenza, il cui autore «ha presentato l’attesa messianica e la venuta del Messia come una storia di amore, attingendo da poemi diffusi all’epoca – e ancora oggi – in Egitto e nel Medio Oriente» (cfr. P. Di Luccio, «Shulamìt e la samaritana», Civiltà Cattolica 3914 [2013] 123-134). Ancora altre interpretazioni sono state avanzate.

A noi basterà invece ricordare che il Cantico ha avuto una particolare interpretazione da parte di alcuni autori del Nuovo Testamento, facendo da sfondo ad alcune situazioni. In particolare, c’è una pagina del Vangelo secondo Giovanni che si lascia spiegare a partire dal Cantico dei cantici, quella forse più nota, e più studiata proprio per questo aspetto. Si tratta dell’incontro tra Gesù e Maria Maddalena il mattino di Pasqua, nel giardino davanti alla tomba vuota. Diversi esegeti sono d’accordo sul fatto che il Cantico sia rilevante per comprendere appieno la scena, e in effetti si possono riscontrare vari punti di contatto tra la ricerca da parte di Maria Maddalena del corpo del Signore in Giovanni 20,1.11.15 e la ricerca della Sulammita del suo amato in Cantico 3,1-5.

Le due scene si corrispondono per diversi aspetti: la donna del Cantico cerca il suo amato di notte (Ct 3,1), e Maria si reca al sepolcro quando ancora è buio (Gv 20,1); la Sulammita gira per la città e chiede in giro dove sia l’amore della sua anima, che non riesce a trovare (Ct 3,2-3), e Maria corre a chiedere a Pietro, e poi a un giardiniere, dove sia il Signore, che non si trova nel sepolcro (Gv 20,2.15); la donna del Cantico trova l’amato e finalmente lo stringe forte, senza volerlo lasciare (Ct 3,4), così come Maria tenta di trattenere Gesù (Gv 20,17). I riferimenti lessicali veri e propri per qualcuno sono piuttosto deboli (ad esempio, tutte e due le due pagine contengono il verbo «cercare», ma quelli che esprimono il voler afferrare o trattenere l’amato o Gesù – di cui diremo sotto – sono verbi differenti nel Cantico e nel vangelo). Per chi si è soffermato su questo confronto (ad es. S.M. Schneiders, «Encountering and Proclaiming the Risen Jesus (John 20:11-18)»; ha studiato la questione anche C. Bernabé Ubieta, «Trasfondo derásico de Jn 20» e Id., «El Cantar de los Cantares y el Nuevo Testamento», Reseña Bíblica 22 [1999] 47-55), Maria Maddalena è simbolicamente raffigurata in quella mattina di Pasqua come l’amata dell’amante del Cantico, la sposa della nuova alleanza, la figura rappresentativa del nuovo Israele che emerge dalla nuova creazione. La collocazione dell’incontro tra i due in un giardino, da parte di Giovanni (che in ciò è originale rispetto ai vangeli sinottici, che non conoscono un “giardino”), avrebbe pertanto la funzione di rievocare sia il racconto della creazione la Genesi, dove Dio cammina e parla con la prima coppia proprio in un giardino (Gen 2,15-17; 3,8) e promette salvezza attraverso una donna (Gen 3,15), sia il Cantico: «In questo giardino della nuova creazione e della nuova alleanza, Gesù, che è sia il liberatore promesso della nuova creazione sia lo sposo del nuovo Israele, incontra la donna che è simbolicamente la comunità giovannea, la chiesa, il nuovo popolo di Dio» (S.M. Schneiders, «Encountering and Proclaiming the Risen Jesus», 217).

Pertanto, «leggere Gv 20 sullo sfondo del Cantico dei cantici può aiutare a spiegare uno dei passi più difficili di tutto il vangelo, ovvero il comando di Gesù a Maria in 20,17: “Non mi toccare”. Questo versetto – come ha sottolineato una studiosa ebrea del Quarto vangelo, Adele Reinhartz –, versetto nel quale non si dice espressamente che Maria abbia cercato di afferrare o trattenere Gesù, o ci sia riuscita, presume almeno una tale intenzione da parte sua» (A. Reinhartz, Befrieding the Beloved Disciple. A Jewish Reading of the Gospel of John, Continuum, London – New York 2001, 108), si spiega meglio attraverso le lenti del Cantico dei cantici. Da tale confronto si vede come Maria Maddalena sia mossa dall’amore per Gesù, e dal desiderio di toccare quel corpo che avrebbe pietosamente preparato per la sepoltura se fosse rimasto nella tomba, invece trovata vuota la mattina di Pasqua. «Immaginiamo quindi la gioia di chi ama, nel vedere che il proprio amato non è morto! E come diversamente potrebbe venire espressa una tale gioia, se non mediante l’afferrare e il tener stretto, giurando di non voler mai lasciare» (Ivi, 110), proprio come dice la Sulammita, «Lo strinsi forte e non lo lascerò» (Ct 3,4)?

In conclusione, ciò che tiene unite le pagine del Primo e del Nuovo Testamento è lo stesso amore, che lega l’amato e l’amata del Cantico, e Gesù con le persone che gli vogliono bene.