Incontro conclusivo sul Libro del profeta Daniele: Lectio del Prof. don Alessio Fifi (Perugia 23 febbraio 2018): AUDIO e VIDEO

Con il Prof. don Alessio Fifi si è conclusa la lettura del libro del profeta Daniele.

Venerdì 13 aprile 2018 il primo incontro sul Libro di Tobia con la Lectio del Prof. don Luca Mazzinghi (Presidente dell’Associazione Biblica italiana) 

Gli incontri si collocano tra le attività del Settore Apostolato Biblico della diocesi di Perugia – Città della Pieve ed è dedicato ai GIOVANI NELLA BIBBIA, in preparazione al prossimo Sinodo per i Giovani voluto da papa Francesco per il 2018.

AUDIO e VIDEO della Lectio Scarica MP3

 

mausoleo daniele a samarcanda, in Uzbekostan. (foto F.Pistocchi, pubblicata in www.terrasanta.net)

mausoleo daniele (foto G. Sandionigi pubblicata in www.terrasanta.net)

mausoleo daniele (foto G. Sandionigi pubblicata in www.terrasanta.net)

4 Comments on "Incontro conclusivo sul Libro del profeta Daniele: Lectio del Prof. don Alessio Fifi (Perugia 23 febbraio 2018): AUDIO e VIDEO"

  1. Al termine delle quattro lezioni sul libro di Daniele, non ho capilo se si debba considerare Daniele un personaggio inventato oppure se sia un personaggio storico a cui i redattori della Bibbia abbiano attribuito anche fatti e sogni non realmente avvenuti per fini contingenti.
    Nel primo caso, cioè se tutto il libro dovesse essere nient’altro che una leggenda, sono in difficoltà nell’immaginare che sia un libro ispirato da Dio. Dio ispirerebbe i redattori a raccontare storie dove grazie all’aiuto di Dio si compiono fatti prodigiosi piuttosto che compierli effettivamente. Ciò potrebbe indurre il lettore moderno a immaginare che Dio stesso sia una leggenda.
    Preferisco dunque immaginare che un Daniele (o eventualmente più persone), ben introdotto presso la corte babilonese, con alterne fortune, abbia realmente vissuto alcuni dei fatti raccontati. Del resto mi sembra improbabile che storie come quella della fossa dei leoni o la storia di Susanna siano del tutto prive di un fondamento di verità.
    In alternativa perché considerarlo un libro ispirato? Sarebbe un libro inventato dai sacerdoti per rincuorare il popolo in un momento di difficoltà e nient’altro. Nel medio evo si sono inventate reliquie e storie di santi al fine di accrescere la fede nel popolo, ma non per questo si ritengono ispirate da Dio.

    • LaParteBuona | Mar 5, 2018 at 4:45 pm | Rispondi

      Carissimo Paolo, cominciamo dalla storia: il libro di Daniele fu composto nel II sec A.C.. Della storia dell’Antico Vicino Oriente, noi conosciamo più che gli autori del testo biblico perché abbiamo metodi scientifici per verificare e comprendere gli avvenimenti; tra questi anche i ritrovamenti archeologici. L’autore, invece, si rifaceva a tradizioni orali o scritte, oppure a conoscenze personali. Diceva mons. Marconi, quanto al genere letterario apocalittico, che “gli apocalittici usavano la tecnica di parlare del passato, attraverso il quale profetizzavano sul futuro e, all’interno della profezia, criticavano il presente”. Questo è un concetto importante perché “l’oggi è sempre nuovo, ma certe costanti dell’umanità si ripetono di continuo” . Il libro è omogeneo sia per i generi letterari che per i modi di pensiero; ciò assicura la sua unità. Il card. Ravasi sottolineò che il libro è strano anche per noi. E’ trilingue, ma non in tre parti: scritto in ebraico, aramaico, poi ancora ebraico; all’interno troviamo brani in greco; tuttavia il contenuto è unitario. Questo dice che l’origine e la redazione sono complessi. “Esso va letto nell’insieme – diceva ancora G. Ravasi- per cercare il significato anche se molti segreti sono nascosti nel mosaico di simboli utilizzati”.
      Il cap. 7,14 il libro presenta un personaggio importante: il figlio dell’uomo che, in una visione, corre sulle nubi del cielo; va dal vegliardo con i capelli bianchi, simbolo dell’Eterno e riceve da lui gloria, regno e potere eterno. Nella tradizione israelitica, questo titolo non fu mai applicato ad alcuno, nemmeno al messia atteso, perché considerato troppo alto. Gesù, invece, lo applica a se stesso: egli è quel figlio dell’uomo che, nella sua dimensione trascendente, cavalca sul cavallo bianco sull’arco della pace. E’ significativa la risposta che Gesù dà al sacerdote che lo interroga: “D’ora in poi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza e venire sulle nubi del cielo”( Mt 26,64 e par). Gesù prende quella pagina di Daniele che, in sé e per sé sembra neutra, e la trasforma nell’incarnazione del Messia (G. Ravasi). Nei Vangeli si usa l’espressione figlio dell’uomo per una settantina di volte.
      Affrontiamo ora il tema dell’ispirazione. L’ispirazione è l’impulso illuminante che viene da Dio alla mente di un uomo che diviene capace di rivelare le verità. Ciò significa che le espressioni che troviamo nella Bibbia “sono Parola di Dio in parole umane”. Poi, ogni autore ispirato scrive secondo la propria cultura e capacità, ma il messaggio è quello voluto dall’Eterno. Di Daniele si dice che era ispirato in 2,30; 4,5-6; 5,11; 13,50. Altri libri in cui si parla di ispirazione sono: Ger 36,2; Ez 3,2; Eb 10,15; Ap 1,11; e, importantissima è la seconda lettera a Timoteo 3,16, in cui si afferma chiaramente: ” Tutta la Scrittura è ispirata da Dio” . In greco theopneustòs , aggettivo verbale che significa “il soffio di Dio, Parola di Dio che passa attraverso parole umane”.
      Un altro tema da affrontare è quello della canonicità. Il termine deriva da canna; significa misura, regola della nostra fede. Il Concilio di Trento, nella sessione dell’8/4/1546 stabilì che ”il canone deve essere senza aggiunte e senza sottrazioni”.
      Il criterio che il Concilio adottò per la definizione fu quello di accogliere tutti quegli scritti che erano stati utilizzati sempre da tutte le Chiese dell’orbe cristiano. Quindi, questo libro è canonico e, come gli altri 72 libri del Testamento, va utilizzato “senza aggiunte e senza sottrazioni”.
      I manoscritti del Mar Morto trovati nel 1947 contengono un frammento del ciclo di Daniele che è imparentato al libro canonico, in particolare una preghiera di Nabonide (Nabucodonosor) che richiama Dn 3,31-40.
      La Bibbia greca e latina considera alcune parti deuterocanoniche: il salmo di Azaria (3,24-45), il cantico dei tre giovani (3,24-90), la storia di Susanna (cap 13), le storie di Bel e del serpente sacro, che sono satire dell’idolatria. Cfr il libro di Isaia che è costituito da tre parti distinte scritte da tre autori divers, in secoli diversi. Ciò nonostante è canonico. Il profeta Ezechiele, in 14,4-40, e in 28,3 cita Dn come un giusto e un saggio dei tempi antichi.
      In effetti, rispondendo alla tua domanda, non conosciamo propriamente l’esistenza storica di Daniele, però i riferimenti a lui sono numerosissimi. Importante è che il libro sia canonico.
      Lo scopo del libro è quello di sostenere la fede e la speranza dei Giudei perseguitati da Antioco Epifane e di tutti i perseguitati della storia. L’avvento poi del Figlio dell’uomo spazzerà via persecutori, sventure e il peccato, e ci sarà l’avvento definitivo del regno dei santi, governati proprio da Lui, il cui impero non passerà.
      Spero di avere dissipato la nebbia, ti ringrazio e ti saluto Rosalba.

  2. LaParteBuona | Mar 2, 2018 at 5:47 pm | Rispondi

    Buongiorno, mi chiamo Stefania, ho seguito con grande interesse la Lectio del Prof. don Alessio Fifi e ho appreso, tra le tante cose che non conoscevo, che nel Libro del profeta Daniele si afferma con certezza l’esistenza della risurrezione dei morti. Vorrei chiedere, se possibile, ulteriori dettagli su come viene intesa la risurrezione nel Primo Testamento.
    Seguo sempre con estremo interesse e vi ringrazio di cuore per come approfondite e diffondete la Parola di Dio.
    Stefania

    • LaParteBuona | Mar 2, 2018 at 5:49 pm | Rispondi

      Cara Stefania, il concetto biblico di risurrezione non è paragonabile a quello dei popoli vicini a Israele. Per i Greci, l’anima del defunto ritornava nell’iperuranio da cui era caduta in un corpo mortale non si sa per quale peccato (cfr Platone). Per gli Egizi, il faraone alla morte sarebbe salito sul carro del dio sole Ra o Amon Ra, mentre l’anima della gente comune veniva pesata dalla dea della giustizia Maat sulla bilancia il cui contrappeso era una piuma, o per una vita nell’al di là di cui non si conosceva niente o per l’annullamento totale. Tantissimi popoli antichi corredavano il defunto di suppellettili varie anche preziose, per una esistenza non meglio identificata nell’oltretomba.
      E’ l’eterno desiderio dell’uomo di non perire del tutto e di lasciare almeno la memoria di sé.
      Secondo la concezione biblica antico testamentaria, la persona umana cadrà in potere della morte: l’anima diventerà prigioniera dello sheol , mentre il corpo si dissolverà nella tomba, ma solo per un tempo transitorio, da cui l’uomo risorgerà. Quest’idea è formulata chiaramente nell’AT a partire dal II secoli A.C. nel libro dei Maccabei e in quello del profeta Daniele, entrambi scritti nel II secolo A.C.
      C’erano però dei segnali di questa dottrina già da prima: i miracoli del ritorno in vita operati dai profeti Elia e Eliseo (1Re 17,17-23; 2Re 4,33ss; 13,22) indicano che Adonai, il Signore, può vivificare i defunti richiamandoli dallo sheol.
      Lo Sheol, gli inferi, era un luogo in cui si viveva un’esistenza senza valore e senza gioia. Lo si immaginava come una fossa nel più profondo della terra (Dt 22,32), “dove non si può lodare Dio, ma nemmeno maledirlo”. Lo spirito viveva in modo umbratile, senza speranza.
      Nel frattempo, però, Dio che conduceva il popolo credente per mano, manifestava la sua pedagogia e dava segnali di risurrezione come in Ez (37,1-14) in cui le ossa inaridite torneranno alla vita; in Is 5,17; 60,1; “ farà rivivere i morti, risorgere i loro cadaveri”. I profeti indicano, dunque, la liberazione dalle potenze dello Sheol. Dio trionferà sulla morte. E’ questa un’anticipazione un po’ misteriosa della promessa di risurrezione in cui i giusti vedranno riconosciuta la loro causa e saranno reintegrati (cfr Gb 19,25).
      In Daniele, questa fede diventa certezza (Dn 7,13s.27; cfr 2,44). Egli, in una visione notturna, vede la figura di “uno simile a figlio d’uomo”… Quest’espressione sarà applicata a se stesso da Gesù (cfr Mt 8,20 ; 24,30, 26,64).
      Naturalmente la nuova vita non sarà come quella presente, ma trasfigurata (Dn 12,3 e NT). Questa è la speranza che sostiene anche i martiri (2 Mac 7,9. 1. 22; 14,46), mentre per gli empi (2Mac 7,14) non ci sarà resurrezione per la vita.
      A partire dal II secolo A.C. la dottrina della risurrezione è chiaramente indicata dal testo sacro; tuttavia, nel Vangelo, i tre apostoli Pietro, Giovanni e Giacomo, testimoni della trasfigurazione di Gesù sul monte (Mc 9,22 ss e par) non compresero “che cosa volesse dire risorgere dai morti”, anche se avevano assistito da vicino alla gloria di Gesù insieme a Elia e Mosè e ave vano udito la voce del Padre che indicava in Gesù “ il figlio, l’amato”. Eppure Gesù, già, aveva fatto tornare in vita il figlio della vedova di Nain, la figlia di Giairo e il suo amico Lazzaro. Però quella non era propriamente la risurrezione per la vita eterna di gioia e di amore, ma un ritorno alla vita terrena a cui sarebbe poi succeduta un’ulteriore morte fisica.
      Bisognava aspettare la risurrezione di Gesù per comprenderne appieno il significato. Così come Pietro predicherà sulla piazza di Gerusalemme la mattina di pentecoste (At 2,14ss) e come Paolo che interroga con ironia la morte: “Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?” (1Cor 15,55).
      Grazie, cara Stefania e buona giornata.

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