Un nuovo commento (ecumenico) al Vangelo secondo Matteo, a cura di Ernesto Borghi. Anteprima: la Postfazione, di G. Michelini

Ci potremmo chiedere, dopo aver letto questo libro, se davvero era necessario un altro commentario al Vangelo secondo Matteo. Avendo avuto l’opportunità e la gioia di partecipare, grazie all’invito di Ernesto Borghi, alla realizzazione dell’ultimo analogo volume di questa collana, Luca. Nuova traduzione ecumenica commentata, non lascio la domanda in sospeso e – con la speranza che il mio parere sia condiviso dal lettore – rispondo subito.

Le ragioni per dire che quest’opera è utile e importante sono molteplici, e verranno elencate di seguito, prendendo lo spunto dallo statuto stesso del Primo vangelo (evitando però la sovrapposizione con le informazioni più precise che sono state già fornite nell’apposita Introduzione).

Come si sarà già avuto modo di vedere, il vangelo secondo Matteo non solo è caratterizzato, rispetto agli altri, da quello che si può definire il suo Sondergut (il materiale assente negli altri racconti), che contiene, ad esempio, pagine che hanno fatto la storia del cristianesimo come la formula “lunga” del Pater (Mt 6,9-13), o le parole di Gesù a Pietro («Io ti dico che tu sei Pietro, su questa roccia…»; Mt 16,18) o l’imponente scena del cosiddetto “giudizio universale” del capitolo venticinquesimo, o, ancora, la descrizione della tragica morte di Giuda (Mt 27,3-10).

Basterebbero questi accenni, insomma, per avere ragioni sufficienti a riprendere in mano il Primo vangelo, in una nuova traduzione e con un commentario agile e aggiornato come il presente. Vale ancora il principio, infatti, reso famoso da Gregorio Magno, che «la Scrittura cresce con chi la legge». Detto altrimenti, a ogni generazione di persone credenti e pensanti è richiesto di rileggere, di comprendere ancora più approfonditamente, e di vivere la Parola eterna: ciò che è stato scritto e fissato una volta, “cresce” con chi lo comprende a partire non solo da quello che il testo dice, ma anche grazie alla propria esperienza e alla luce della propria capacità di interpretazione.

Ma vi sono anche motivi specifici per i quali rileggere il Vangelo secondo Matteo con questo commento. L’attualità del Primo vangelo viene anzitutto da quello che noi riteniamo essere il contesto in cui viene scritto, ovvero un tempo di crisi. Come abbiamo avuto occasione di spiegare nel nostro Matteo. Introduzione, traduzione e commento (Edizioni San Paolo, Milano 2013), l’autore del Primo vangelo non manca di guardare alla tradizione e a quanto è alle sue spalle, ma deve anche scrutare ciò che si trova avanti a sé. Matteo è, infatti, tra i vangeli, quello che più esplicitamente ricorre al Primo Testamento, grazie alle c.d. “formule di compimento” («allora si compì» – «affinché si compisse»). Si tratta di uno sguardo che si rivolge alle profezie antiche, e cioè alla storia di quel popolo a cui l’autore appartiene, Israele, profezie che Matteo vede finalmente realizzate nella persona di «Gesù Messia, figlio di Davide, figlio di Abramo» (Mt 1,1). Tale sguardo, così insistito e appassionato, rende il Primo vangelo il più giudaico (insieme al vangelo secondo Giovanni) dei vangeli, e si rivolge pertanto, in primo luogo, a un lettore ebreo competente, capace cioè di apprezzare e comprendere i continui rimandi al Primo Testamento, sia quelli espliciti (di cui si è detto), sia quelli più difficili da riconoscere. Matteo è convinto non solo del fatto che nella persona di Gesù le profezie sono state confermate, ma anche che Gesù stesso ha confermato tutta la Torà, senza che da essa potesse essere tolto nemmeno «un singolo iota né un singolo apice» (Mt 5,18): è questa Torà – riletta, spiegata e vissuta da Gesù, “Torà vivente” – che i discepoli dovranno annunciare a tutti i popoli (cioè i pagani; Mt 28,19), perché imparino ad osservarla (cf. Mt 28,20).

L’autore sacro però deve anche riflettere sul futuro. La generazione che gli ha consegnato le fonti (il Vangelo secondo Marco, una fonte dei detti) e la tradizione su Gesù, è diversa da quella in cui vive Matteo. La catastrofe nazionale del ’70 ha visto la distruzione del Tempio e di Gerusalemme, la fine del sacerdozio, la perdita della speranza e ha provocato l’inizio di quel parting of the ways che porterà da lì a qualche decennio alla separazione dalla Sinagoga. L’espressione mutuata da Os 6,6, «Misericordia voglio e non sacrificio», e che il Gesù di Matteo pronuncia due volte solo in questo vangelo (Mt 9,13; 12,7) è la descrizione più evidente di questa nuova tragica situazione, in cui i riti sacrificali templari non sono più possibili. Inoltre, quell’evangelo che Gesù aveva indirizzato agli Ebrei («Non andate sulla strada dei pagani e non entrate in nessuna città dei Samaritani; andate invece alle pecore perdute della casa d’Israele»; Mt 10,5-6) si è ormai aperto, grazie all’intraprendenza di Paolo di Tarso, anche ai gentili. Se la comunità a cui era destinato il vangelo secondo Matteo è principalmente (o, ancora, come riteniamo noi, esclusivamente) composta di giudeo-cristiani, questa stessa comunità non può allora ignorare la necessità di doversi confrontare con il mondo dei gōyyim, cosa che del resto, come si è già detto, ha già avuto luogo.

È nello spazio che sta tra la fedeltà alla Torà e l’annuncio ai pagani che nasce la crisi, che caratterizza la comunità dell’evangelista e conseguentemente il taglio che Matteo dà al suo scritto. Il processo di trasformazione che sta sullo sfondo del Primo vangelo è evidente anche se appena all’inizio: i giudeo-cristiani della comunità dell’evangelista sono legati alla Torà, la difendono e la mettono in pratica, e quindi Matteo scrive il suo vangelo intra muros, quando la separazione dalla Sinagoga non ha ancora avuto luogo (J. Dunn). Di conseguenza, l’evangelista ritrae Gesù e riporta le sue parole in modo da attrarre anche altri Ebrei, e anche, probabilmente, per difendersi dalle accuse che vengono da questi ultimi, che vedono i credenti in Gesù Messia (a causa e del loro modo di intendere la Torà) piuttosto come pericolosi estranei. Ne consegue un duplice sguardo che caratterizza il Vangelo di Matteo, il primo verso Israele e il secondo verso i pagani: «Il vangelo di Matteo cerca di difendere e definire il giudeo-cristianesimo, da un lato, e l’unità con gli etnico-cristiani, dall’altra. Conferma la continuità con le antiche promesse di Israele, e al tempo stesso sostiene la fedeltà alla persona del Messia e alla sua missione» (B.E. Reid), una missione che segna la finale del Primo vangelo («Nell’andare, dunque, fate discepoli tutti i pagani…»; Mt 28,19), e che domanda a essi non la circoncisione, ma il battesimo («…battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo…»; ibid.), prevedendo perciò che i gōyyim non siano tenuti (diversamente dalla comunità di Matteo) a osservare i precetti della Torà.

Inutile dire che dentro questa situazione – mutatis mutandis – si trova anche il lettore di oggi, si trovano i credenti di questo inizio Millennio. I cambiamenti repentini di questo tempo, le novità che mutano anche l’umano e il suo modo di pensare e vivere, le sfide delle nuove tecnologie rischiano da una parte di far ricadere nostalgicamente verso un passato che non c’è più, e dall’altra di lanciare in avanti in modalità rischiose con conseguenze imprevedibili. Ecco perché Matteo è adatto ad accompagnare la crisi dei nostri tempi, consegnando quelle Parole che hanno la pretesa di rimanere per sempre, ma che devono essere comprese e vissute oggi. Il presente commento perciò entra dentro questa dinamica, grazie anche ad alcuni elementi che distinguono l’opera curata da Ernesto Borghi da tutti gli altri analoghi commentari.

Intanto, però, giova dirlo (ma il lettore se ne sarà accorto da solo), la forma tipica del “commentario” biblico moderno è stata rispettata. Il lettore è stato aiutato ad orientarsi all’interno del testo, grazie ad una breve ma ragionata introduzione che apre ogni pericope. Poi, il testo è stato ulteriormente suddiviso in parti più piccole, opportunamente spiegate. Infine, il lettore è stato accompagnato alla comprensione della pagina evangelica grazie a ricchi approfondimenti di ordine linguistico e filologico, nei quali sono stati discussi termini, verbi, traduzioni, forme grammaticali importanti per l’interpretazione delle frasi.

Ma, last but not least, sono sotto gli occhi di tutti due ultime caratteristiche di quest’opera. La prima viene dal fatto che ci ha offerto una traduzione ecumenica, attenta cioè alle sfide che vengono dall’inevitabile apertura verso l’“altro” e dal dialogo con una diversa lettura e interpretazione dello stesso testo. Se gli esegeti cattolici sono abituati a servirsi di studi e pubblicazioni che provengono da biblisti di altre confessioni, non è necessariamente così per il largo pubblico, che deve però imparare a riconoscere l’universalità del significato dell’evangelo, ancor prima del modo in cui questo poi verrà storicamente inteso nella storia della sua interpretazione.

Ma vi è un’ultima ragione che fornisce prestigio a questo libro e agli altri della collana, ovvero, oltre alla competenza dei contributori, la loro appartenenza a differenti confessioni: se la cosa può spaventare alcuni, una coralità così composta, nel rispetto delle competenze e delle differenze, è invece un presupposto irrinunciabile per poter leggere il Vangelo secondo Matteo in quello che – si diceva sopra – è un tempo di cambiamenti e crisi simile al tempo in cui quel libro è stato composto.

Giulio Michelini

Formato pdf: Postfazione Matteo Giulio Michelini