Venerdì Santo e Pasqua tra Cristianesimo ed Ebraismo. Due articoli dalla rassegna stampa biblica

Pubblichiamo due interventi che riguardano il giorno che la liturgia celebra oggi, ricordando la croce di Cristo, e la Pasqua. Il primo è la recensione di un volume tradotto dalle Edizioni Terra Santa e dedicato alla morte di Gesù in relazione al Giudaismo (Avvenire, 8 aprile 2020), e che offre l’opportunità di riflettere sull’antigiudaismo derivato dall’accusa di deidicio; il secondo è di Rav Abraham Skorka, e colloca la memoria della Pasqua all’interno della pandemia (Osservatore Romano, 8 aprile 2020).

 

Alessandro Zaccuri. L’ebreo Gesù: le ragioni per cui l’antisemitismo cristiano è privo di ragioni (Avvenire 8.4.2020)

Bisogna arrivare fino in fondo per apprezzare pienamente l’importanza di un libro come Gesù non fu ucciso dagli ebrei, curato dallo statunitense Jon M. Sweeney e tempestivamente tradotto da Anna Montanari per Terra Santa (pagine 208, euro 15,00, disponibile in ebook). Bisogna arrivare alla postfazione firmata da Amy-Jill Levine, figura di spicco nella ricerca accademica e, nel 2019, prima docente ebrea a tenere un corso sul Nuovo Testamento al Pontificio Istituto Biblico di Roma. Con molto garbo e con erudizione impeccabile, la studiosa non rinuncia a esprimere le proprie riserve su alcuni dei saggi presenti nel volume, ma non per questo ne contesta la necessità. Al contrario, una ricognizione su quelle che il sottotitolo italiano definisce «le radici cristiane dell’antisemitismo» rimane quanto mai opportuna e il fatto che sia condotta con uno stile divulgativo, con le inevitabili semplificazioni su cui Levine occasionalmente eccepisce, non ne sminuisce affatto la portata.

Il libro, come dicevamo, arriva dagli Stati Uniti, e nell’edizione italiana è integrato da una puntuale prefazione di padre Etienne Vetö, direttore del Centro Cardinal Bea per gli Studi giudaici della Gregoriana, che mette sull’avviso il lettore: quello denunciato dall’équipe di autori convocata da Sweeney non è un problema di cui il nostro Paese si possa disinteressare. Ci sono di mezzo le leggi razziali del 1938, certo, e il fatto che senza il precedente del fascismo difficilmente il regime nazista sarebbe riuscito ad attecchire in Germania, ma più ancora del contesto storico è il pregiudizio del deicidio a dover essere messo in questione, quello stesso pregiudizio che per lungo tempo ha trovato ospitalità nella Chiesa e che solo nel 1965, con la dichiarazione conciliare Nostra Aetate, è stato ufficialmente superato.

Non per questo il percorso si può considerare concluso, come ricorda nella sua premessa Abraham Skorka, il rabbino di Buenos Aires con il quale papa Francesco intrattiene un rapporto particolarissimo fin da quando era arcivescovo della capitale argentina (insieme i due hanno firmato il best seller Il cielo e la terra). È Skorka, tra l’altro, a richiamare l’attenzione sul ruolo svolto da Jules Isaac (1877-1963), lo storico francese al quale si deve la documentata rivendicazione dell’ebraicità di Gesù e, nello stesso tempo, l’avvio di un dialogo interreligioso che, sancito da Vaticano II, ha poi trovato ulteriore slancio sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, di Benedetto XVI e oggi, appunto, di Francesco.

Fin qui il quadro complessivo, all’interno del quale il caso statunitense occupa una posizione peculiare. Lo si coglie in diversi passaggi di Gesù non fu ucciso dagli ebrei, che è tra l’altro un libro ricchissimo di testimonianze personali. La più rilevante è forse quella implicitamente resa dallo stesso curatore (cattolico, Sweeney è sposato con una rabbina), ma non meno significativi sono gli accenni autobiografici che trapelano dall’intervento di Wes Howard-Brook, aderente a una denominazione del giudaismo messianico, la Via del Gesù ebreo. Da bambino, racconta, era terrorizzato «dai cristiani» del suo quartiere di Los Angeles: «Non che ne conoscessi di persona – spiega –. Però avevo sentito dire che i cristiani pensavano che io, in quanto ebreo, fossi responsabile della morte di Gesù Cristo».

Il timore, purtroppo, non era affatto infondato. Poco meno di un anno fa, il 27 aprile 2019, un giovane californiano di soli 19 anni, Jon Earnest, si è reso responsabile di una sanguinosa aggressione contro la sinagoga di Poway, nella contea di San Diego, dove si stava celebrando la conclusione della Pasqua ebraica. Ed è proprio a partire da questo episodio o, meglio, dalla concatenazione di eventi del quale l’attentato di Poway fa parte (pochi mesi prima, il 27 ottobre 2018, si era consumata la strage in una sinagoga di Pittsburgh, in Pennsylvania), che Sweeney ha deciso di realizzare Gesù non fu ucciso dagli ebrei.

Ormai abbandonata dalla teologica cattolica, la dottrina “della sostituzione” (nel volume è illustrata dal biblista Richard C. Lux: con l’avvento del cristianesimo verrebbe meno il patto tra Dio e Israele, che sarebbe quindi destinato a estinguersi) ha ancora corso nell’affollato panorama delle congregazioni evangelicali, caratterizzate dalla tendenza a un’interpretazione letterale e fortemente decontestualizzata delle Scritture.

Lo sforzo di Sweeney e dei suoi collaboratori – citiamo, tra gli altri, monsignor Richard J. Sklba, l’ebraista Walter Brueggemann, lo storico Massimo Faggioli e la rabbina Sandy Eisenberg Sasso, che offre illuminanti spunti pedagogici – consiste nel ribadire alcune nozioni di base, incredibilmente ancora poco recepite a livello generale. Quali? Che Gesù era ebreo, anzitutto, e che professava la fede del popolo di Israele. E poi che lo stesso Nuovo Testamento fu composto in ambito ebraico, in una fase nella quale il cristianesimo stava ancora assumendo connotati autonomi e ancora non era del tutto uscito dal complesso intreccio delle varie correnti dell’ebraismo. Una delle tesi messa in discussione da Levine è quella, più volte ribadita, per cui le “parole dure” che i Vangeli riservano a scribi e farisei, quando non agli stessi «giudei», sarebbero da intendere nella prospettiva di un dibattito interno all’ebraismo.

Resta chiaro, in ogni caso, l’assunto centrale: la partecipazione di alcuni ebrei alla condanna di Cristo non autorizza in alcun modo ad assumere atteggiamenti di discriminazione o, peggio ancora, iniziative di persecuzione. Dopo la Nostra Aetate, sintetizza padre Nicholas King in Gesù non fu ucciso dagli ebrei, «i cristiani cattolici non hanno giustificazioni per l’antisemitismo».

Abraham Skorka – Celebrare Pesach e Pasqua durante una pandemia (Osservatore Romano 8.4.2020)

Negli ultimi mesi, una semplice mutazione genetica in un virus ha causato una crisi globale. È stato necessario modificare i progetti quotidiani, le opzioni che la vita postmoderna è solita offrire sono state drasticamente ridotte e molti sono rimasti scossi dal fatto di non avere più il controllo sulla propria vita. Oltre a coloro che soffrono gravemente a causa del covid-19, sono in tanti a cadere attraverso le maglie di reti di sicurezza sociale inadeguate. Si moltiplicano gli appelli alla solidarietà con chi soffre, ricordandoci di stare uniti nella nostra comune umanità di fronte a una minaccia che non fa distinzione tra popoli, nazioni o gruppi socio-economici. L’umanità è sfidata a mettere da parte l’avidità e l’egoismo a favore del più grande bene comune.

Per ebrei e cristiani tale concetto è particolarmente importante in questo periodo dell’anno. Sia Pesach sia Pasqua ci rimandano ai racconti biblici, nel libro dell’Esodo, sulla schiavitù degli antichi ebrei in Egitto e la loro redenzione da parte di Dio. Questi racconti mostrano il Creatore come giudice sulle divinità pagane (Esodo 12, 12; Numeri 33, 4), sugli idoli sui quali si fondava il potere dispotico del faraone. Sembra che oggi l’idolo di pensare che siamo responsabili di tutto o che, se abbiamo un qualche problema, lo si può facilmente risolvere, stia crollando.

La Bibbia prescrive al popolo d’Israele di fare una cena familiare rituale la sera in cui inizia Pesach. Il suo fine è di far rivivere alle successive generazioni i sentimenti degli antichi ebrei che si preparavano a intraprendere il cammino della libertà dall’oppressione. I genitori devono raccontare ai propri figli, seduti attorno al tavolo, la storia dell’Esodo, traendovene le implicazioni per il presente. Gli ebrei guardano anche avanti, al tempo futuro, quando il mondo stesso sarà trasformato secondo la volontà di Dio. Alla cena di Pesach (Seder) viene preparata una coppa speciale per il profeta Elia, annunciatore del Messia e della vita trasformata dei tempi messianici.

I saggi rabbinici intesero i quattro versetti biblici che prescrivono questo compito educativo (Esodo 12, 26; 13, 8; 13, 14; Deuteronomio 6, 20) come riferiti a quattro tipi di persone: i saggi, gli indegni, i semplici e coloro che non sanno come porre domande. Essi conclusero che gli insegnamenti relativi all’Esodo dovevano essere adattati a ognuna di queste categorie. Tutte le diverse personalità devono sentire l’impatto del messaggio di dignità e speranza che è necessario per liberare uno spirito ridotto in schiavitù. Un tale spirito è richiesto oggi a tante persone e tanti governanti in tutto il mondo — qualunque sia la loro personalità individuale — al fine di correggere quei fattori sistemici che hanno consentito all’epidemia di diventare una pandemia, che è dilagata lasciando migliaia di morti.

Gesù, naturalmente, viene ricordato dai cristiani per avere istituito l’Eucaristia più o meno nel periodo della cena rituale della Pasqua ebraica. Secondo le usanze ebraiche, lui e i suoi discepoli probabilmente avevano discusso delle azioni di Dio per Israele, come anche di questioni di sofferenza presente e di redenzione vicina. In tutti e quattro i Vangeli Gesù parla della sua imminente morte come collegata al Regno di Dio di liberazione e vita (Matteo 26, 26-29; Marco 14, 22-25; Luca 22, 14-20; Giovanni 13, 1-18,1; cfr. 6, 35 e seg.).

Nella tradizione cristiana, dunque, Pasqua è un tempo di dolore, speranza e gioia. La crocifissione di Gesù è avvenuta durante la celebrazione di Pesach nella Giudea dominata dai romani. La convinzione che Dio lo aveva fatto rinascere a nuova vita si sviluppò tra alcuni ebrei che lo seguivano. Queste origini forgiarono poi la successiva interpretazione cristiana dei temi biblici dell’oppressione e della redenzione.

Dunque, il dolore e la speranza e la nuova vita fanno parte delle pratiche sia degli ebrei sia dei cristiani in questo tempo dell’anno. Entrambi ricordano, durante le loro celebrazioni, i tempi messianici del futuro. Gli ebrei attendono un mondo di pace e di libertà dalla paura e poi la risurrezione dei morti (principi della fede nn. 12 e 13 di Maimonide). I cristiani, che considerano Gesù «primizia di coloro che sono morti» (1 Corinzi 15, 20), si aspettano che alla fine dei tempi la morte sarà vinta per tutti. A unire ebrei e cristiani non è solo il dolore, ma anche la speranza. Dobbiamo ricordarlo quando celebreremo la nostra rispettiva festività in questi tempi tormentati dal coronavirus.

Diversamente dagli altri anni, nel 2020 molte famiglie non potranno stare insieme. Molti edifici di culto saranno chiusi e non si terranno liturgie comuni. Le nostre pratiche, quest’anno, dovranno includere la riflessione sull’impossibilità di stare con la famiglia e gli amici, di abbracciarli, sul dover rimanere a distanza. Migliaia di persone in questo momento stanno piangendo per i loro cari colpiti o uccisi dal virus. In questo tempo difficile, cerchiamo di essere rinfrancati dai messaggi di speranza che Pesach e Pasqua offrono, nei loro modi diversi, ma risonanti, a ebrei e cristiani.

Rabbi Akiva, il più grande tra i saggi talmudici, dinanzi a ogni sventura diceva: tutto ciò che fa il Misericordioso è a fin di bene (b. Berachot 60b). La sventura non deve sconfiggerci. Anche nella calamità dobbiamo compiere azioni positive e non permettere di lasciarci sopraffare.

«Sia su di noi la bontà del Signore, nostro Dio: rafforza per noi l’opera delle nostre mani» (Salmi 90, 17) mentre quest’anno celebriamo Pesach e Pasqua.

 

Gli articoli in originale pdf:

A. Zaccuri, recensione di J.M. Sweeney, Gesù non fu ucciso dagli ebrei, Avvenire 8 4 2020

A. Skorka, Ebrei e cristiani uniti nella speranza, Osservatore Romano 8 4 2020