• 26 Ottobre 2021 6:24

La parte buona

QUELLA CHE ASCOLTA E METTE IN PRATICA LA PAROLA DI DIO

Il Signore ti benedica e ti custodisca (Nm 6,22-27). La benedizione sacerdotale che “passa dalle fessure delle mani”: un commento di Guido Coen

Come augurio per il nuovo anno 2021, di seguito riportiamo un estratto dal primo volume de “La Bibbia dell’Amicizia”, con il commento al testo del libro dei Numeri che è la prima lettura della Messa del 1 Gennaio (Solennità di Maria Madre di Dio). Il testo è stato scritto da Guido Coen, Consigliere dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e medico ortopedico. Non è solo un commento al testo, ma il racconto dell’esperienza di un adolescente, chiamato a dare la benedizione all’assemblea riunita in sinagoga, perché “coen”, in ebraico, “sacerdote”.

Guido Coen, «La benedizione sacerdotale (Nm 6,22-27)», da M. Cassuto Morselli – G. Michelini (edd.), La Bibbia dell’Amicizia, San Paolo 2019, 297-302.

22E parlò il Signore a Mosheh dicendo: 23«Parla ad Aharon e ai suoi figli e di’ loro: Così benedirete i figli d’Israele dicendo loro: 24Ti benedica il Signore e ti custodisca, 25faccia risplendere il suo volto verso di te il Signore e ti dia grazia, 26elevi il Signore il suo volto su di te e ti conceda pace. Porranno il mio Nome sui figli d’Israele e io li benedirò».

 

La birkat ha-kohanim, la benedizione sacerdotale, è ben nota e familiare a ogni ebreo che frequenti la sinagoga. Ciononostante questi versetti pongono diversi problemi che sono stati oggetto di riflessione da parte degli studiosi. Prima di tutto va sottolineato che la benedizione proviene dal Signore, e c’è chi si è chiesto perché siano i sacerdoti a doverla impartire. Come la parola divina raggiunge il popolo attraverso la mediazione del navi («profeta»), così la benedizione del Signore raggiunge i figli d’Israele attraverso il kohen. Nella tradizione ebraica è di fondamentale importanza la cooperazione umana al progetto divino: anche in questo caso siamo di fronte a un esempio di come il Signore richieda la partecipazione dell’uomo alla sua opera.

A ben vedere le benedizioni del nostro testo sono in effetti tre. La prima recita: «Ti benedica il Signore e ti custodisca»; la seconda: «Faccia risplendere il suo volto verso di te il Signore e ti dia grazia»; la terza: «Elevi il Signore il suo volto su di te e ti conceda shalom».

L’introduzione è: «Così benedirete i figli d’Israele dicendo loro: Ti benedica il Signore…», ossia la benedizione dei kohanim inizia riportando la benedizione del Signore. È il Signore che benedice e custodisce. Tale benedizione è adatta a ogni persona, a ogni situazione e in qualsiasi condizione di vita. Ricordarsi di questo, anche nei momenti di difficoltà, può generare un sentimento di protezione e di fiducioso affidamento al Signore che aiuta a sopportare le avversità. Egli inoltre custodisce coloro che seguono le sue vie, fa giustizia anche agli orfani e alle vedove, dà anche al ger, lo straniero che risiede in Israele, pane e vestito (Dt 10,17-18).

La seconda benedizione parla del volto del Signore, anzi dei suoi «volti». Panim è in effetti una parola che ha solo il plurale. Così come un essere umano ha tanti volti, per esempio nelle diverse età della sua vita, a maggior ragione ha diversi volti il Signore, un’infinità di volti. La luce del volto fa riferimento alla Torah, come dice il salmo: «Lampada per i miei passi è la tua parola e luce sul mio cammino» (Sal 119,105).

La terza benedizione raggiunge il culmine con la promessa della pace. Vi è un ordine crescente nella triplice benedizione, che inizia con i bisogni materiali dell’essere umano, prosegue con quelli spirituali e infine li unisce con la benedizione dello shalom, che indica una completezza e pienezza di vita. Questo crescendo si può notare anche nella struttura dei versetti, in quanto la prima benedizione contiene in ebraico tre parole, la seconda cinque e la terza sette.

Non meno importate è la conclusione: «Porranno il mio Nome sui figli d’Israele e io li benedirò». I kohanim porranno il Nome, ossia il Tetragramma impronunciabile, come un sigillo, come una consacrazione, dal momento che tutto il popolo è chiamato a una funzione sacerdotale e a una missione universale, quella di essere luce per le genti.

 

Miryam, Aharon e Mosheh erano di famiglia levita[1]. Dopo aver pronunciato le Dieci parole, il Signore continua il suo discorso mentre il popolo era lontano e Mosheh si era avvicinato alla nuvola oscura (Es 20,21). In Es 28,1 troviamo l’investitura di Aharon e dei suoi figli: «Tu fai avvicinare tuo fratello Aharon e i suoi figli con lui dal mezzo dei figli d’Israele, perché sia mio kohen: Aharon, Nadav, Avihu, Eleazar, Itamar, figli di Aharon». I versetti seguenti sono dedicati alle loro vesti: «Farai vesti sacre per tuo fratello Aharon, in onore e bellezza. Tu parlerai a tutti i saggi di cuore, che ho riempito di spirito di saggezza, e faranno le vesti di Aharon per consacrarlo e perché sia un kohen. Ecco le vesti che faranno: pettorale, efod, mantello, tunica trapunta, turbante e cintura. Faranno vesti sacre per tuo fratello Aharon e per i suoi figli, perché sia mio kohen. Essi useranno oro, azzurro, porpora, scarlatto e bisso» (Es 28,2-5). La descrizione continua fino alla fine del capitolo.

Es 29 è dedicato alla consacrazione di Aharon e dei suoi figli: «Farai avvicinare Aharon e i suoi figli all’ingresso della tenda del convegno e li laverai con acqua. Prenderai le vesti e rivestirai Aharon della tunica, del mantello dell’efod, dell’efod, del pettorale e lo cingerai con la fascia dell’efod. Metterai il turbante sulla sua testa e porrai il diadema sacro sul turbante. Prenderai l’olio dell’unzione, lo verserai sul suo capo e lo ungerai» (Es 29,4-7).

La vestizione di Aharon è ancora ripetuta in Es 39. Nel capitolo successivo troviamo l’elevazione e la consacrazione del Santuario e l’abluzione, vestizione, unzione e consacrazione di Aharon e dei suoi figli: «Li ungerai come hai unto il loro padre e saranno miei kohanim: la loro unzione sarà per loro un sacerdozio perenne, per le loro generazioni» (Es 40,15).

Nel suo ultimo discorso prima di lasciare questo mondo, Mosheh benedice tutte le tribù d’Israele, e alla tribù di Lewi dice tra l’altro: «Poiché hanno osservato la tua parola, custodiscono la tua alleanza, insegnano a Yaaqov i tuoi giudizi, la tua Torah a Israele, offrono il sacrificio davanti a te e l’olocausto al tuo altare. Benedici, il Signore, la sua forza, gradisci l’opera delle sue mani» (Dt 33,9-11). Non tutti i leviti sono kohanim, ma tutti i kohanim sono leviti. La loro distinzione, che ora è netta, è il risultato di un lungo processo di differenziazione.

C’è qualcosa in comune tra profeti e sacerdoti: entrambi sono investiti dal Signore di una specifica funzione. Ciò che li differenzia è che il navi risponde a una precisa chiamata divina, mentre il kohen è tale per discendenza.

Con l’istituzione della monarchia e la costruzione del Bet ha-Miqdash il sacerdozio viene riorganizzato e riceve nuovo sviluppo. In 2Cr 7 è descritta la festa della dedicazione: «I kohanim si tenevano ai loro posti, mentre i leviti con gli strumenti di musica sacra fatti dal re David lodavano il Signore “perché eterna è la sua bontà”. Così David inneggiava per mezzo di loro. I kohanim suonavano le trombe di fronte a loro, mentre tutti gli Israeliti stavano in piedi» (2Cr 7,6). David aveva già lasciato questo mondo, ma tramite la musica era come se fosse presente. Suo figlio Shelomo era stato consacrato re dal sacerdote Ṣadoq: «Il kohen Ṣadoq prese un corno d’olio dalla tenda e unse Shelomo, allora si suonò lo shofar e tutto il popolo gridò: “Viva re Shelomo!”. Poi tutto il popolo risalì dietro di lui suonando i flauti e manifestando grande gioia, con acclamazioni che sembravano spezzare la terra» (1Re 1,39-40).

Di famiglia sacerdotale era il profeta Yeḥezeqel, il quale dopo la distruzione del Tempio e la deportazione a Babilonia annuncia la liberazione, il ritorno e la costruzione del nuovo Tempio (Ez 44,15-31). Nel Siracide, un testo ebraico di età ellenistica, viene descritta la figura di Shimon ben Oniyah, che fu kohen gadol per vent’anni, dal 219 al 199 a.e.c.: «Era splendido quando tornava dal Santuario, quando usciva dalla casa della cortina[2]: era come l’astro mattutino in mezzo alle nubi, come la luna piena nei giorni di festa, come il sole che brilla sul Tempio dell’Altissimo, come l’arcobaleno che splende tra nubi luminose, come la rosa fiorita nella stagione dei frutti» (Sir 50,5-8). E ancora: «Allora egli scendendo alzava le sue mani su tutta l’assemblea dei figli d’Israele per dare con le sue labbra la berakhah del Signore, avendo il privilegio di poter pronunciare il suo Nome. Per la seconda volta il popolo si prostrava in adorazione per ricevere la berakhah dell’Altissimo» (50,20-21).

Con la distruzione del Tempio da parte dei Romani nel 70 e.c., le funzioni sacerdotali vengono sospese. Tuttavia le famiglie sacerdotali non hanno perduto la consapevolezza della loro dignità, che viene riconosciuta anche all’interno delle comunità. Nella lettura della Torah, la «chiamata a Sefer», il sabato, durante le feste e nei giorni infrasettimanali in cui si legge la Torah, la prima chiamata è sempre riservata a un kohen. Sono tuttora valide le restrizioni relative al matrimonio e vige sempre il divieto di accostarsi a un cadavere, anche se di un familiare, per non contrarre impurità. È ai kohanim che vengono pagati i cinque sicli per il riscatto del primogenito e sono i kohanim che impartiscono durante la liturgia la benedizione sacerdotale: in Israele quotidianamente, nella diaspora solo di Shabbat e durante i moadim, i giorni festivi.

 

Ricordo con emozione la prima volta che ho recitato la birkat ha-kohanim: avevo tredici anni ed era il secondo giorno di Rosh ha-shanah. Mi chiamarono in quanto ero l’unico kohen presente in sinagoga. Scalzo e con la testa coperta dal talled, mi avvicinai all’aron ha-qodesh, e, dopo aver lavato le mani (netilat yadayim)[3], stesi le braccia e misi le mani nella posizione prescritta, avvicinando i pollici e divaricando le dita a coppie in modo da creare cinque spazi. Poi recitai la benedizione rivolto all’assemblea.

Ci sono molte interpretazioni diverse per spiegare questa strana posizione delle mani, una che mi piace particolarmente fa riferimento a un versetto dello Shir ha-shirim: «Il mio amico è simile a un cerbiatto o a un capriolo, ecco che sta dietro il nostro muro, che guarda dalle finestre, sbircia dalle fessure» (Ct 2,9). Attraverso le fessure delle mie mani passava la benedizione divina.

 

[1] «Un uomo della casa di Lewi andò a prendersi in moglie una figlia di Lewi» (Es 2,1).

[2] La parokhet che separava il Qodesh ha-Qodashim dal Qodesh.

[3] L’essere scalzi è in ricordo di Mosheh, che si scalza quando è vicino al roveto ardente; l’essere scalzi e a contatto con la terra è anche un invito a essere umili, in un momento in cui ci si potrebbe inorgoglire per la funzione che si sta svolgendo. La netilat yadayim è in ricordo di Aharon: i kohanim si lavavano mani e piedi prima di entrare nel Bet ha-Miqdash.