“Non abbandonarci alla tentazione” e “Pace in terra agli uomini, amati dal Signore”. Le traduzioni del Pater e del Gloria

La preghiera in greco, nel chiostro della Chiesa del Pater Noster sul Monte degli Ulivi, Gerusalemme

Come si legge nel Comunicato finale della 72ma Assemblea generale della CEI (12-15 novembre 2018), i Vescovi italiani hanno approvato la nuova versione del Messale Romano, che verrà sottoposta alla Santa Sede per i provvedimenti di competenza. Nel Messale si trovano anche le traduzioni del Padre nostro e del Gloria, già pubblicate nella versione della Bibbia CEI del 2008. Tra le revisioni approvate emergono la formula del Pater «non abbandonarci alla tentazione», e l’inizio del Gloria («pace in terra agli uomini, amati dal Signore»). Mentre di seguito si possono scaricare alcuni articoli tratti dai quotidiani nazionali, è forse utile specificare quanto segue.

In relazione alla formula “Non abbandonarci alla tentazione”. Il verbo  greco eisphero alla lettera significa «portare dentro», «far entrare», «condurre», e dunque era giustificata anche la precedente versione CEI, «non ci indurre in tentazione», ricalcata dal latino, e che però poteva lasciare immaginare che Dio potesse indurre alla tentazione. La nuova traduzione CEI è migliorata a livello teologico, perché lascia intendere da una parte che Dio non tenta al male (come si evince anche dalla Lettera di Giacomo 1,13), e che, in ogni caso, vi sono nella vita delle prove (e che non sono tentazioni), come quella dello stesso Abramo (cf. Genesi 22,1), volute da Dio. Il sostantivo peirasmos infatti può assumere il senso di «prova» o di «tentazione», a seconda del contesto: in senso positivo la prova può essere dimostrativa (Gen 22,1), oppure in senso negativo come istigazione al peccato. Quando si è ormai entrati in quella prova, Dio comunque non abbandona.

La nuova versione liturgia CEI è accettabile, anche perché non esiste “la” traduzione che possa rendere perfettamente l’originale. Anche se non si è discusso a riguardo, prova ne è la questione, ancora più complessa, dell’aggettivo che definisce il pane nella stessa preghiera («dacci oggi il nostro pane…»), aggettivo che in greco è epiousion (Mt 6,11). Il significato dell’aggettivo è incerto, come dimostrano i tentativi fatti dalle traduzioni antiche: quotidianus (Itala; così la traduzione gotica con sinteinan), «perpetuo» (versione siriaca riveduta), «necessario»/«per il nostro bisogno» (Peshitta), «che verrà» (copto sahidico), «di domani» (copto medio-egizio e bohairico come mahār del Vangelo degli Ebrei secondo Girolamo); «continuamente»/«per sempre» (Vangelo ebraico di Matteo di Shem Tov). Lo stesso san Girolamo non è stato consistente: traduce in Mt 6,11 supersubstantialem, ma nella formula del Pater parallela di Lc 11,3 con cotidianum! Come si vede, la stessa parola viene resa in due modi diversi dallo stesso traduttore, per la stessa preghiera, il Padre nostro.

Casi altrettanto eclatanti sono quelli della versione gotica, ad opera del vescovo Wulfila. Lì vi sono molti casi di anisomorfismo semantico asimmetrico, ovvero di non corrispondenza tra un termine greco e le sue rese molteplici verso il gotico: come, ad esempio, il sostantivo basileia (in italiano “regno”), che in gotico viene reso in due modi diversi.

Il fatto è che le lingue organizzano le loro strutture – anche semantiche – in modo differente, e non è possibile renderle esattamente e in modo equivalente.

In relazione al Gloria, nella frase greca di Lc 2,14 è implicato il concetto di “santa volontà di Dio”, e non quello della volontà degli uomini: quindi è giustificata la traduzione “Pace in terra agli uomini amati dal Signore”.

Giulio Michelini

Rassegna stampa:

Padre Nostro, Matteo Matzuzzi, Il Foglio 24-25 11 2018

Padre Nostro, Enzo Bianchi, La Repubblica 16 11 2018

Padre Nostro, Mimmo Muolo, Avvenire 16 11 2018

Padre Nostro, Andrea Tornielli, La Stampa 16 11 2018

Padre Nostro, Giovanni Panettiere, Quotidiano Nazionale 16 11 2018

 

 

 

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