• 1 Marzo 2021 19:36

La parte buona

QUELLA CHE ASCOLTA E METTE IN PRATICA LA PAROLA DI DIO

Mercoledì delle Ceneri: elemosina, preghiera, digiuno. Commento a Mt 6,1-6.16-18 a partire dalle fonti giudaiche (a cura di G. Michelini)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.

Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

Commento di G. Michelini

Elemosina, preghiera, digiuno. Queste pratiche erano caratteristiche dell’insegnamento farisaico del tempo di Gesù, come si evince dai tanti testi rabbinici che le citano, come quello famoso di Rabbi Eleazar: «Tre cose annullano il severo decreto di Dio: la preghiera, la carità, la Teshuvà (la penitenza)» (Qohelet Rabba 5,6). Erano fondate sulla Torà e su altre tradizioni giudaiche, come quella presente nel libro di Tobia, dove vengono descritte le «molte elemosine» e le altre pratiche di giustizia compiute da Tobit (1,3ss). Per tutte e tre le pratiche (elemosina, preghiera, digiuno) secondo Gesù il rischio è l’ipocrisia. Un interessante confronto a questo livello può essere compiuto con la Didachè, lo scritto giudaico-cristiano spesso accostato al vangelo di Matteo, che al c. 8 sviluppa le stesse idee e usa un vocabolario simile: «I vostri digiuni non siano [in comunione] con quelli degli ipocriti: essi infatti digiunano nel secondo e nel quinto giorno dal sabato [= lunedì e giovedì]; voi invece digiunerete il quarto e durante la Parasceve [= mercoledì e venerdì]. Nemmeno pregate come gli ipocriti, ma come vi chiese il Signore nel suo vangelo, così pregate: “Padre nostro che sei nel cielo […]”. Pregherete così tre volte al giorno» (8,1-3).

L’elemosina (6,1-4). Le parole di Gesù presumono la pratica dell’elemosina e non la condannano in alcun modo. Ciò che chiede il Maestro è di non suonare la tromba, cioè di non ostentare quanto viene fatto di bene per gli altri: è sufficiente che lo sappia il Padre. Anche se il contesto a cui riferisce l’insegnamento è quello della sinagoga o delle strade, potrebbe esservi qui anche un’allusione anche al modo in cui le offerte erano portate al tempio di Gerusalemme. In esso vi erano infatti tredici “trombe” (shofarot; cf. Mt 24,31), ovvero contenitori a forma di tromba che ricevevano le elemosine dei fedeli (cfr. Mishnà, Sheqalim 6,1-2.4), fatti in questo modo, probabilmente, per evitare che i soldi gettati lì venissero rubati. In questo caso, l’espressione «non suonare lo shofar» implicherebbe che mentre si fa l’elemosina non si deve far sentire che la moneta è caduta nel contenitore.

Così come si può fare l’elemosina per farsi vedere, ci si può anche rivolgere a Dio per essere visti dagli altri. Per questo Gesù chiede ai discepoli di pregare nel segreto, e di non sprecare parole come gli ipocriti. Gesù sta dunque ponendo un limite alle preghiere e alle parole da recitare? La Didachè dispone che si reciti il Pater tre volte al giorno, seguendo probabilmente la prassi consolidata nella tradizione giudaica antica, e già attestata in Dan 6,11. Il Talmud, poi, nel suo primo trattato, si apre proprio con una discussione nella Mishnà sulla questione del momento dal quale si deve recitare lo Shemà, e su quale preghiera poi si dovesse dire. A questo proposito, alcuni rabbini – contro l’opinione di rabbi Gamaliele II, che insegnava come ogni giorno si dovessero recitare le Diciotto benedizioni (la più nota preghiera antica, istituita formalmente nel cosiddetto concilio di Iamnia, ma il cui nucleo doveva essere già noto a Gesù, secondo R. Penna) – consigliavano ai loro discepoli di recitare una forma riassuntiva di quella lunga formula. Nessuno dunque metteva in questione la scansione quotidiana della preghiera, quanto piuttosto la formula da recitare, ritenuta o troppo lunga o troppo fissa.

Il digiuno (6,16-18). Anche la Didachè conserva un insegnamento sul digiuno (riportato sopra), dove si trova ugualmente, come nel vangelo di Matteo, l’idea di ipocrisia di chi compie questa pratica, che però non riguarda più il modo, ovvero l’assunzione di un’aria malinconica (come per Mt 6,16), quanto piuttosto la scelta del giorno per digiunare. La questione del calendario (soprattutto a riguardo dei giorni per le feste) è molto importante, se si pensa che la polemica degli esseni contro Gerusalemme e i suoi sacerdoti era originata – secondo quanto leggiamo negli scritti del mar Morto – anche da questi motivi. Differenze sul calendario, poi, erano presenti tra farisei e sadducei, e questi ultimi, però, secondo quanto ci informa Flavio Giuseppe, dovevano abitualmente cedere su questo punto. Nella Didachè possiamo vedere che la differenza tra i cristiani e gli ipocriti non è più semplicemente basata – come invece insegnava Gesù – sul fatto che le opere di giustizia siano compiute nel nascondimento o per farsi ammirare, quanto piuttosto su una questione più pratica, relativa alla halakà (l’osservanza dei precetti). Sembra si abbia qui un problema più di ordine identitario che di contenuto teologico: la tensione che nella comunità della Didachè emerge verso questi “ipocriti” segnala l’inizio di un processo di distinzione tra coloro che (probabilmente i farisei) da tempo avevano scelto il lunedì e il giovedì per il digiuno (a Gerusalemme erano giorni di mercato, con le sinagoghe aperte per la preghiera), e i cristiani che, invece, seguono un’altra halakà e un altro giorno (forse, secondo quanto ipotizza uno studioso, P.J. Tomson, sulla base di un calendario concorrenziale, magari desunto dal Libro dei Giubilei). Se però ora colleghiamo quanto si legge nel primo vangelo alla Didachè, si può arrivare a ipotizzare che le parole del Gesù di Matteo abbiano anche un altro scopo: chiedendo ai suoi di compiere il digiuno nel segreto, senza farsi vedere, potevano così essere evitate le tensioni con i farisei (gli “ipocriti” della Didachè?), che invece visibilmente digiunavano il lunedì e il giovedì: la comunità di Matteo, già toccata da molte pressioni, poteva in questo modo evitare di incorrere in sanzioni da parte di quei farisei che ormai avevano più spazio nella società, soprattutto per quanto riguardava le regole della halakà (cf. la tesi di J.A. Draper, che ipotizza che la situazione presentata dalla Didachè sia precedente a quella descritta da Matteo).