• 21 Gennaio 2021 2:27

La parte buona

QUELLA CHE ASCOLTA E METTE IN PRATICA LA PAROLA DI DIO

La pandemia, la fede, Abramo. “Quantificare tutto porta pandemie”. Un intervento di Haim Baharier

Rilanciamo, per chi l’avesse perso, un articolo di Haim Baharier sulla pandemia, a partire dalla situazione che stiamo vivendo, pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 14 gennaio 2020. L’autore è nato a Parigi nel 1947 da genitori ebrei di origine polacca, reduci da Auschwitz, è un pensatore, studioso di ermeneutica ed esegesi biblica, psicoanalista e scrittore. Allievo di Lévinas, Paul Diel e Léon Askenazi, è stato anche vicino al  aestro chassidico Israel di Gur. Insegna Talmud e Torah e tiene da anni “lezioni” teatrali sulla Bibbia. Tra i suoi libri, “La Genesi spiegata da mia figlia”; “Il tacchino pensante”; “Le Dieci Parole”; “La valigia quasi vuota”.

L’articolo in pdf: H. Baharier, La Torah, il virus dà i numeri, Il Fatto Quotidiano 14 1 2020

La Torah: il virus dà i numeri. I pericoli della massificazione

Saggezza biblica – Quantificare tutto porta epidemie

Inizio questo articolo con un mea culpa: anch’ io, come tanti, mi sono trovato, alle ore 18 di tutti i giorni della prima emergenza Covid, aggrappato all’unica boa suscettibile di salvarmi, i numeri. Dei contagiati e dei morti. Solo quando questi numeri hanno cominciato a segnare un’inversione di tendenza, ho trovato la forza di andare a ricercare nell’Antica Saggezza, non una formula risolutiva magico-mistica, ma una modalità di pensiero che mi consentisse di affrontare l’attualità dell’epidemia.
La prima domanda da farsi mi sembra sia: perché l’invasione dei numeri? Rispondere a questo interrogativo mi avrebbe anche aiutato a rapportarmi con l’epidemia. A questo proposito, la Torah – quella parte della Bibbia abusivamente chiamata Vecchio Testamento – ci narra del pericolo della conta sia degli uomini sia degli animali, considerando qualsiasi censimento, ovvero l’affidarsi ai numeri, come una manifestazione di potenza e aggregazione. L’esibizione quantitativa porta alla massificazione e avrebbe come reazione il malocchio, che la Torah assimila all’epidemia. Se vogliamo attualizzare questo pensiero, vengono in mente schiere di massificazioni che invadono i nostri spazi, da quello economico a quello politico, sociale, giuridico, religioso e culturale.
Per non parlare dei mass media. Difficile, a questo punto, non rendersi conto di come siamo costantemente aggrediti da una conta planetaria, già di per sé una piaga, che chiamerei “numerite”. Non a caso, tutti sanno che la Cina ha superato il fatidico miliardo, diventando, in funzione del suo numero di abitanti, una potenza produttrice e un mercato potenziale.
L’inizio della pandemia proprio in Cina conferma, se non altro simbolicamente, l’adeguatezza del nostro approccio.
L’Antica Saggezza non è certamente in grado di proporre qualche molecola nuova o qualche miracoloso vaccino. In realtà, suggerisce lo sviluppo di una forte intenzionalità morale. Un censimento quindi, che abbia come finalità la giustizia sociale. La Torah narra infatti di un censimento di monete, anzi di mezze monete, non di persone. Si tratta di una moneta dal valore scientemente spezzato, mezzo siclo, versato da ogni singolo e la cui somma servirà all’integrazione della “vedova, dell’orfano, dello straniero, del bisognoso”. Sento già la risata ironica di coloro che chiedono: chi accetterà di pagare? Così svolto, il censimento avrebbe come obiettivo il riscatto della persona. Riassumendo, la massificazione non può che condizionare negativamente il delicato, vulnerabile rapporto che sviluppiamo con il nostro ambiente, con la terra, la nostra patria, come cantavano gli anarchici di una volta. Sia l’etimologia della parola ebraica per significare epidemia, a seguito di un censimento selvaggio, sia la narrazione fanno capire che l’epidemia non può essere considerata come una punizione divina, bensì come la ribellione dell’ambiente. Quindi ne siamo di rettamente responsabili.
Insieme a questi numeri, abbiamo avuto il sinistro privilegio di accogliere quotidianamente una nuova espressione aritmetica: il rapporto percentuale tra la mortalità e l’età avanzata dei pazienti. Se il rispetto e la cura degli anziani sono un obiettivo dell’educazione religiosa e civica e del nostro Occidente, la strage degli anziani che si è verificata nella prima ondata ha dimostrato, ad minima, la debolezza pedagogica di questo insegnamento. Il disastro è stato giustificato incolpando ampiamente le carenze strutturali del nostro sistema sanitario, per cui oltre a parcheggiare ammalati nelle case di riposo, provocando morti a catena, ci si è anche trovati nella necessità di operare delle scelte disumane: chi deve morire e chi può vivere, con il parametro dell’età. Di nuovo, la numerite. Analizzando la debolezza pedagogica, appare evidente che la causa risieda nella mancanza di una motivazione chiara e sufficiente per suscitare il comportamento etico, in questo frangente. E di nuovo, eccomi a consultare l’Antica Saggezza. Innanzitutto, osservo che essa fa perdere l’amortalità all’uomo, con la sua uscita dall’Eden. Da quel momento, la perennità del pensiero e delle opere umane verrà garantita dalla trasmissione intergenerazionale. La narrazione riassume in un solo verso questo processo e i doveri nei confronti dell’età avanzata. “Al cospetto della vecchiaia, ti alzerai, i volti dell’anziano magnificherai”. Tutto il resto è commento lungo due e più millenni. La vecchiaia è intesa come gli anni accumulati ed è il risultato di una presa di coscienza, quando per l’appunto, il primo patriarca Abramo scopre la vecchiaia. Suo figlio Isacco, già grande, lo chiama “padre” per la prima volta e Abramo, rispondendo “figlio mio”, invecchia, assumendo di colpo tutti i segni fisici della vecchiaia. Prima, dice la tradizione, si assomigliavano come due gocce d’acqua.
Abramo assume l’invecchiamento sentendo suo figlio chiamarlo “padre” e lo risparmierà, perché vede in lui il garante della perennità del suo pensiero e delle sue azioni, per mezzo della trasmissione. Il recupero di quell’amortalità originaria. L’eternità del Dio degli ebrei si fonda sulla trasmissione memoriale di generazione umana in generazione umana; allo stesso modo, Enea portando Anchise, suo padre, sulle spalle, salva il genitore e la storia di Troia. Memoria e tradizione.
Infine, a causa di questa epidemia, o forse grazie a essa, è riemerso un vecchio nemico delle nostre società: la povertà dignitosa, nascosta. Dice l’Antica Saggezza: “Se aprirai il pugno ti accorgerai che non manca e mai mancherà il povero nelle tue città”. Interpretava questi versi il filosofo Lévinas dicendo: “Imparerai a riconoscere la povertà e così potrai stanarla”. Per la tradizione ebraica, la dimensione messianica è intrinseca all’uomo. In questo senso, la pandemia è portatrice di una pressante sollecitazione etica.