Il Vangelo in carcere

Ripubblichiamo un articolo apparso sull’Osservatore Romano dell’11 maggio 2019, sulla lettura del Vangelo nel carcere di Rebibbia, trasmessa da Radio Vaticana.

Davide Dionisi, “Il vangelo dentro. Le Scritture lette e commentate dai detenuti di Rebibbia alla Radio Vaticana”, Osservatore Romano 11 5 2019

È una redazione a tutti gli effetti, quella che si è costituita per la prima volta lo scorso anno nella casa di reclusione di Rebibbia. Con un unico obiettivo: leggere il Vangelo e commentarlo al microfono della Radio Vaticana. Un po’ per ritrovarsi, un po’ per raccontarsi, ma soprattutto per ribadire che qualsiasi uomo che ha avuto a che fare con la giustizia, non è finito. Facile a dire, difficile da far credere soprattutto perché si ha a che fare con una istituzione che fatica a cambiare e con una cultura che identifica la persona che abbiamo di fronte con l’errore che ha commesso.

 

Ma a loro questo interessa poco perché hanno investito tutto sulla fede: «Quel qualcosa che aiuta specialmente chi vive una situazione come questa a non sentirti perso, ad avere il coraggio di andare avanti e credere in un futuro migliore» mi spiega Pietro, che in carcere ha ricominciato a prendere i libri in mano riuscendo perfino a laurearsi in giurisprudenza. «Ho così dato un senso a questo percorso» tiene a sottolineare, fiero dell’obiettivo raggiunto. E aggiunge: «Chi crede e condivide questa situazione riesce a capire che bisogna vivere di presente e di futuro, non di passato. Durante il mio periodo di detenzione ho dovuto affrontare momenti difficili. Su tutti la perdita di mia madre, ma il conforto della fede mi ha dato la possibilità di guardare avanti».

Pietro è il più preparato e le sue “catechesi” vengono proposte con linguaggio efficace, da navigato esegeta: «L’esperienza detentiva la vivo da pellegrino. Spero solo di non essere visto, quando uscirò, da eterno carcerato». Pietro sa bene che la società tende a considerare il detenuto un emarginato o comunque una persona che va condannata al di là dei suoi sentimenti e delle sue esigenze. Per lui, e per quelli come lui, il carcere inizia molto prima della detenzione vera e propria e non finisce certo nel momento in cui si riacquisisce lo stato di libertà.

Un ruolo determinante assume allora il volontario, il segno di una testimonianza. La persona investita di un ruolo sociale, una forza in grado di ripristinare i valori della persona. Colui, o colei, che intende il carcere non un luogo che custodisce, ma che educa, un valore e non una misura estrema.

«Ho girato diversi istituti di pena e ovunque ho avuto la fortuna di incontrare persone che mi hanno ascoltato. Il loro è un servizio straordinario che andrebbe maggiormente supportato». Ad evidenziarlo è Antonino che, durante le prove di registrazione, ci parla del suo ritorno alla lettura delle Sacre Scritture: «Qui la solitudine ti affligge e la fede è un balsamo che allevia le ferite di questo tormento». Poi il suo più grande desiderio: «Quello di poter continuare il mio percorso di rieducazione totale, così da farmi trovare pronto nel momento in cui sarò chiamato al reinserimento nella società. Processo, questo, molto difficile e irto di ostacoli, ma è bene presentarsi all’appuntamento con i giusti requisiti».

Marco ci osserva e cerca di mettere in ordine i pensieri mentre attende il suo turno. Ha il piglio del filosofo e chiede insistentemente a Rosalba Manes, la biblista della Gregoriana che li ha coordinati, quale lettura avrebbe affrontato. Lontano dal microfono, mentre il “collega” Paolo (nominato tecnico di studio) sistema le spesse coperte grigie per insonorizzare la stanza che l’amministrazione ha messo a disposizione, Marco riflette sulla sua condizione: «Sembra incredibile ma il carcere è un luogo dove è possibile passare da un cuore di pietra a un cuore di carne». Lo ascolto con attenzione perché non è mai banale, ma si accorge che qualcosa deve essermi sfuggito e aggiunge: «Vedi, il carcere è un po’ come il cammino del popolo di Dio nella Bibbia: si parte da Caino e Abele, il cuore di pietra, e arriviamo fino a Gesù che ci ama fino alla fine con un cuore di carne». E conclude: «Il carcere consente proprio questo: mettersi all’altezza del cuore dell’altro. Forse è proprio questa la rieducazione». Mi convinco che dietro quelle sbarre esiste uno spazio straordinario che consente di conoscere l’uomo, nel suo mistero di bene e di male.

Pino, il più “radiofonico”, vanta caratteristiche poetiche rare. Ha una voce roca e profonda. Gli studi di doppiaggio farebbero a gara per farlo lavorare ma lui ama scrivere e sogna di prestare servizio presso l’accoglienza del santuario romano del Divino Amore. Ci parla di tradimento, leggendo i versetti 27-31 del capitolo 14 del vangelo di Marco: «Sono frequenti gli episodi in carcere in cui il compagno ti volta le spalle e ti tradisce. E non solo tre volte come è capitato a Pietro. Spesso ti accorgi che sono le persone a cui tu vuoi bene, i tuoi amici». In altri tempi, di fronte a “sgarri dei Giuda” avrebbe reagito a suo modo. Oggi ha in tasca una soluzione, a suo dire, sempre vincente: «Trovo appagamento perdonando chi mi fa del male perché lo metto in difficoltà in quanto offro una risposta inattesa all’offesa ricevuta. Trovo ogni giorno tanta forza scrivendo versi e pregando. Non sono più attratto dalla violenza».

Le luci della sera ci avvertono che il nostro studio sta per chiudere. Gli agenti della polizia penitenziaria ci invitano a lasciare la stanza e a raccogliere le nostre cose. Ma prima di congedarci, giungono puntuali le consuete domande: «Quando vado in onda? Devo avvertire i miei familiari, così mi ascoltano». Consegno loro un piccolo calendario delle trasmissioni, gli fisso un altro appuntamento e li saluto affettuosamente. Questa volta però è diverso perché Pietro indugia, lascia per un istante il lungo corridoio che conduce alle celle, mi corre incontro e mi dice: «Sai perché vengo a leggere il Vangelo con te? Perché questa esperienza mi fa sentire meno ultimo».

di Davide Dionisi