Il “Vangelo dentro”. Quando il carcere diviene occasione di rinascita – Un contributo della biblista Rosalba Manes

Dopo la pubblicazione dell’articolo sull’esperienza della lettura del vangelo a Rebibbia sull’Osservatore Romano, abbiamo chiesto alla giovane biblista Rosalba Manes di raccontarci più da vicino la sua esperienza. Pubblichiamo il suo testo integralmente.

Il «Vangelo dentro»: quando il carcere diviene occasione di rinascita

(Rosalba Manes, consacrata dell’ordo virginum e biblista)

Quando Giona il ribelle fugge dalla chiamata di Dio, dirigendosi nella direzione opposta rispetto alla meta prospettata, il mare reagisce, si scatena la tempesta e l’unico modo per evitare il peggio per i malcapitati marinai è consegnare il profeta alle acque, cioè destinarlo alla morte. Il mare lo ingoia, ma ecco che il ribelle trova ospitalità nel grembo di un grosso cetaceo all’interno del quale si riaccende un legame: tra quelle pareti umide, infatti, Giona, che non aveva aperto bocca dinanzi al Dio che lo aveva inviato, riscopre la grazia del dialogo con Lui. In quel luogo che la memoria delle grandi opere del Signore trasforma in un tempio, si sprigionano effetti benefici: il profeta ri-conosce Dio come l’artefice della sua salvezza e si ri-connette con Lui.

Due anni fa ho scoperto un luogo simile, che non conoscevo, dove a chi vi scende può accadere di risalire. Di ritorno a Roma, dopo le ferie estive, mi fu proposto di commentare il Vangelo in un luogo per me del tutto inedito: il carcere di Rebibbia. Si trattava di commentare il Vangelo dei tempi forti ad un gruppo di detenuti della sezione penale per prepararli a leggere la loro vita alla luce del Vangelo, all’interno di un programma, a cura di Davide Dionisi, in onda sulla Radio Vaticana durante l’Avvento e la Quaresima: «Il Vangelo dentro».

Iniziava per me una nuova avventura dinanzi alla quale mi sentivo del tutto impreparata. Iniziava per me un tempo «forte», nuovo, per imparare ad ascoltare la voce dello Spirito in un luogo a me sconosciuto, assistere alla manifestazione del Risorto oltre i cancelli e le sbarre di una prigione, e scoprire il volto autentico del Padre pieno di amore folle per i perduti, che attende il loro ritorno a casa senza mai stancarsi.

Entrai a Rebibbia pensandomi sulle prime come un agnello in mezzo ai lupi. Sfiorando poi le tante ferite dell’anima, scoprii invece che noi, i presunti “liberi”, siamo lupi in mezzo ad agnelli. Trovai, infatti, uomini veri, senza maschere, con gli ematomi dei loro sbagli ma desiderosi di riscatto, assetati di parole autentiche da cui attingere senso, vita. Iniziava per me un viaggio all’interno di un luogo che sa di dolore e che toglie ogni maschera, una discesa agli inferi tra zone di tenebra e frammenti di luce.

In qualsiasi luogo il Vangelo venga letto è possibile fare esperienza di una parola simile a un vulcano pronto a emettere fuoco che illumina, riscalda e purifica, ma leggerlo in carcere, tenendo dinanzi a sé volti sfigurati dal senso di colpa, è sentire che ciò che si legge è per davvero il lieto annuncio rivolto ai miseri, è medicazione dei cuori spezzati, è libertà per i prigionieri (cf Is 61,1). Perché in carcere il Signore della vita scende e afferra per i polsi quell’umanità ferita (e che ha ferito!), come mostra l’iconografia orientale della discesa di Cristo agli inferi, per trasfondere vita nuova.

In questa periferia esistenziale, dove i detenuti la stragrande maggioranza delle volte si avvicinano alla fede non per avere un motivo di svago ma per attrazione, ho sperimentato che il Vangelo, parola così antica ma anche sempre nuova, ha il potere di intercettare le esistenze, toccare i cuori, e aiutare i figli più smarriti a sentirsi sotto lo sguardo di un Padre che fissandoli li trova ancora belli e amabili, malgrado gli errori commessi. Alla luce di questa Parola, ho visto molti rileggere la propria storia per consegnare a Dio i tasselli più consunti del proprio passato e quelli più luminosi delle intuizioni e dei desideri presenti affinché la loro narrazione prendesse il sapore di futuro.

Ho visto dunque che il carcere, proprio come il ventre del pesce per il profeta Giona, può divenire una matrice, un potenziale grembo di rinascita, l’occasione provvidenziale per dare una virata alla propria esistenza, permettendo ai propri semi di bellezza di essere irrigati per germogliare e dare frutti di vita nuova.