Guardare ai “serpenti” invisibili che ci stanno colpendo e alzare lo sguardo a Cristo. La lettura di un biblista, il Card. Giuseppe Betori, della pandemia. Un articolo da Avvenire

Pubblichiamo uno stralcio illuminante dall’intervista di Mimmo Muolo al Card. Giuseppe Betori, Arcivescovo di Firenze, che interrogato sull’epidemia risponde offrendo due testi di riflessione. In fondo, l’intervista integrale. Nell’immagine, il Nehushtan (serpente di bronzo) del Monte Nebo (cf. Nm 21,4-9).

Domanda a Betori: Come biblista, quali passi della Scrittura si sente di indicare alla riflessione dei fedeli per questo periodo?
Ho in mente soprattutto due passi. Il primo è quello in cui Gesù risponde a coloro che gli chiedono spiegazioni sulla strage dei Galilei uccisi da Pilato e poi egli stesso accenna ai 18 morti per il crollo della torre di Siloe. Sento che molti anche oggi si chiedono come mettere in relazione ciò che sta accadendo con la bontà di Dio, quasi che questa tragedia vada interpretata come una sua punizione. Gesù dice che coloro che vengono uccisi non sono più colpevoli degli altri. “Ma se non vi convertite – ammonisce – perirete tutti allo stesso modo”. Ciò comporta sia il ripensamento dei nostri stili di vita, sia le scelte che guidano le nostre società. Faccio un esempio: in queste settimane vediamo quanto siano importanti i fondi per la ricerca scientifica. Perché non reperire quei fondi mettendo al bando le armi o le spese che caratterizzano la confusa società del piacere e del benessere? Credo che questa contingenza ci inviti davvero a una conversione. Compito e dovere non solo dei cristiani o degli uomini religiosi, ma dell’uomo in quanto tale, se non si vuole perdere.

E l’altro passo?
È quello relativo all’“epidemia” che colpì il popolo di Israele nel deserto quando i serpenti li mordevano e ne causavano la morte. Lì la salvezza venne dal serpente di bronzo che come sappiamo poi Gesù prende a segno di se stesso e della sua croce. Credo che per un credente oggi guardare ai “serpenti” invisibili che ci stanno colpendo deve farci alzare lo sguardo a Cristo, al modo con cui si è donato per noi, perché solo ritrovando il servizio come modello per la nostra vita, possiamo cambiare il mondo.

In sostanza che cosa ci sta insegnando il coronavirus?
Che siamo tutti legati agli altri. E non c’è nessuno che possa dichiararsi immune. Il virus attraversa e travolge tutte le barriere e i muri che abbiamo creato. E paradossalmente questa presenza non visibile ci accomuna nella fragilità. Spesso si vede su balconi e finestre la scritta “Andrà tutto bene”. Il virus ci dice invece che lo sviluppo e il progresso non sono un destino scontato dell’umanità e che nella storia possono esserci anche regressioni. Dunque non bisogna farsi guidare dal semplice ottimismo ma dalla responsabilità e dalla solidarietà. Mi piacerebbe che da questa vicenda non uscissimo solo con qualche precauzione in più, ma diversi. Le buone premesse ci sono, se guardiamo allo sforzo enorme del mondo sanitario e anche al comportamento della maggioranza della gente che segue con sacrificio le indicazioni che ci vengono date.

Da Avvenire del 25 3 2o2o: M. Muolo, Intervista a Giuseppe Betori, Avvenire 25 3 2020