• 7 Dicembre 2021 6:55

La parte buona

QUELLA CHE ASCOLTA E METTE IN PRATICA LA PAROLA DI DIO

“Beati i poveri” – La giornata mondiale dei poveri (14 novembre 2021) – Una riflessione biblica, e la documentazione sulla visita del Papa a Santa Maria degli Angeli

Il messaggio di Papa Francesco: MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Matteo Crimella: Lectio su Gesù e i poveri nel vangelo di Luca. Perugia 8 marzo 2019. Testo, audio e video scaricabile – La parte buona

 

“Beati i poveri” – Un commento alla prima beatitudine, a cura di G. Michelini. Pubblicato sulla rivista “Credere” (Ed. San Paolo)

Introduzione alle “Beatitudini”

La ricerca della felicità

Spiegando da subito che “beato” significa “felice”, e che la beatitudine è sinonimo di felicità, potrebbe sembrare che sia tutto chiaro. Ma non è così. A guardar bene, infatti, che cosa è mai la felicità? Molti, molti secoli prima dell’era cristiana, quando i Greci ancora credevano che gli dèi vivessero sul monte Olimpo, pensavano che solo questi “super-umani” potessero essere veramente felici: la “beatitudine” era uno stato invidiabile, ma non era fatta per gli uomini. Più tardi, un pensatore del terzo secolo avanti Cristo, Epicuro, nella sua Lettera sulla felicità, ribadirà che se la divinità vive beatamente, anche gli uomini potranno essere tali, ma solo cercando il piacere, nella forma magari di un “piacere calmo”, dato dalla riduzione della sofferenza: chi non si aspetta nulla, non sarà mai deluso e potrà pensare ogni mattina alla fortuna di essere vivo e senza dolori. Se infine facciamo un salto di quasi due millenni, vediamo la felicità – Happiness – ritornare nella Dichiarazione di indipendenza dei futuri Stati Uniti d’America, proclamata il 4 luglio 1776, per la quale «tutti gli uomini sono creati uguali e dotati dal Creatore di alcuni inalienabili diritti, tra i quali quello alla Vita, alla Libertà, e al perseguimento della Felicità». Insomma, tanti modi per intendere la beatitudine, tante strade per cercare la felicità.

Ma se invece ci concentriamo sulla Bibbia e sullo sfondo religioso e culturale in cui nascono le beatitudini che si leggono nei vangeli, scopriamo anzitutto che Gesù non ha inventato queste parole.

 

Lo sfondo dell’Antico Testamento e dei manoscritti del Mar Morto

Le beatitudini che Gesù pronuncia hanno diversi paralleli con testi dell’Antico Testamento, si pensi al Salmo 1, che si apre proprio con la stessa formula: «Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti, ma nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte». Le beatitudini, soprattutto per quanto riguarda la loro forma, hanno anche un parallelo in un testo databile alla fine del I secolo avanti Cristo, ritrovato tra i manoscritti del Mar Morto, nella grotta 4 di Qumran, nel quale addirittura per cinque volte di seguito è ripetuta l’espressione «Beato chi…», sequenza che non appare mai così in nessun testo dell’Antico Testamento. Ne leggiamo alcuni versi: «Beato chi dice la verità con cuore puro e non calunnia con la propria lingua. Beati quelli che si attaccano ai decreti [della Sapienza] e non si attaccano a comportamenti peccaminosi. Beati quelli che gioiscono in essa senza spargersi sulle vie della follia. Beati coloro che la cercano con mani pure e non la ricercano con cuore astuto». Se questo è il miglior precedente giudaico al testo delle beatitudini di Gesù, esso però, come si vede anche da una prima lettura, è differente nel contenuto: sia qui – come anche nel Salmo 1 – la felicità viene dall’osservare la Legge e seguire la Sapienza, e non ha nemmeno quel rimando al futuro che invece Gesù compie. Cosa dicono allora le beatitudini di Gesù, e come sono giunte a noi queste sue parole?

 

I vangeli e le beatitudini

Prima di guardare ai vangeli che la Chiesa ha ritenuto come ispirati, dobbiamo ricordare che le beatitudini si trovano anche in altri scritti cristiani, come gli apocrifi Atti di Paolo e Tecla e il più noto Vangelo secondo Tommaso. In questo vangelo, che in realtà è una raccolta di detti, Gesù pronuncia una beatitudine simile a quella del vangelo di Matteo su chi cerca la giustizia (Mt 5,10); si legge nel Vangelo di Tommaso: «Beato l’uomo che si è impegnato. Ha trovato la vita». Nel complesso, però, queste ulteriori fonti non aggiungono molto al senso delle beatitudini dei vangeli canonici, che sono di gran lunga più interessanti.

Se leggiamo i vangeli, vediamo che le beatitudini di Gesù ci sono pervenute in due versioni: la prima, più lunga, si trova nel cosiddetto “Discorso della montagna” del vangelo secondo Matteo (capp. 5–7); la seconda nel discorso che Gesù tiene in luogo pianeggiante, secondo la versione di Luca (6,20-49). Ma a guardare meglio, se si contano anche quelle isolate, nel Nuovo Testamento le beatitudini sono una cinquantina: solo in Luca ne sono elencate quindici, due in più rispetto a Matteo. Una, molto nota, è quella che Gesù pronuncia quando una donna che lo ascoltava parlare alzò la voce per dirgli «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato», e alla quale il Maestro risponderà: «Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono» (Lc 11,28). Se vogliamo, è proprio questa – anticipiamo quanto diremo subito – l’unica soluzione che Gesù prevede per la felicità: non l’invidia per lo stato degli dèi o la ricerca del piacere, ma ascoltare e custodire la parola di Dio. Proprio come Maria, la madre di Gesù, che non solo l’aveva portato nel grembo, ma aveva accolto l’annuncio dell’angelo e custodito il Figlio – Parola del Padre – nel suo cuore e nel suo grembo (cf. Lc 1,38).

Per tornare alle beatitudini sparse nel resto del vangelo, invece per il Gesù di Matteo sono “beati” anche quelli che non si scandalizzano di lui (Mt 11,6), i discepoli che vedono Gesù e ascoltano le sue parole (Mt 13,16), Pietro, che riconosce Gesù come Messia e compie la sua professione di fede cristologica (Mt 16,17: «Beato sei tu, Simone…»), e infine il servo della parabola che attende il ritorno del suo signore (Mt 24,46).

Concentrandoci ora sulla versione “lunga” delle beatitudini, quella contenuta nel Discorso della montagna di Matteo, in essa troviamo, l’una dopo l’altra, di seguito, ben otto beatitudini, perché la frase al v. 5,11, che inizia ugualmente con «Beati siete voi…» è stata normalmente intesa sin dall’antichità come uno sviluppo di quella sulla persecuzione che si legge nel versetto precedente. Di queste otto beatitudini, quattro sono riportate anche dal vangelo secondo Luca, ma due di esse differiscono molto da quelle di Matteo. Inoltre, le quattro beatitudini di Luca sono anche accompagnate, in modo che risaltino maggiormente grazie a un chiaroscuro, da quattro relativi “guai”, ovvero moniti o messe in guardia: se beati sono i poveri (Lc 6,20), i ricchi devono stare attenti, e per questo a essi il Gesù di Luca dice anche «guai a voi» (Lc 6,24).

 

Beati i poveri in spirito

La prima beatitudine del Gesù di Matteo è l’annuncio della felicità ai poveri (5,3). Rispetto a quella di Lc 6,20, però, in Matteo sono beati i poveri «nello spirito»: non si intende qui lo Spirito di Dio, ma quello umano, ovvero la dimensione profonda della persona, il suo intimo. Mentre in Lc 6,20 la povertà in sé è vista come motivo sufficiente di beatitudine, Matteo o si rivolge a una comunità dove potrebbero esservi anche alcuni ricchi, e quindi minimizza (magari per non colpevolizzare i più abbienti), oppure intende dire che ciò che conta di più è la povertà profonda, non solo quella economica, ma quella del cuore. Senza dunque escludere una possibile lettura sociale di questa beatitudine (che però emerge maggiormente nel vangelo secondo Luca), il Gesù di Matteo ha a mente una disposizione dell’animo, la descrizione dello stato di coloro che accolgono la Parola di Dio e si rimettono alla sua volontà, entrando così in relazione con Lui. La povertà non tocca soltanto la dimensione esteriore, e riguarda piuttosto una disposizione esistenziale, un atteggiamento spirituale che interpella tutti i credenti e può essere praticato da tutte le categorie: non solo, cioè, da coloro che sono nell’indigenza.

Se volessimo trovare un altro modo per descrivere la povertà in spirito, potremmo associarla all’umiltà, alla mitezza e alla semplicità, ovvero a quelle virtù che permettono alla persona di rimettersi totalmente a Dio, senza difese e nella disponibilità all’ascolto. Per tornare a quelle beatitudini ritrovate nei manoscritti del Mar Morto, a cui si accennava sopra, anche lì i «poveri in spirito» sono coloro che possiedono quell’umiltà dell’animo necessaria a sottomettersi alla Legge di Dio.

 

Paradossi da mettere in pratica

Dalla prima beatitudine ci si accorge subito che il messaggio di queste parole è esigente e difficile da accettare: è paradossale. Infatti, Gesù di per sé non sta invitando ad essere poveri, come poi farà rivolgendosi al giovane ricco (cf. Mt 19,16-22), ma dichiara che quelli che lo sono ora, sono già beati. Una volta compreso il linguaggio di Gesù, sarà mai possibile mettere in pratica le beatitudini e giungere così alla felicità? Si è posto questa domanda anche papa Francesco, nell’Esortazione apostolica sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo Gaudete et exsultate del marzo 2018: «Nonostante le parole di Gesù possano sembrarci poetiche, tuttavia vanno molto controcorrente rispetto a quanto è abituale, a quanto si fa nella società; e, anche se questo messaggio di Gesù ci attrae, in realtà il mondo ci porta verso un altro stile di vita. Le beatitudini in nessun modo sono qualcosa di leggero o di superficiale; al contrario, possiamo viverle solamente se lo Spirito Santo ci pervade con tutta la sua potenza e ci libera dalla debolezza dell’egoismo, della pigrizia, dell’orgoglio» (n. 65).

Le beatitudini si possono vivere, e ciò a dispetto di coloro che nella storia della loro interpretazione hanno pensato che fossero inattuabili, ma per metterle in pratica è necessario vedere la realtà in un altro modo rispetto a quello abituale, andando – come scriveva il Papa – controcorrente. Ed eccoci così giunti al punto centrale del ragionamento. È davvero possibile essere felici nella povertà (o nella prova, o nella sofferenza, o nella persecuzione…)? Meglio ancora: come possiamo anche noi, nelle nostre personali povertà riconoscerci beati? Cosa permette di leggere una situazione e giudicarla come benedetta e non una disgrazia?

La beatitudine “funziona” solo per chi ha fede. Per prendere a prestito un’immagine dalla teologia della rivelazione, potremmo dire che servono gli occhi della fede. Solo grazie alla fede, scriveva all’inizio del Novecento un giovane teologo gesuita francese (Pierre Rousselot), c’è la possibilità di vedere in modo diverso la realtà (che potrebbe anche non cambiare, perché il povero, nelle beatitudini, non diventa ricco, anche se “possiede” il Regno!). La fede però rende capaci gli occhi di cogliere ciò che altrimenti rimane sotto la superficie: come un detective cerca nella realtà quegli indizi che lo portano a trovare la soluzione al suo problema, allo stesso modo il credente può, in forza della grazia, riconoscere quei segni che Dio pone nella sua vita, e così arrivare allo spirito delle beatitudini. Senza la grazia si vede il fallimento, la fame, la disperazione e la persecuzione: con la fede si può scoprire in queste situazioni, nonostante tutto, la presenza di Dio e il Regno. È allora chiaro perché Gesù non pone condizioni per essere beati, rispetto, ad esempio, alla beatitudine del Salmo 1. Solo una è la condizione previa: credere alla sua Parola.

Ancora papa Francesco, al termine del suo commento alle beatitudini, scriveva: «Davanti alla forza di queste richieste di Gesù è mio dovere pregare i cristiani di accettarle e di accoglierle con sincera apertura, “sine glossa”, vale a dire senza commenti, senza elucubrazioni e scuse che tolgano ad esse forza» (n. 97).

 

Ancora sulla prima beatitudine

Proviamo allora a rileggere la prima beatitudine dopo quanto abbiamo scritto sopra. Ne risulta che il primo paradosso, la prima beatitudine dell’elenco, sia in Luca sia in Matteo, è l’annuncio della felicità ai poveri. Né Gesù né la Bibbia condannano la ricchezza in sé, ma la povertà è una condizione per accettare le parole di Dio ed essere felici. Rispetto a Matteo, per il quale la povertà è più una disposizione interiore o complessiva della persona, in Luca i poveri sono davvero gli ultimi della società: ma tutte e due queste situazioni dicono che sono i poveri i destinatari del Regno, e quelli che ne accoglieranno la novità. I ricchi – chiunque essi siano, ricchi di denaro, di cose o di convinzioni e magari anche di pregiudizi –, non sono aperti alle parole di Gesù, perché già paghi di quello che posseggono o di quello che sono.