Istruzioni per sradicare un gelso. Commento al Vangelo della XXVII Domenica del T.O., a cura di Giulio Michelini (testo e video da TV2000)

(Lc 17,5-10) In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Nel vangelo di Luca di oggi ci sono due detti importanti di Gesù. Il primo – sulla fede – è la risposta ad un intervento degli apostoli («Accresci in noi la fede», nella nuova traduzione; «Aumenta la nostra fede», nella precedente; Lc 17,6). Il secondo, più esteso e quasi in forma di piccola parabola, è centrato sul servizio che devono dare i “servi inutili” (Lc 17,7-10).

Il contesto in cui sono collocate le parole di Gesù è ancora quella lunga parte del vangelo di Luca, che va dal cap. 9,51 fino all’arrivo a Gerusalemme, in 19,45. Più precisamente, la sezione che contiene i versetti che stiamo per spiegare prende l’avvio dal riassunto al cap. 13, v. 22: «Gesù passava per città e villaggi insegnando, mentre percorreva il cammino verso Gerusalemme».

Con la pagina di oggi si chiude così proprio questa seconda sezione del “grande viaggio” o pellegrinaggio di Gesù, che è un invito ad entrare nel Regno, seguendo alcune condizioni che egli pone.

L’ultima condizione di cui parla Gesù, forse la più importante, riguarda la fede. Dopo aver trattato dell’uso dei beni, delle relazioni con gli altri (il banchetto dove si invitava il discepolo a scegliere l’ultimo posto…) e della chiesa (con le relative istruzioni sulla vita comunitaria) ecco ora per la prima volta questo tema nel vangelo secondo Luca, che si presenta nella forma di un detto sapienziale come risposta ad un intervento degli apostoli: «Accresci in noi la fede» (Lc 17,6).

“Accresci in noi la fede”. La domanda dei Dodici ci porta alla mente una situazione simile, che troviamo nel vangelo più antico, quello di Marco. In questo, subito dopo il racconto della trasfigurazione, il padre di un ragazzo posseduto si rivolge a Gesù chiedendogli la liberazione del figlio, dicendogli: «Credo; aiuta la mia incredulità» (Mc 9,24; alla lettera: «Credo, vieni in soccorso alla mia incredulità»). Il Signore gli risponde non con parole, ma con il miracolo, esorcizzando lo spirito impuro. Il vangelo di Matteo racconta lo stesso episodio ma lo amplifica, aggiungendo la reazione dei discepoli (che Marco non ci tramanda), e registrando le stesse parole di Gesù che ascoltiamo oggi: «Allora i discepoli si avvicinarono a Gesù, in disparte, e gli chiesero: “Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?”. Ed egli rispose loro: “Per la vostra poca fede. In verità io vi dico: se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: ‘Spòstati da qui a là’, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile”». (Mt 17,19-20).

Anche Marco conserva comunque lo stesso logion di Luca. Il contesto lì però è diverso, e riguarda l’episodio del fico infruttuoso: «Rispose loro Gesù: “Abbiate fede in Dio! In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: ‘Lèvati e gèttati nel mare’, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà”».  (Mc 11,22-23).

Fede e miracoli. Insomma: che si debba spostare un gelso (Luca) o un monte (Marco e Matteo), il messaggio sembra chiaro, e riguarda ciò che – proprio come una leva – permette che lo “spostamento” avvenga: la fede, grande anche solo quanto un granello di senapa. Ciò che conta infatti non ne è la quantità, ma le sue qualità. Ogni miracolo, come lo spostare le montagne, presuppone la fede, così come quelli compiuti da Gesù la presupponevano nel bisognoso che gli si trovava dinanzi. Può sembrare strano, ma «il miracolo è di per sé un segno ambiguo, nel senso che può sviare da una religiosità pura e disinteressata e portare verso atteggiamenti di calcolo egoistico o di spettacolarizzazione e in definitiva verso forme di idolatria. L’ambiguità risulta anche dal fatto che, storicamente, i miracoli non sono serviti a convincere i capi del popolo ebraico, ma addirittura risultarono praticamente inutili anche per i discepoli più intimi come i Dodici, visto che alla fine tutti lo abbandonarono vigliaccamente. Ciò spiega perché Gesù di norma chieda la fede prima del suo intervento, poiché dopo essa non è più garantita (cfr. Luca 17,11-19: su dieci lebbrosi guariti, solo uno tornò per ringraziare» (R. Penna, Il DNA del cristianesimo, San Paolo). Ma dei dieci lebbrosi ascolteremo e parleremo la prossima domenica…

Servi inutili. Passiamo alla seconda parte del nostro vangelo, e vi troviamo ancora una breve parabola, o similitudine. Anche qui facciamo fatica con il linguaggio biblico, che ci presenta una realtà che noi consideriamo negativa (essere servi o schiavi) ma che in senso esclusivamente religioso – in rapporto a Dio – è invece positiva (Maria stessa, nel vangelo di Luca, si proclama la schiava del Signore, cfr. Lc 1,38; cf. poi il Servo del Signore).

Un problema può derivare dall’interpretazione dell’aggettivo achreios (achreioi). Come uno dei suoi primi significati i dizionari danno “senza valore”. Nel greco classico era usato per designare gli schiavi; altre traduzioni possibili sono: “servi qualunque” (Dupont); “a cui non è dovuto nulla” (Crimella).

Commenta G. Rossé: «L’aggettivo non sembra corrispondere bene alla parabola, poiché lo schiavo, avendo compiuto il suo dovere, non è stato affatto inutile al suo padrone»: è quindi un’affermazione paradossale tipica di Gesù. Secondo J. Fitzmyer: «Il discepolo di Cristo, che è un servo o uno schiavo, e che ha portato a buon fine il suo compito, può considerarsi solo come un servo inutile. Anzitutto, perché la condotta di tale discepolo nell’adempiere il suo ufficio non gli garantisce necessariamente la salvezza; dopo aver fatto tutto ciò che gli competeva, il discepolo deve ancora riconoscere che il destino che lo aspetta è una grazia. E poi perché non c’è alcun spazio per potersi vantare di qualcosa». Luca, continua Fitzmyer, formula con una parabola quello che l’Apostolo scrive in Rm 3,27-28 («Dove dunque sta il vanto? È stato escluso! Da quale legge? Da quella delle opere? No, ma dalla legge della fede. Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge») e Ef 2,8-9 («Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene»).

La fede per servire. Ci resta da vedere se esiste un collegamento tra il detto precedente di Gesù, su cui ci siamo soffermati all’inizio, e questa parabola. Gesù sta istruendo coloro che lo seguono. Al discepolo è richiesta una fede grande, che non può altro che essere domandata di continuo a Dio. Quanta fatica e quanto impegno devono avere i cristiani per fare ciò che fanno, spesso a rischio della propria vita, e poi, tornando a casa dopo essere stati tutto il giorno nel campo, dover riconoscere che si è salvati non perché si è stati bravi o si sono ottenuti dei risultati, ma perché è Dio che salva. Tutti i meriti – anche quelli legittimamente ottenuti – devono essere ricondotti a Dio misericordioso e salvatore.