«Polvere tu sei e alla polvere tornerai». Commento al Vangelo del Mercoledì delle Ceneri, a cura di Giulio Michelini ofm

«Polvere tu sei e alla polvere tornerai». Le parole che verranno pronunciate nella liturgia delle ceneri, «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai», sono bibliche, tratte dal libro della Genesi (3,19). Il versetto completo recita così, nella nuova traduzione CEI: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, / finché non ritornerai alla terra, / perché da essa sei stato tratto: / polvere tu sei e in polvere ritornerai!».

La pagina evangelica di questo inizio di Quaresima è invece un centone tratto dal Discorso della Montagna di Matteo, Mt 6,1-6.16-18. Le riproponiamo qui sotto, e le commentiamo brevemente.

 

 

(In quel tempo) Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.

Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

 

 

Gesù sta parlando dell’elemosina, della preghiera e del digiuno. Queste pratiche erano caratteristiche dell’insegnamento farisaico del tempo di Gesù, come si evince dai tanti testi rabbinici che le citano, come, quello forse più famoso di tutti, attribuito a Rabbi Eleazar: «Tre cose annullano il severo decreto di Dio: la preghiera, la carità, la penitenza» (Qohelet Rabba 5,6). Queste pratiche erano fondate sulla Torah e su altre tradizioni giudaiche, come quella presente nel libro di Tobit, dove vengono descritte le «molte elemosine» e le altre pratiche di giustizia compiute da Tobit (1,3ss). Per tutte e tre le pratiche (elemosina, preghiera, digiuno) secondo Gesù il rischio è l’ipocrisia.

L’elemosina (Mt 6,1-4). Le parole di Gesù presumono la pratica dell’elemosina e non la condannano in alcun modo. Ciò che chiede il Maestro è però di non suonare la tromba, cioè di non ostentare quanto viene fatto di bene per gli altri: è sufficiente che lo sappia il Padre. Anche se il contesto a cui riferisce l’insegnamento è quello della sinagoga o delle strade, potrebbe esservi qui anche un’allusione al modo in cui le offerte erano portate al tempio di Gerusalemme. In esso vi erano infatti tredici “trombe” (shofarot), o contenitori a forma di tromba che ricevevano le elemosine dei fedeli (cfr. Mishnà, Sheqalim 6,1-2.4), fatti in questo modo, probabilmente, per evitare che i soldi gettati lì venissero rubati. In questo caso, l’espressione «non suonare lo shofar» implicherebbe che mentre si fa l’elemosina non si deve far sentire che la moneta è caduta nel contenitore.

La preghiera (Mt 6,5-6). Così come si può fare l’elemosina per farsi vedere, ci si può anche rivolgere a Dio per essere visti dagli altri. Per questo Gesù chiede ai discepoli di pregare nel segreto, e di non sprecare parole come gli ipocriti.

Il digiuno (Mt 6,16-18). Anche la Didachè – uno scritto giudaico-cristiano molto vicino alla sensibilità di Matteo – conserva un insegnamento sul digiuno, dove si trova ugualmente, come nel vangelo di Matteo, l’idea di ipocrisia di chi compie questa pratica, che però non riguarda più il modo, ovvero l’assunzione di un’aria malinconica (come per Mt 6,16), quanto piuttosto la scelta del giorno per digiunare.

Anche Gesù – secondo il vangelo di Matteo – ha digiunato. Mentre Marco dice che Gesù fu tentato nel deserto da Satana (Mc 1,13), e Luca scrive semplicemente che il Signore «non mangiò nulla in quei giorni» (Lc 4,2), il Gesù di Matteo digiuna quaranta giorni e quaranta notti (Mt 4,2). Viene in questo modo sottolineato il significato spirituale e teologico del digiuno. Nel trattato talmudico sul digiuno, Taanit, è scritto: «I nostri Maestri ci hanno insegnato: quando una città è circondata da pagani ostili, o minacciata dall’inondazione di un fiume, o quando una nave sta per affondare in mare, o quando qualcuno è braccato da un pagano, o da ladri, o da uno spirito cattivo, si suona l’allarme anche di sabato: per questo si può anche fare un digiuno» (Talmud babilonese, Ta’anit 22b). Il digiuno, in questo senso, non è solo una pratica di purificazione o di ascesi, ma un aiuto utile alla lotta.

Più avanti nella sua vita, però, Gesù dice che non si può più digiunare quando lo sposo è presente. Mentre i discepoli di Giovanni continuavano questa pratica (probabilmente come i farisei, digiunando due volte alla settimana), Gesù dice che stare con lui è come partecipare ad un banchetto di nozze (cf. Mt 9,14-17).

Giulio Michelini ofm

 

 

2 Comments on "«Polvere tu sei e alla polvere tornerai». Commento al Vangelo del Mercoledì delle Ceneri, a cura di Giulio Michelini ofm"

  1. Perché viene chiamata “giustizia” la pratica del digiuno, della preghiera e dell’elemosina?

    • Carissimo, l’etimologia di giustizia, in greco dikaiosyne in ebraico sdq (si legge sedaqà), evoca un ordine giuridico: il giudice amministra la giustizia facendo rispettare la legge. La nozione morale, però, è più ampia: la giustizia rende a ciascuno ciò che gli è dovuto anche se ciò non è fissato nella legge o usanze. Nel diritto naturale si riduce a una eguaglianza realizzata dallo scambio o dalla distribuzione. In tutta la Bibbia, la giustizia è la virtù morale estesa fino a designare l’osservanza integrale di tutti i comandamenti divini, che diventa un titolo da far valere davanti a Dio. Correlativamente, Dio si rivela giusto in quanto modello di integrità per il governo del popolo e nella retribuzione che punisce o ricompensa. Questa è la giustizia nella prospettiva del giudizio.
      Un’altra corrente del pensiero biblico vede la giustizia in senso più largo e religioso: l’integrazione dell’uomo non è che il frutto della giustizia di Dio, della delicatezza di cui colma le sue creature. La giustizia coincide con la misericordia che è attributo divino che porta alla salvezza (cfr Rm 3,25 e par).
      Il digiuno consiste nel privarsi di alimentazione per 24 ore. In occidente, nell’immaginario collettivo, è considerato pericoloso per la salute e non se ne vede l’utilità spirituale. Invece, è presente in tutte la religioni per motivi di ascetismo, di purificazione, di lutto, di supplica. La Bibbia, che sta alla base dei comportamenti della Chiesa, è d’accordo con tutte le altri correnti religiose, ne precisa il significato, ne regola la pratica: il digiuno, con la preghiera e l’elemosina, è atto che esprime l’umiltà, la speranza e l’amore dell’uomo.
      L’umiltà è l’atteggiamento per mettersi alla presenza di Dio. Questa intenzione profonda svela il senso del digiuno di 40 giorni di Mosè (Es 34,28), di Elia (1Re 19,8) e di Gesù nel deserto (Lc 4,1); lo Spirito lo spinge a questo digiuno per inaugurare il messianismo con un atto di abbandono fiducioso nel Padre (Mc 4,1-4). La pratica del digiuno nella religiosità ebraica era molto frequente (cfr At 27,9 e par): si cercava di soddisfare uno degli elementi della giustizia definita dalla legge e dai profeti. Gesù non prescrive nulla del genere (Mc 2,18), non perché disprezzi questa giustizia, ma perché “Non sono venuto per abolire la legge e i profeti, ma per portarli a compimento” (Mt 5,17). Compimento, cioè a superarli. Gesù insiste di più sul distacco dalle ricchezze (Mt 19-21), sulla continenza volontaria (Mt 19,12) e, soprattutto sulla rinuncia a se stessi per portare la propria croce (Mt 10,38-39).
      I pericoli del digiuno possono essere il formalismo, l’orgoglio e l’ostentazione (Mt 6,16). Per piacere a Dio, il digiuno deve essere unito all’amore per il prossimo, il che implica la ricerca di una vera giustizia (Is 58,2-11). Esso non è separabile né dall’elemosina né dalla preghiera: bisogna digiunare per amore di Dio, con discrezione, come insegna Gesù: deve essere noto solo a Dio. Così esprime la speranza che apre il cuore alla giustizia interiore, opera del Padre che vede e agisce nel segreto (Mt 6,17s). Anche san Paolo nel suo massacrante lavoro apostolico, oltre a patire la fame e la sete, quando lo esigevano le circostanze, aggiungeva ripetuti digiuni (2Cor 6,5; 11,27). La Chiesa è fedele a queste tradizioni purché i credenti si pongano in atteggiamento di totale apertura alla grazia del Signore.
      La preghiera è stata una costante nella storia d’Israele: ne sono esempio Mosè, re e profeti e assemblee comunitarie convocate per la celebrazione. L’insegnamento di Gesù, più che sulla preghiera pone l’accento sul modo di pregare. Il cuore della preghiera si trova nel Vangelo di Matteo e di Luca: il “Padre nostro” che è preghiera completa. Le altre prescrizioni ne sono un completamento. L’impressione dominante di tutta la Scrittura è quella di essere esauditi (Mt 18,19 e par). E’ preghiera “del cuore”, cioè sincera e autentica, sostenuta dalla fede viva e non solo espressione delle labbra. Ecco perché il Messia sottolinea l’importanza del modo di pregare. Nella vita di Gesù la preghiera occupa un posto importantissimo: per lui è una necessità assoluta: prega sul monte (Mt 14,23), in disparte (Lc 9,18), quando tutti lo cercano (Mc1,37) perché la preghiera è il desiderio d’intimità col Padre, anche se concerne principalmente la sua missione e l’educazione dei discepoli. Essa attira coloro che gli sono più vicini. Il legame tra missione e preghiera è evidenziato dai 40 giorni nel deserto che fanno rivivere, superandolo, l’esempio di Mosé. Gesù, meglio di Mosè, trionferà sul progetto satanico di tentare Dio. (Mt 4,7; Dt 6,16). Questi sono gli ostacoli, ossia le tentazioni su cui dovrà trionfare la nostra preghiera. La preghiera della Chiesa si rifà completamente a quanto insegnato nel NT : “Gli apostoli stavano nel tempio…continuamente… a lodare Dio” (Lc 24,53 e par).
      L’apostolo Paolo esorta a pregare “continuamente…in ogni tempo… notte e giorno…”. Egli intende la preghiera come una lotta che si confonde con quella del ministero. Insegna la preghiera apostolica perché legata al disegno divino che si compie nella sua missione: preghiera concreta di ringraziamento, di supplica a pregare a pregare e di lode, preghiera nello Spirito Santo che ci unisce alla santissima Trinità. In lui ogni preghiera è il contrario di una fuga, un appello che affretta l’incontro tra il cielo e la terra.
      L’elemosina: in ebraico non c’è un termine specifico per designarla. In greco è eleemosyne che significa sia la misericordia di Dio, sia la giustizia come risposta leale dell’uomo a Dio (Is 59,16 e par), sia la misericordia dell’uomo verso i suoi simili (Gn 47,29). Quest’ultima è autentica solo se si traduce in atti concreti, soprattutto con l’aiuto materiale. Il termine greco finirà per limitarsi a questo senso preciso di “elemosina”. In tutto il NT e nei libri più recenti dell’AT come Dn, Tb e Qo si conosce la eleemosyne di Dio per l’uomo. Ecco che il gesto di bontà dell’uomo per il fratello più debole è imitazione degli atti di Dio che, per primo, ha mostrato la sua bontà verso l’uomo. Naturalmente, il dovere dell’elemosina è antico come la religione biblica che esige l’amore dei fratelli e dei poveri. Essa non deve essere, però, solo filantropia, ma atto religioso perché acquista il suo valore dal fatto che tocca Dio stesso (Pr 19,17) e crea un diritto alla sua retribuzione (Ez 18,17 e par) e al perdono dei peccati (Dn 4,24 e par). Essa è considerata come un sacrificio offerto a Dio. Anche nel NT, l’elemosina conserva lo stesso valore. Privandosi dei suoi beni, l’uomo costituisce un tesoro (sal 41,1-4 e par).(Pr 14,21 e par). Anche nel NT l’elemosina conserva il suo valore: Gesù l’aveva annoverata, insieme al digiuno e alla preghiera, come uno dei pilastri della vita religiosa (Mt 6,1-18). Va praticata con disinteresse, senza ostentazione (Mt 6,1-4) e senza aspettative di ricambio. Gesù insegna che essa è fonte di retribuzione celeste (Mt 6,2ss) perché costituisce un tesoro in cielo (Lc 12,21.38ss). Attraverso i nostri fratelli disgraziati raggiungiamo Cristo in persona: “Ciò che avete fatto a uno di questi piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,31-46). Il concetto importante è che noi soccorriamo cristianamente i poveri in riferimento all’amore di Dio manifestato nella passione e morte di Gesù per noi. San Paolo riesce a stabilire la comunione tra le Chiese della Grecia e la Chiesa-madre di Gerusalemme mediante una raccolta di elemosine, spiegando che le due Chiese sono membra del corpo di Cristo. (Gal 2,10 e par). Bisogna mirare a stabilire l’uguaglianza tra i fratelli (2 Cor 8,13) imitando l’amore gratuito di G. Cristo (8,9) affinché Dio sia glorificato (9,11-14) e bisogna donare con larghezza perché “Dio ama chi dona con gioia” (9,7).Ecco perché la preghiera, l’elemosina e la pratica del digiuno realizzano la giustizia. Giustizia, in san Paolo, è sinonimo di giustificazione, che è l’azione di Dio giusto che rende giusto l’uomo. Ossia, il peccatore pentito ottiene la giustificazione di Dio, la sua giustizia, che è il perdono e la reintegrazione. In Rm 1,7, Paolo annuncia che nel Vangelo “si rivela la giustizia di Dio…”. La giustizia di cui parla non è la giustizia retributiva a cui siamo soliti fare riferimento, ma la giustificazione, cioè il perdono al peccatore pentito.
      Abbiamo visto che i termini giustizia, pratica del digiuno, preghiera e elemosina sono intimamente connessi fra di loro. Quando se ne nomina uno si evocano anche gli altri.

      Grazie Rosalba

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