Le cose ultime. Commento al Vangelo della XXXIII domenica del T.O., a cura di Giulio Michelini

(Lc 22,5-19) Mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, disse: 6«Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». 7Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». 8Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! 9Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». 10Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, 11e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. 12Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. 13Avrete allora occasione di dare testimonianza. 14Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; 15io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. 16Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; 17sarete odiati da tutti a causa del mio nome. 18Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. 19Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita.

Dopo aver attraversato Gerico e incontrato Zaccheo, Gesù ha finalmente terminato il suo pellegrinaggio verso la città santa di Gerusalemme. Entrato in essa, frequenta il Tempio e vi insegna. È in questo contesto che Gesù osserva le cose che accadono (come la generosità di una vedova, Lc 21,1-4). Rispetto al vangelo di Marco, che colloca la scena mentre ormai Gesù è uscito dal luogo sacro e non vi torna, Luca non coglie questo aspetto: «Mentre alcuni parlavano del Tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: “Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta”» (Lc 21,5-6).

Perché questa parola tragica di Gesù sul Tempio, che è l’inizio del c.d. discorso escatologico, sugli ultimi tempi?

Gesù aveva pianto poco prima su Gerusalemme: «Quando fu vicino, alla vista della città pianse su di essa dicendo: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi. Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte; distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata”» (Lc 19,41-44). E aveva anche reagito con forza contro un uso profano di quello spazio: «Ed entrato nel Tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano, dicendo loro: “Sta scritto: La mia casa sarà casa di preghiera. Voi invece ne avete fatto un covo di ladri”» (Lc 19,45-46).

Gesù era forse contro il Tempio, e la sua profezia esprimeva un desiderio di rivalsa, o di avversione verso quell’antica istituzione d’Israele? Durante il processo che subisce, Gesù viene proprio accusato di aver minacciato di distruggere quell’edificio: «Lo abbiamo udito mentre diceva: “Io distruggerò questo tempio, fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne costruirò un altro, non fatto da mani d’uomo”. Ma nemmeno così la loro testimonianza era concorde» (Mc 14,57-59). Si trattava, però, come il vangelo ben sottolinea, di un’accusa ingiusta e falsa. Sarà la stessa che porterà alla morte di Stefano, secondo quanto riferito da At 6,13-14: «Presentarono quindi falsi testimoni, che dissero: “Costui non fa che parlare contro questo luogo santo e contro la Legge. Lo abbiamo infatti udito dichiarare che Gesù, questo Nazareno, distruggerà questo luogo e sovvertirà le usanze che Mosè ci ha tramandato”». Che cosa poteva aver detto Gesù, e dopo di lui anche Stefano, da scatenare l’opposizione delle classi sacerdotali di Gerusalemme? Niente contro il Tempio. Tanto che Gesù lo frequenta, e lì insegna, ed avrà anch’egli percepito in quel luogo sacro la presenza del Padre. È proprio Luca che ci riferisce come nel tempio Gesù riesce bene ad occuparsi delle cose del Padre suo (cfr. Lc 2,49). Anche i discepoli di Gesù, poi, non dobbiamo dimenticarlo, vanno al Tempio dopo la sua risurrezione (At 2,46: «Ogni giorno erano perseveranti insieme nel Tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore»).

È che Gesù (e dopo di lui Stefano) relativizza l’importanza del Tempio di Gerusalemme. Rileggiamo cosa dice in un altro vangelo, Mt 12,6: «Ora io vi dico che qui vi è uno più grande del Tempio». Gesù conferisce al Tempio il ruolo che ha, ma non lo critica in sé: ha solo timore che il Tempio diventi un’altra forma, più elaborata, di idolatria, o che si sostituisca all’incontro con Dio. In questo senso, Gesù è nella linea dei profeti d’Israele, come Geremia, che mettono in guardia il popolo: «Non confidate in parole menzognere ripetendo: “Questo è il tempio del Signore, il tempio del Signore, il tempio del Signore!”» (Ger 7,4). Ogni volta che Israele prova a delimitare la presenza di Dio, e di contenerlo in forme visibili come un vitello d’oro, o un’arca, o un Tempio; ogni volta che crede di poter dire: “solo lì è Dio”, si deve ricredere nel modo più tragico.

Questo processo di relativizzazione dunque era già iniziato in passato, come osserva un documento della Pontificia Commissione Biblica del 2001: «Il tempio è al tempo stesso uno spazio funzionale e simbolico. Serve da luogo di culto, soprattutto sacrificale, di preghiera, di insegnamento, di guarigione, di intronizzazione regale. Ma, come in tutte le religioni, l’edificio materiale, in basso, evoca il mistero dell’habitat divino, in cielo, in alto (1Re 8,30). Per la presenza tutta speciale del Dio di vita il santuario diventa luogo di origine per eccellenza della vita (nascita collettiva, rinascita dopo il peccato) e della conoscenza (parola di Dio, rivelazione, sapienza). Gioca il ruolo di asse e centro del mondo. Si osserva, tuttavia, una relativizzazione critica del simbolismo del luogo santo. Mai questo arriverà a garantire e a “contenere” la presenza divina. Parallelamente alla critica del culto ipocrita e formalistico, i profeti smascherano la vanità della fiducia incondizionata posta nel luogo santo (Ger 7,1-15). Una visione simbolica presenta “la gloria del Signore” che abbandona lo spazio sacro in modo solenne. Ma questa gloria ritornerà nel Tempio (Ez 43,1-9), un Tempio restaurato, ideale (40–42), fonte di fecondità, di guarigione, di salvezza (47,1-12). Prima di questo ritorno, Dio promette agli esiliati di essere egli stesso per loro “un santuario” (11,16)» (Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana, 48).

Torniamo al senso delle parole di Gesù, leggendole ora in due modi. Con il primo ci rifacciamo al loro significato storico. Le parole di Gesù sul Tempio sono presenti anche nel vangelo più antico, quello di Marco (forse scritto prima della caduta di Gerusalemme), e Luca, che invece conosceva gli antefatti, le registra avendo in mente quel tempio che sarà effettivamente bruciato nel 70 d.C. dai Romani. Ma vi è un secondo significato. Gesù dice che il Tempio – come ogni realtà di questo mondo – comunque è destinato a finire. Anche le realtà più belle e sacre («Mentre usciva dal tempio, uno dei suoi discepoli gli disse: “Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!”», Mc 13,1; Lc: “le belle pietre”); addirittura anche quelle che rimandano alla presenza di Dio. È questo infatti che deve accadere, perché Dio, che dirige la storia con la sua Provvidenza, la porta anche a termine. La realtà che conosciamo terminerà, e aspettiamo la Gerusalemme, finalmente la nostra patria, dove non ci sarà più un tempio: «In essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio» (Ap 21,22).

Ma non dobbiamo ripetere gli errori del passato. Da una teologia ci dobbiamo soprattutto guardare, quella della sostituzione, come se Dio, dopo l’avvento di Gesù, avesse ritenuta necessaria la fine di Israele o dell’antica alleanza, e quindi la distruzione del tempio. Ciò che ha ragioni storiche, non può essere letto come una punizione per gli “increduli giudei”.

Infine, forse sarà utile ricordare che Gesù condivide una visione in parte simile a quella dei movimenti apocalittici, che consideravano la fine come la purificazione per i peccati degli uomini; Gesù non ha però una visione negativa del mondo in cui si vive: la storia non finisce con una distruzione punitiva, e nemmeno si può dire – come alcuni hanno tentato e tentano di fare (ad es., in passato, e ancora oggi, i “Testimoni di Geova”) quando la storia finirà. Ma rimane una verità di fede che – come si legge nel Catechismo della Chiesa Cattolica, che «Anche l’universo visibile è destinato ad essere trasformato» (1047). Rispetto ad ogni tentativo di previsione di quando questo accadrà, continua il Catechismo: «Ignoriamo il tempo in cui saranno portate a compimento la terra e l’umanità, e non sappiamo il modo in cui sarà trasformato l’universo. Passa certamente l’aspetto di questo mondo, deformato dal peccato. Sappiamo, però, dalla Rivelazione che Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia, e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini» (1048). Bella la conclusione, che ci rimanda al presente: «Tuttavia l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova che già riesce a offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo. Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del regno di Cristo, tuttavia, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, tale progresso è di grande importanza» (1049). 

Un’ultima osservazione. Questo tempo di persecuzione porterà per i credenti in Gesù – si legge – la possibilità di dare testimonianza a lui anche davanti ai pagani. Gli sconvolgimenti di cui parla il Signore non riguardano solo il cosmo, ma anche le relazioni. Come a dire che nell’interpretazione cristiana il tempo è davvero cambiato con l’avvento del Messia Gesù.