La pagliuzza e la trave. Commento al vangelo della VIII domenica del T.O. (Testo e video TV2000)

Lc 6,39-45 –

[Gesù] disse loro anche una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? 40Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. 41Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? 42Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. 43Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. 44Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. 45L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.

Commento di Giulio Michelini

 

 

Dopo la lettura di domenica scorsa con l’inizio del Discorso della pianura, con le beatitudini e i relativi “guai” secondo Luca, il lezionario tralascia alcuni versetti riguardanti l’amore per il nemico e ci fa riprendere la lettura a partire da alcuni detti di Gesù sull’amore fraterno.

È la parte centrale del Discorso della pianura, rivolta alla comunità, come si capisce dall’espressione «tuo fratello» che si ripete tre volte (ai vv. 41-42). In origine l’evangelista deve aver attinto ad una possibile “fonte” dei detti di Gesù – chiamata Q (dal tedesco Quelle, “fonte”) – che era composta di detti, proverbi, esempi, e che sono il compendio dell’etica di Gesù. Si tratta della Legge del Messia, o, meglio, del nuovo modo di vivere nel Regno che è già qui. Cose difficili da mettere in pratica, ma che – come scrive anche Gérard Rossé – sono presenti anche nella letteratura giudaica e mondiale, e possono fondare la società: rispondere al male col bene, trattare l’altro con la regola d’oro (come vorremmo essere trattati noi), pregare per l’altro e correggere se stessi prima di correggere gli altri.

Il Discorso della pianura – come quello della montagna – è ciò che meglio contraddistingue il cristiano dagli altri, o ciò che dovrebbe caratterizzarlo: dal modo di vivere coi nemici, a quello di vivere coi fratelli della stessa fede.

La pagina del vangelo di oggi è composta di tre parabole o proverbi, o sentenze paraboliche: una sul cieco che pretende di guidare un altro cieco; una sulla pagliuzza nell’occhio, e una sull’albero che produce frutti.

I ciechi a guida di altri ciechi. La pagina si apre con una parabola o proverbio, su un cieco che non può guidare un altro cieco. Gesù non ha nulla contro i non vedenti: ricordiamo la guarigione di diversi ciechi, come quello inviato alla piscina di Siloe, o quelli di Gerico… La questione è piuttosto su chi abbia di mira Gesù: di chi sta parlando, ovvero chi è il “cieco” che pretende di guidare un altro cieco? Sono state avanzate tre possibili interpretazioni della parabola. La prima è che riguardi i fratelli che pensano di essere migliori degli altri, o i dottori nella comunità che pensano di essere più grandi del loro maestro. In tal modo si spiega anche il detto del v. 40: «Un discepolo non è più grande del maestro». Per altri, Gesù si rivolgerebbe ai farisei, nei confronti dei quali – ma questo emerge particolarmente nel vangelo di Matteo – spesso avanza delle critiche: non per distruggerli, ma per correggerli, anzi ammettendo e accogliendo il fatto che sulla cattedra di Mosè ora si trovino loro con la grande responsabilità di interpretare la Legge ed educare (cf. Mt 23). Infine, più probabilmente queste parole sono per tutti i credenti, valgono cioè come un proverbio vale per tutti. Tutti i discepoli rischiano di perdere la vista, se giudicano e disprezzano l’altro, magari soffermandosi su un dettaglio (la pagliuzza) e perdendo di vista i propri limiti.

La pagliuzza. La seconda sentenza parabolica riguarda la trave che spesso si trova nei nostri occhi, e che per la sua presenza ci deve impedire di dare giudizi avventati. Gesù usa volutamente e volentieri un linguaggio forte, esagerato, con la tecnica spesso usata nel giudaismo dell’iperbole: ovviamente, una trave non può stare in un occhio, ma una pagliuzza sì.

Il significato di questa parabola è che prima di pretendere che l’altro cambi, sarà bene iniziare un cammino di conversione che ci permetta di vedere meglio. Questa sentenza di Gesù rappresenta la prima regola della correzione fraterna, che dice come nelle relazioni è necessario guardare a se stessi, prima di giudicare gli altri. Le parole di Gesù trovano qualche parallelo, si diceva, anche nella sapienza universale. Democrito, filosofo del V sec. a.C., scriveva: «Meglio correggere i propri errori, che quelli degli altri». Di Rabbi Tarfon, un rabbino del 100 d.C. circa, ci rimane un detto simile a quello di Gesù: «Sarei sorpreso di trovare qualcuno in questa generazione che accetta la correzione. Se qualcuno dice ad un altro “Togli la pagliuzza dal tuo occhio”, questi risponderebbe “Tu prima togli la trave dal tuo”». Come si vede, tante similitudini con il detto di Gesù, che però ha una sua originalità: invita a convertirsi, per poter poi aiutare l’altro a fare altrettanto.

L’albero e i frutti. Ai versetti 43-45 si trova la metafora dell’albero e dei frutti. Sono metafore prese a) dal mondo naturale, dall’albero “bello”, o “buono” o dalla pianta di fico e quella della vite; b) dalla descrizione del corpo umano (v. 45). La prima metafora è chiara: c’è un legame tra la pianta e il frutto che la pianta dà: da un albero selvatico vengono frutti marci, immangiabili. La relazione con l’immagine che segue è più difficile, e probabilmente è stata fatta dalla tradizione, che ha unito alcuni detti di Gesù riguardanti il mondo degli alberi: se prima buona doveva essere la pianta per dare un frutto buono, qui Gesù parla di frutti che non vengono dai rispettivi alberi: fichi dalle spine e uva dai rovi…

A chi si riferivano questi detti? Secondo alcuni, ancora, alla polemica tra Gesù e i farisei, e Gesù inviterebbe dunque i suoi discepoli a valutare la loro dottrina sulla base dei frutti che porta. E cosa implica il v. 45, sulla bocca che esprime quanto c’è nel cuore? Un parallelo possibile è con quanto dice Gesù in Mc 7, sul male o l’impurità che non vengono dall’esterno, ma dal cuore: «tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro; ciò che esce dall’uomo rende impuro l’uomo». Scrive G. Rossé: «il rapporto tra il v. 45, sulla bocca e il cuore, e le metafore precedenti, ha favorito la loro associazione: i frutti manifestano la qualità dell’albero, così come le parole dell’uomo rivelano il suo cuore».

Come superare questi rischi? Come evitare di essere ciechi, di guardare solo alla pagliuzza nell’occhio del fratello, o dare frutti cattivi? Purtroppo in questa domenica – ma possiamo farlo noi – non si legge la conclusione del Discorso della pianura, dove c’è la risposta: Ascoltare la Parola di Gesù e metterla in pratica, come l’uomo che costruisce la casa sulla roccia.

Hans Collaert (Brussels 1525 o 1530 – Antwerp 1580), La parabola della pagliuzza e della trave