La guarigione del cieco nato tra BIBBIA e ARTE – Un contributo di Micaela Soranzo

Marko Rupnik (2014) Santuario di san Giovanni Paolo II, Cracovia

Vi sono molti racconti nei Vangeli, in cui si mette in evidenza la sollecitudine e la premura con cui Gesù si prende cura dei malati: egli li cura nel corpo e nello spirito e raccomanda ai suoi discepoli di fare altrettanto. Quando Giovanni Battista manda due suoi discepoli a chiedere un contrassegno del Messia, Gesù afferma la propria identità con le parole: “Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito; i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti resuscitano…” (Lc.8,18-22).

Egli, infatti, percorreva tutte le città e i villaggi curando ogni malattia e infermità (Mt.9,35) che, secondo le idee del suo tempo, erano dovute all’azione dei demoni. Ogni malato, dunque, era un posseduto e ogni guarigione un esorcismo e Gesù è visto, quindi, più come esorcista che medico. Egli guarisce le malattie per semplice contatto, con l’imposizione delle mani, a volte con l’emissione di un fluido vitale, come nel caso dell’emorroissa oppure a distanza, come con il servo del centurione o la figlia della Cananea; raramente ricorre a un medicamento, come un unzione di olio o una applicazione di saliva sugli occhi dei ciechi e sulla lingua dei muti.

Un’incisione di H. Golzius, intitolata ‘Miracula Christi’, mostra ‘Cristo medico’ appoggiato sul bastone di Esculapio intorno al quale si arrotola il serpente di bronzo. L’anima malata, sorretta dalla Fede, raccoglie in una fiala il sangue che scende dal suo fianco, mentre egli alza un cuore umano trasparente dove vede i peccati simbolizzati da un maiale, un sacco di denaro e un rospo.

Interessante è l’immagine di Gesù che guarisce da ogni tipo di malattia. E’ il tema di un’acquaforte di Rembrandt, dove ci vede una vera e propria ‘corte dei miracoli’, che circonda Cristo: una donna è stesa su un materasso; un uomo invalido è portato su una carriola; un cieco è guidato dalla vecchia moglie e sul fondo un etiope con un cammello, che non è un semplice accessorio pittoresco, ma fa riferimento a Marco quando parla di gente venuta da lontano (Mc.3,7-12).

Tra i numerosi miracoli di guarigione operati da Gesù, ve ne sono alcuni individuali e altri collettivi. La rappresentazione di questi racconti sia nelle pitture delle catacombe che nelle sculture dei sarcofaghi, è quasi sempre molto generica; compaiono, infatti, solo i personaggi principali, mentre i dettagli paesaggistici sono ridotti al minimo. Per i cristiani, però, il messaggio era chiaro e in esso risiedeva la funzione di queste opere, che testimoniavano il potere sempre presente di Dio e rafforzavano nei credenti la speranza della sua protezione anche dopo la morte. Queste scene illustrate erano interpretate soprattutto in senso spirituale: l’accento veniva posto non sulla salvezza fisica nella vita terrena, ma sulla salvezza dell’anima dal peccato e dalla morte, poichè Cristo ha il potere di perdonarla e di salvarla, rendendola a nuova vita.

In epoca paleocristiana vengono raffigurati molti miracoli compiuti da Gesù, dalla guarigione dell’emorroissa e del servo del centurione, alla resurrezione della figlia di Giairo e di Lazzaro.

Fra queste immagini troviamo anche la ‘Guarigione del cieco nato’ e un intero capitolo di Giovanni è dedicato a questo miracolo operato da Gesù a Gerusalemme.

E’ un miracolo con un’insolita componente ‘fisica’: Giovanni narra come Gesù sputa per terra e poi con la saliva produce un po’ di fango, lo cosparge sugli occhi del malato, mandandolo poi a lavare nella piscina di Siloe, poiché, come sappiamo dal Talmud, presso i Giudei le unzioni con la saliva erano ritenute salutari per i malattie degli occhi e la medicina empirica del Medioevo non vi aveva trovato niente da ridire. Tuttavia nel lungo racconto di Giovanni ciò che prevale è l’importanza della fede, che permette di distinguere tra cecità fisica e morale.

Legato alle profezie bibliche e alla ‘vista spirituale’, il miracolo della guarigione di uno o più ciechi è uno dei più popolari e anche nella storia dell’arte ha conosciuto una notevole diffusione.

I teologi, specialmente Isidoro di Siviglia, interpretano questo miracolo come simbolo della guarigione del genere umano, accecato fin dalla nascita dal peccato di Adamo e illuminato dalla grazia del Redentore. Gesù appare qui come una sorgente di luce e, come nella Moltiplicazione dei pani e nella resurrezione di Lazzaro, egli è fonte di vita.

Il cieco è rappresentato come un bambino, a simboleggiare che l’aver riacquistato la vista equivale a rinascere a vita nuova. La Fontana di Siloe simboleggia l’acqua generatrice del Battesimo e pertanto la piscina è spesso rimpiazzata da un bacile esagonale, cruciforme o circolare, richiamando il fonte battesimale o, come nelle porte bronzee di Benevento (XII sec.), è simile a un’acquasantiera.

Per i primi cristiani il racconto rivestiva un particolare significato proprio perché ricollegato al perdono dei peccati, presupposto implicito per la salvezza, come il miracolo del ‘paralitico’ narrato nel Vangelo di Luca (5,17-26).

Oltre al risanamento di ciechi in massa (Lc.7,21, Mt.15,30-31;21,14), il Nuovo Testamento ricorda altri miracoli relativi ai non vedenti guariti dal Cristo, che possono essere ricondotti a uno verificatosi a Cafarnao, che interessò una coppia di ciechi (Mt.9,28-31), a un altro accaduto in una via di Gerico, ancora in favore di una coppia di non vedenti (Mt.20-29-34), a quello relativo al mendicante Bartimeo (Mc.10,46-52), a uno ancora ambientato a Betzatà (Mc.8,22-26) e a quello, sopra ricordato, della piscina di Siloe. Più semplice è il racconto dei sinottici, a parte il fatto che il nome Bartimeo, citato da Marco, non indica una persona precisa, poiché significa semplicemente ‘figlio di Timeo’, ma ci ricorda che prima di Gesù, chi era colpito da una grave infermità fisica veniva considerato impuro, maledetto da Dio e pertanto indegno anche di avere un nome.

Specialmente in riferimento al miracolo rievocato da Giovanni, i Padri della Chiesa sottolineano il simbolismo battesimale, per la chiara allusione al sacramento dell’illuminazione, come afferma Tertulliano nel De baptismo . Altri si soffermano sull’assimilazione cieco nato-uomo peccatore dalla nascita e cieco illuminato-uomo risanato dalla grazia del Battesimo e anzi, per Ireneo (Adversus haereses), il lavaggio della piscina di Siloe si riferisce sicuramente al lavacro battesimale e il momento precedente è da identificarsi con il catecumenato, mentre per Ambrogio (Epistulae) l’uomo, che aveva un cuore cieco, dopo Siloe, ha aperto gli occhi. Questo logico e naturale passaggio simbolico nutrì una fortuna assai considerevole della guarigione del cieco nell’arte cristiana più antica, che rappresenta l’infermo nel momento del miracolo con le braccia sollevate nel gesto orante del ringraziamento, mentre il Cristo impone solennemente le mani.

La rappresentazione di questi racconti sia nelle pitture delle catacombe che nelle sculture dei sarcofaghi, è quasi sempre molto generica; compaiono, infatti, solo i personaggi principali, mentre i dettagli paesaggistici sono ridotti al minimo.

Le scene rappresentate sul sarcofago della chiesa romana di S.Sebastiano (330, Musei Vaticani) legate ai temi della morte e della Resurrezione, sono tutte riferite alla concezione dell’aldilà dei primi cristiani. Su questo sarcofago è scolpita la fede nella Risurrezione del Signore e la certezza della salvezza dalla morte di coloro che vi sono deposti, in attesa d’essere da Lui risvegliati nel giorno ultimo. Nei due registri del sarcofago sono scolpite 16 episodi biblici: 8 tratti dall’Antico Testamento e 8 tratti dai Vangeli. Il racconto del sarcofago prende avvio dalla creazione e dalla cacciata dei progenitori, prosegue poi con le storie di Abramo, il sacrificio di Isacco, Mosè al roveto ardente e la consegna delle tavole, e si conclude con le vicende dei profeti Daniele e Giona.

Tra i materiali cristiani provenienti dal Museo di Pretestato vi è un interessante frammento di sarcofago raffigurante due miracoli di Cristo: la guarigione del paralitico di Cafarnao e la guarigione del cieco nato. Questo frequente binomio che insiste nell’arte funeraria paleocristiana, e non solamente nei fregi dei sarcofagi, è sintomo di quanto le scene in questione fossero note e di facile interpretazione per il fedele cristiano, poiché non si fermavano solo all’ambito funerario ma erano anche funzionali ad una catechesi figurata.

Dal punto di vista iconografico il cieco si riconosce innanzitutto perché ha gli occhi chiusi, ma poiché non è sempre ben visibile questa caratteristica, è comunque identificabile dalla presenza del bastone. Spesso il cieco ha una bisaccia a tracolla e un mantello, segno del suo essere mendicante e girovago, come nel nartece di S.Salvatore in Cora a Istanbul.

affresco chiesa di s.Angelo in Formis (XII sec.)

Nell’arte orientale e paleocristiana, inoltre, Gesù tiene in mano il rotolo della Legge, come si può vedere nell’affresco di S.Angelo in Formis del X sec.. Dal XVI sec. in poi, appare anche un bambino che lo accompagna.

Di questo miracolo viene per lo più rappresentata la scena di Cristo nell’atto di porre sugli occhi del cieco l’impasto che lo avrebbe guarito, anche se, conformemente al racconto evangelico, il miracolo si divide in due scene giustapposte: dapprima il cieco, in piedi o in ginocchio, che si presenta a Gesù che gli applica un unguento sugli occhi, poi il cieco che va a lavarsi gli occhi nella piscina di Siloe e, per mostrare che è ben guarito, getta via il suo bastone diventato inutile. Quasi sempre alle spalle di Gesù vi sono gli apostoli che osservano meravigliati la scena o parlottano fra loro, mentre alle spalle del cieco vi è la folla stupita o i farisei indignati per l’accaduto. Appaiono anche dei personaggi, uomini e spesso anche donne con bambini in braccio, che presentano il cieco a Gesù e che possono essere interpretati come i parenti. Non viene mai raffigurata la continuazione della scena con la presenza dei genitori del giovane. Tuttavia nel lungo racconto di Giovanni ciò che prevale è l’importanza della fede, che permette di distinguere tra cecità fisica e morale.

Codex sinopensis (VI sec.) Bibl. Naz. di Francia, Parigi

La porta lignea dell’ingresso principale della Basilica di S.Sabina a Roma, risalente al V secolo, costituisce il più antico esempio di scultura lignea paleocristiana e vi sono rappresentate scene dell’Antico e del Nuovo Testamento, tra cui la guarigione del cieco nato. La stessa scena la troviamo nel Codex Purpureus Rossanensis e nel Codex Sinopensis, del VI secolo, su avori, placche, ampolle e altre miniature del VI-IX secolo.

Sulla Ianua Maior di Benevento l’artista ha distinto il miracolo in due fasi: nella prima Gesù pone un po’ di fango e di saliva sugli occhi del cieco nato; nella seconda il cieco, seguendo l’invito del Maestro, va a lavarsi nella piscina di Siloe. C’è una straordinaria somiglianza tra la formella che raffigura il miracolo del cieco nato e l’episodio analogo affrescato nella chiesa di Sant’Angelo in Formis (Capua). Nella suddetta chiesa Gesù è seguito da due discepoli che si identificano in Pietro e Giovanni evangelista. L’atteggiamento è lo stesso che troviamo nella formella bronzea di Benevento, come pure la vasca della piscina di Siloe assomiglia molto a quella affrescata nella chiesa di Sant’Angelo. Mancano, nell’affresco, i due testimoni del miracolo.

14 Duccio Healing of the blind man, The
Artist: DUCCIO di Buoninsegna
Date: 1308-11
Technique: Egg tempera on poplar
Location: National Gallery, London
Notes: Reverse predella panel from the “Maestà”
Subject: The Blind Becomes Seeing
Joconde

Nella predella della Maestà Duccio di Buoninsegna rappresenta in sequenza le due fasi del miracolo, come nel racconto di Marco e Luca, mostrando Gesù che tocca gli occhi del giovane facendo un gesto di benedizione, mentre gli apostoli formano un gruppo compatto alle sue spalle e il cieco, appoggiato al bastone, sembra non rendersi conto di quello che sta succedendo. E’ veramente raro trovare nella pittura sacra medievale una simile attenzione realistica e patetica verso la fragile figura del cieco mendicante. Il cieco, non potendo lavorare è mendicante e questo si nota anche dalle sue vesti misere e lacere rispetto a quelle degli apostoli; ha in mano il bastone con cui si aiuta per camminare. Alza la mano come per toccarsi gli occhi, ma Gesù lo manda subito a lavarsi nella piscina di Siloe, che ha la forma di una vasca in pietra su cui scende dell’acqua corrente: la luce che Gesù dona al cieco è quella della fede e l’acqua dalla quale rinasce alla vita è quella del Battesimo. I discepoli sono molto attenti a quello che sta facendo e uno di loro (il festaiolo) ci guarda e ci invita ad entrare nella scena. Dopo il miracolo c’è una grande meraviglia nei gesti del giovane; il suo sguardo verso l’alto è un segno di ringraziamento a Dio, ma è anche lo stupore di poter finalmente vedere il cielo e la luce. Un particolare importante è il bastone lasciato cadere a terra, perché ormai non gli serve più. L’ambiente architettonico richiama che il miracolo è avvenuto nei pressi di Gerusalemme. La polvere ricorda la nostra condizione umana, mentre la saliva indica la Parola di Dio.

La scena centrale del dipinto di El Greco (1573, Galleria nazionale di Parma) descrive il momento nel quale Gesù, in primo piano, apre gli occhi ad un cieco. Nel piccolo dipinto lo spazio è ampliato a dismisura grazie ad un pavimento quadrettato, che conduce lo sguardo lontano nella fuga prospettica del porticato di un tempio e nello scorcio di due edifici rinascimentali, che proseguono nei ruderi con arcate a cannocchiale. Il cielo nuvoloso grava a pochi palmi dalle figure sulla piazza, che rese a tocchi rapidi di pennello, animano la scena.

Nella tela di Gioacchino Assereto Gesù Cristo, dopo aver sputato per terra, con la saliva produce un po’ di fango e lo spalma sugli occhi del cieco: il gesto della guarigione miracolosa è ancora una volta simile a quello della benedizione. Il cieco sembra non rendersi conto di quanto gli sta succedendo, ma getta comunque via il bastone diventato inutile, Quattro astanti si affollano intorno ai due protagonisti, formando un gruppo compatto, che reagisce al dramma con curiosità e stupore. La loro sorpresa è accentuata da forti contrasti che illuminano le figure.

 

Marko Rupnik ha illustrato questo episodio in due mosaici, uno all’Ospedale Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina, dedicato a S.Benedetto Menni, e l’altro nella chiesa di S.Giovanni Paolo II a Cracovia. In questo mosaico si vede Gesù che si sta per chinare per raccogliere da terra il fango e compiere il miracolo, ma subito si nota che è il cieco a tenere fra le sue mani il fango che Gesù ha preparato: questo sta a significare la sua attiva partecipazione all’intervento di Cristo, ossia una partecipazione attiva alla Redenzione. Gesù, invece, tiene in mano un rotolo aperto ma vuoto. Il rotolo vuoto rimanda a un’antica tradizione iconografica di Gesù col rotolo in mano, che può essere aperto o chiuso. Quando è aperto è il libro della vita e generalmente è bianco, nel senso che Cristo non tiene un registro delle colpe dell’umanità; in questo caso il rotolo bianco rimanda al passo evangelico e alla domanda: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» (Gv.9,1-4).

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