Il segno di Cana. Commento al Vangelo della II domenica del T.O., a cura di Giulio Michelini

(Gv 2,1-11) In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Il segno di Cana

La prima prospettiva per leggere il brano del vangelo di oggi è proprio quella data dalla sua collocazione liturgica, nella seconda domenica del tempo ordinario: il racconto dell’acqua mutata in vino è in accordo con i temi trattati nelle due memorie appena precedentemente celebrate (Epifania e Battesimo di Gesù). Così, infatti, recita l’antifona al Magnificat del Vespro dell’Epifania: «Tre prodigi celebriamo in questo giorno santo: oggi la stella ha guidato i magi al presepio, oggi l’acqua è cambiata in vino alle nozze, oggi Cristo è battezzato da Giovanni nel Giordano per la nostra salvezza, alleluia». Siamo, ci dice allora la Chiesa, nel regime dei segni–prodigi.

L’inizio dei segni. Leggiamo che «Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea» (2,11). La nuova traduzione CEI ha corretto la versione del 1997, dove si trovava – al posto di “segni”, “miracoli”. L’evangelista Giovanni infatti non conosce non vuole usare i termini che i sinottici usano per “miracolo”, dynamis e teras, ma usa 17 volte semeion, “segno”, una parola tecnica che «fa parte della terminologia religiosa biblica per indicare l’attività rivelatrice e salvifica di Dio a favore del suo popolo. […] I segni sono fatti e gesti compiuti da Gesù attraverso i quali egli può essere riconosciuto come l’inviato definitivo di Dio, perché in essi traspare la sua gloria» (Fabris).

Quali segni? I segni indicati dal vangelo di Giovanni sono – abbiamo visto sopra – tanti da non poter essere qui analizzati. Seguendo l’antifona liturgica a cui ci riferivamo, e facendo un salto negli altri vangeli, scopriamo però che il segno di Cana deve avere a che fare con le altre due manifestazioni di Gesù, quella di Betlemme e quella del Giordano. Nella prima il segno è chiaramente indicato da Luca (2,7.12.16): un bambino avvolto in fasce e in una mangiatoia; nella seconda epifania il segno è quello di un uomo in fila con i peccatori. Certo: la stella, i sapienti dall’oriente in un caso, il cielo che si apre, la voce dal cielo nell’altro: dettagli fortemente simbolici, che però ci lasciano intravedere una realtà molto più semplice. Il segno più grande è ancora una volta quello dell’umanità del figlio dell’uomo, riconosciuta la quale si riconosce anche il Figlio di Dio prediletto.

Il segno di Cana. Una situazione conviviale, la gioia dei partecipanti al banchetto, il vino, l’acqua. L’amore umano: quello che lega la madre di Gesù al suo figlio, e quello che unisce lo sposo alla sposa. Ciò che manca alla tavola di Cana però è il vino della festa. Tutto parte allora da una assenza. La mancanza è l’esperienza antropologica tra le più comuni: ci manca sempre qualcosa. Non (solo) nel senso moderno, potremmo dire “consumistico”; qui c’è qualcosa di più: ciò che sembra mancare veramente è segnalato come essenziale alla festa stessa. Nella mentalità biblica il vino non è qualcosa di accessorio, ma «una delle immagini costanti dell’Antico Testamento per esprimere la gioia dei giorni finali (Am 9,13–14; Os 14,7; Ger 31,12)» (Brown). È forse per questo motivo che a rendersi conto di questa mancanza non è chiunque, ma la madre di Gesù? Infatti, se vogliamo stare al testo, nessuno si accorge che manca qualcosa, se non Maria, e nessuno – ormai compiuto da Gesù il segno – si accorge che l’assenza è stata colmata (i servi sanno solo da dove viene il vino, ma non comprendono a fondo cosa sia successo), se non i discepoli.

La differenza tra l’apertura dell’episodio e la sua conclusione – ciò che è cambiato – è illuminante: 1) la bontà eccellente del vino; 2) la fede: «e credettero in lui i suoi discepoli» (2,11). La seconda è la più importante. La bontà del vino “nuovo”, e la frase di Maria, «non hanno più vino», è diventata occasione, da alcuni Padri della Chiesa sino ai moderni, per vedere nell’episodio di Cana «una pungente riflessione sulla sterilità delle purificazioni giudaiche» (Brown): Gesù darebbe il vino nuovo (il Vangelo) al posto dell’acqua (la Legge, l’Antico Testamento). Tutto queso però è assente nel testo, tanto più che il vino buono, di cui parla il maestro di tavola, è lo stesso che si beveva anche prima: «Tu hai conservato fino ad ora il vino buono» (2,10). C’è piuttosto da sottolineare l’aspetto della fede.

Gesù invece restituisce sapore al vino che l’aveva perso, diventato come acqua. Se certamente il vino è un segno messianico, legato alla gioia per la futura venuta del Messia, è però anche una metafora della Parola di Dio. Su questa chiave interpretativa ha scritto soprattutto Aristide Serra («Nozze a Cana di Galilea», in Maria secondo le Scritture. Figlia di Sion e Madre del Signore), che pone un interessante confronto tra il Testo Masoretico e i targumim di alcuni testi dal Cantico dei cantici o da Qohelet. Dalla traduzione interpretativa in aramaico emerge che il segno di Cana è radicato sia nel Sinai, sia nell’Eden: «per il giudaismo, quel vino era la figura della Torah, donata al Sinai», e conservata fino al tempo di Gesù, perché sia questi a spiegarla e rivelarla nuovamente. «Alle nozze umane, il vino miglior è offerto all’inizio. Alle nozze di Dio col suo popolo, il vino più squisito è servito alla fine»: ma si tratta dello stesso vino, quello appunto conservato nella cantina del Sinai perché fosse bevuto da tutto il popolo, come dagli amanti del Cantico. Gesù è capace di dare gusto al vino della Prima Alleanza e di stabilire con esso la nuova Alleanza nel suo sangue, e con la sua persona, che è la Rivelazione del Padre. A questo stesso livello si può anche collocare l’interessante ipotesi del 1972 di J.A. Grassu («The Wedding at Cana: A Pentecostal Meditation?»), per il quale le nozze di Cana sarebbero come il corrispettivo della Pentecoste lucana: il dono del vino buono corrisponde al dono della Torah nel giorno di Pentecoste.

Discepoli, con Maria. Qualche commentatore ha notato l’ordine con cui compaiono i personaggi sulla scena (vv. 1.2: la madre; Gesù; i discepoli) e poi come ad essi si aggiunga un gruppo quando ne escono (v. 12: Gesù; la madre; i fratelli; i discepoli). I discepoli, gli unici che – con Maria – vedono nel segno un segno che li porta a credere, sono coloro da cui nasce la comunità messianica. Di questa comunità nuova di “fratelli” la madre è Maria: la stessa che diventerà, quando consegnata da Gesù dalla croce, la madre dei credenti: «Ecco tua madre». Maria è l’esempio della fede cristiana.

Il segno dei segni. Il segno di Cana è molto umile, come il bambino avvolto in fasce, come l’uomo che passa il Giordano, come la tomba vuota. Lì, alla fine del Vangelo, l’assenza più grande. La mancanza segnala la risurrezione di Gesù e la sua presenza in un altro modo. Nessuno si accorge che manca il vino: solo Maria; non si riconosce il Risorto se non nella fede.