Il fariseo e il pubblicano. Commento al Vangelo della XXX domenica del T.O., a cura di Giulio Michelini

(Lc 18,9-14)

Il vangelo della presente domenica è in continuità con la pagina della domenica precedente, quando abbiamo letto la parabola sul giudice e la vedova importuna. Anche qui abbiamo a che fare con un insegnamento sulla preghiera. Inoltre, come già due domeniche addietro, anche in questa pagina si mostra la vivacità della società e della cultura di Israele nel I sec. allora Luca parla dei Samaritani (uno dei dieci lebbrosi), con questa pagina si parla di uno dei movimenti tra i più importanti del Giudaismo, quello dei farisei. I pubblicani – a cui appartiene l’altro protagonista della parabola di Gesù – invece, non sono un gruppo, ma una categoria di professionisti, al soldo di Roma.

Il vangelo si può facilmente suddividere in tre parti: 1) Una introduzione, di un solo versetto; 2) Una parabola (vv. 10-13), di quattro versetti; 3) la conclusione, di Gesù stesso: «Io vi dico…».

L’occasione della parabola è spiegata direttamente da Luca (che spesso compie questa disambiguazione) ed è legata ai destinatari, ovvero «alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri». Si sta parlando di “tinas”, alcuni, che può includere tutti, e non solo i farisei di cui si parla; e non quindi di tutti i farisei: pensiamo a quanti differenti tipi (sette, secondo il Talmud) di Farisei vi erano al tempo, e come sono differenziati anche nei vangeli (Nicodemo, ad esempio, che secondo Giovanni si reca da Gesù e seppellirà il suo corpo). La parabola riguarda dunque questi “tinas”, persone autocentrate, sicure di sé, che sono convinte di essere accette a Dio per i loro meriti, ma anche giudicanti, che insultano quelli che ritengono inferiori. Lo stesso verbo exoutheneō (disprezzare) appare per descrivere Erode che insulta Gesù in Lc 23,11.

I protagonisti della parabola sono due uomini, che salgono al Tempio, cioè nel luogo più santo di Israele. Il verbo “salire” non solo dice che il Tempio si trovava su un monte, ma anche che per andare a Gerusalemme si sale – per dire anche come ci si avvicina a Dio: si veda i Salmi delle ascensioni – delle salite (Shir hammaolot, a partire dal Sal 120).

Luca descrive due polarità opposte nel Giudaismo del I secolo: i personaggi non sono scelti a caso. I Farisei erano le persone più pie e devote; gli esattori delle tasse erano spesso considerati ladri (come sembra potesse essere anche Zaccheo di Gerico).

La preghiera al Tempio poteva essere privata, mentre quella pubblica invece doveva tenersi al mattino e alla sera, ed era ritualizzata dalla liturgia templare.

La postura e la preghiera del fariseo è significativa: è in piedi, perché a nessuno era permesso di stare seduti davanti al Tempio, se non al Re. Poteva pregare a voce alta o a voce bassa. Ricordiamo l’episodio di Anna, la futura madre del profeta Samuele, che «pregava in cuor suo e si muovevano soltanto le labbra» (1Sam 1,13). Inizia con un ringraziamento, una berakah, ma poi passa al confronto con ladri o peccatori e adulteri. Effettivamente ci sono testimonianze di alcune preghiere giudaiche che, per esempio, portavano a ringraziare Dio perché non si è in un circo, o in un teatro, ma in sinagoga. La ragione per sentirsi salvato che adduce il Fariseo è anche nelle sue azioni: egli digiuna e compie elemosina, due pratiche del Giudaismo su cui si sofferma anche Gesù, nel Discorso della montagna di Matteo, ad es.

Al v. 13, ecco la postura e la preghiera del pubblicano: rimane indietro, forse nello spazio più remoto rispetto all’edificio del Tempio, nel cortile dei Gentili. Non alza gli occhi al cielo, ma si riconosce peccatore battendosi il petto, al modo in cui Davide diceva «Ho peccato contro il Signore» (2Sam 12); al modo del “figlio prodigo” che dice: «Ho peccato contro il cielo e contro di te». La preghiera del pubblicano non è autocentrata, ma chiede una sola cosa: misericordia, con l’espressione “Abbi pietà”, hilaskomai, dal verbo propiziarsi (cf. il propiziatorio/hilasterion, il coperchio dell’arca. Il pubblicano non fa alcun confronto, si considera l’unico peccatore, un vero peccatore.

Al v. 14, finalmente: il commento di Gesù, che mette in rilievo chi è giustificato, e chi no. La risposta inizia con l’espressione Lego hymin, che segnala una conclusione significativa, una richiesta di attenzione solenne. Poi Gesù dice che dei due che erano saliti al Tempio, solo il pubblicano ne discende giustificato. Il verbo infatti usato da Gesù è discendere a casa (CEI: «tornò a casa»). La preghiera del peccatore è accolta da Dio, quella del Fariseo no, perché questi non aveva nulla da chiedere. Dio accoglie sempre le richieste di perdono quando sono una vera preghiera, e questa parabola è dunque un ulteriore insegnamento sulla preghiera, come quella appena sopra, del giudice e della vedova.

Scrive G. Rossè: Nel fariseo sono condensati gli atteggiamenti negativi che possono entrare in ciascuno di noi. «Il fariseo ringrazia Dio pensando a se stesso. Non ha bisogno di perdono poiché non pecca e quindi non è in debito con Dio, e provvede lui stesso a riparare eventuali mancanze con opere meritorie. Insomma, egli riduce Dio alla funzione di un contabile. È vittima di una pietà che non gli permette di riconoscersi peccatore e di aprirsi al Dio di Gesù che, in modo nuovo, chiama l’uomo alla conversione. Al contrario del fariseo, il pubblicano, consegnandosi senza riserve a Dio, confessando di dipendere totalmente dalla grazia divina, si è messo nell’atteggiamento giusto, un atteggiamento che rende onore a Dio perché Gli permette di poter dare gratuitamente».