“Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”: Gesù e le ultime cose. Commento al vangelo della XXXIII domenica del T.O.

Enrique Simonet, "Flevit super illam" (cf. Lc 19,41)

[Mc 13,24-32] In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».

Le ultime cose

«Mentre usciva dal tempio, uno dei suoi discepoli gli disse: “Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!”. Gesù gli rispose: “Vedi queste grandi costruzioni? Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non venga distrutta”. Mentre stava sul monte degli Ulivi, seduto di fronte al tempio, Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea lo interrogavano in disparte: “Di’ a noi: quando accadranno queste cose e quale sarà il segno quando tutte queste cose staranno per compiersi?”». È questa situazione, all’inizio del cap. 13 di Marco, che ci introduce al Vangelo di oggi. Gesù non risponde subito alla domanda dei quattro discepoli, ma nel frattempo ha l’occasione per parlare delle ultime cose.

Basta avere una buona edizione del Nuovo Testamento per rendersi conto che le parole di Gesù che descrivono l’arrivare delle “cose ultime”, in “quei giorni”, sono una ripresa di testi profetici: Isaia, Gioele, Daniele. Chi li udiva sulla bocca di Gesù, probabilmente ne comprendeva il senso meglio di noi, che dopo tanti anni di distanza, facciamo fatica ad orientarci. In realtà, il linguaggio apocalittico non è lontano dalla nostra cultura, anzi essa ne è fortemente permeata.

L’apocalittica è un genere letterario, e, in quanto tale, secondo quanto si legge nella Dei Verbum del Concilio Vaticano II, come ogni genere di espressione deve essere correttamente interpretato. Guai se venisse letto come si legge un racconto storico, oppure un trattato scientifico: ha una sua propria chiave che deve essere usata. In altre parole, non possiamo pensare che Gesù volesse dire che la fine del mondo accadrà proprio come l’ha descritta. E poi, siamo sicuri che Egli stesse parlando della fine del mondo? Perché dice che “questa generazione” vedrà quanto da lui annunciato?

Il genere apocalittico giudaico ha forse origine dalla congiunzione di due correnti di pensiero, quella della sapienza e quella della profezia. Già quando l’esperienza profetica finisce, e si attende ormai un profeta in Israele che venga a sistemare diverse cose (cf. 1Mac 4,46), non manca per il popolo di Dio la riflessione sulle cose “piccole”, quotidiane, ordinarie, quelle appunto della sapienza dell’oggi. Ma lo spirito della profezia, animato dalla sua energia e dalle sue denunce e dal richiamo al futuro, questo non si esaurisce semplicemente. Lo sguardo apocalittico ne prende l’eredità, e interpreta il presente con simboliche forti e dai toni drammatici, spesso tragici.

La fine del mondo o l’inizio? Ma Gesù allora non parla solo del futuro in quanto “fine del mondo”. Quel “giorno” a cui si riferisce (Mc 13,24), per i cristiani è infatti già arrivato, quando è avvenuto un vero e proprio “inizio”. Se andiamo a vedere il modo in cui Marco descrive la morte del Messia, troviamo che alcuni segni che erano stati annunciati nel brano evangelico di oggi si compiono. Gesù aveva detto che il sole si sarebbe oscurato (13,24), ed ecco che dopo la crocifissione di Gesù, “venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio” (15,33). Matteo, amplificando il racconto marciano, aggiunge poi che anche “la terra tremò e le rocce si spaccarono” (Mt 27,51), un richiamo alla frase di Gesù per cui “gli astri si metteranno a cadere dal cielo” (Mc 13,25). Ma ci impressiona soprattutto che le parole di Gesù sul Figlio dell’uomo verranno riprese da lui in un’altra occasione, sempre nel racconto della passione, ovvero davanti al sinedrio. È anzi questa una delle ragioni della condanna di Gesù.

Il Figlio dell’Uomo è la figura centrale del brano odierno. Come detto, l’espressione è tratta dal libro del profeta Daniele, al cap. 7,13-14. Lì è descritta una visione che Daniele ebbe in sogno: “Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco apparire, sulle nubi del cielo, uno, simile ad un figlio di uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui, che gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano; il suo potere è un potere eterno, che non tramonta mai, e il suo regno è tale che non sarà mai distrutto”. Gesù si descrive in tale modo, quando risponde al Sommo Sacerdote che gli domanda se è lui il Messia. Gesù dice: “Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo” (14,62). Quando accadrà questa visione? Per noi che crediamo che Gesù sia il Messia, il Cristo, ha già avuto luogo. La potenza con cui il Figlio di Dio si è mostrato è quella della sua croce e della risurrezione. Il futuro è realizzato, ma questo non ci distoglie dall’aspettarne il definitivo compimento. Anzi, noi cristiani sappiamo che il Regno è già qui, ma in esso dobbiamo ancora “entrare” pienamente, fino alla fine dei tempi.

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