Commento al vangelo della XXVII domenica del T.O.: Gesù e il divorzio (Mc 10,2-16), a cura di Giulio Michelini

William Blake, Christ Blessing the Little Children (1799)

La tentazione di dividere

Il testo evangelico che oggi la Chiesa pone alla nostra attenzione è composto da un dittico, che in qualche modo ha una sua unità, anche se in esso sono ben distinguibili due situazioni diverse, con persone diverse che compiono azioni diverse. Il primo quadro tocca la questione del divorzio (vv. 2-12); il secondo quadro invece riguarda Gesù e i bambini (vv. 13-16). Il luogo dove si svolgono le azioni e il tempo in cui esse sono realizzate conferisce omogeneità a tutta la scena: siamo “nel territorio della Giudea, oltre il Giordano” (Mc 10,1), le azioni si susseguono e il contesto prossimo è anch’esso unitario, quello di Gesù che “insegnava” alle folle, “come era solito fare”. A chiudere il dittico la nota marciana del v. 17 che indica uno spostamento di luogo di Gesù (“mentre usciva per mettersi in viaggio…”). Ma le azioni che si compiono nella pericope del lezionario odierno, forse hanno qualcos’altro in comune, oltre che il contesto, il luogo, e il tempo.

Divorzio e separazione. Nel primo quadro, il tono della controversia di Gesù con i farisei riceve una forte impronta dalla motivazione che li spinge ad avvicinarsi al Messia: per metterlo alla prova. Se la prova principale che Gesù deve vivere è quella della separazione dal Padre (cfr. “Se tu sei Figlio…”; Mt 4,3), qui i farisei sono i rappresentanti di coloro che voglio “separare-dividere” anche altro: la coppia. Il concetto di “separazione” emerge per quattro volte col verbo apolúo (tradotto nel nostro brano con “ripudiare”, ma che in realtà copre una costellazione di significati più ampia, quali “separare”, “sciogliere”, “mandare via”, “partire”), e al v. 9, con il verbo chorízo, “dividere”.

La risposta di Gesù è coerente con la sua vita. Se egli rimane legato al Padre per compiere il progetto che Egli ha per il Figlio, anche l’uomo e la donna possono rimanere uniti, vivendo il progetto per il quale sono stati pensati in principio. Insomma, la tentazione degli uomini è quella di “dividere”, mentre il progetto di Dio è quello di “unire”. La posta in gioco è alta, e viene a toccare la sfera più significativa dei rapporti sociali, quella che riguarda l’incontro tra l’uomo e la donna. Ad essi, secondo il piano originario di Dio, viene attribuita una fiducia nella loro capacità di stare insieme che è incondizionata, che non può essere revocata, e che nemmeno la durezza del cuore umano (sklerorkardía, Mc 10,5) può più minare. Non a caso, infatti, quando nella Bibbia si vuole parlare dell’amore eterno di Dio per l’uomo viene usata l’immagine del matrimonio (cfr., fra tutti i testi, Ef 5,31-32, che riprende la citazione veterotestamentaria presente anche nel nostro brano); anche Gesù si ricollegherà a questa figura per parlare di sé come del Messia-Sposo.

Gesù in questo modo supera – senza annullarla – la legislazione sul divorzio prevista nella Legge, in particolare in quei precetti che lo permettevano a determinate condizioni. Il Messia chiede, rispetto a quanto chiedeva Mosè, una scelta ancora più radicale di quella prevista dalla sua legislazione, una decisione esigente e irrevocabile che può essere compresa solo se si ritorna a motivazioni forti, come quelle date nel libro della Genesi, e che riguardano la relazione originaria tra uomo e donna.

Nel giudaismo del tempo di Gesù il divorzio era visto come un dramma (basterà citare un testo talmudico, dove si dice che «se un uomo divorzia dalla moglie, anche l’altare versa lacrime»: Talmud babilonese, Gittin 90b), e ricordare che secondo Gen 2,24 l’unione dell’uomo e della donna era considerata indissolubile). Nella prassi, però, già prima di Gesù, il matrimonio era comunque considerato «un contratto che conteneva tra le sue condizioni anche la procedura per la sua dissoluzione» (M. Hilton), perché «la Torà mosaica, che si eleva ai punti più alti dei principi morali, non perde però mai di vista la vita così com’è e cerca perciò di regolare e mitigare quei mali che non possono essere estirpati, permettendo, per questa ragione, il divorzio a certe condizioni» (M. Mielziner). Ecco perché il divorzio era ammesso, anche se poteva essere richiesto solo dall’uomo (quanto scrive Mc 10,12, a riguardo della richiesta di divorzio da parte della donna, riflette probabilmente la situazione della Chiesa marciana e la situazione della donna nell’Impero romano, e se non ha certamente riscontro nella Torà, non siamo sicuri che potesse essere attuato nella terra di Israele).

La legislazione sul divorzio era basata su Dt 24,1-4, un testo di difficile interpretazione, che presupponeva tale istituto ma senza spiegarlo. Lì da una parte si dice che la donna sposata può cessare di «trovare favore agli occhi del marito», e dall’altra che quest’ultimo può divorziare perché ha trovato in lei ‛erwat dābār, alla lettera «nudità/vergogna di cosa» (Dt 24,1; espressione tradotta dalla CEI con «qualche cosa di vergognoso»). Dal testo non si capisce se queste due situazioni sono ragioni alternative per divorziare, oppure se ne basti una delle due. La scuola di Hillel (basandosi sull’occorrenza di ‛erwat dābār in Dt 23,13-15) interpretava nel senso che il marito poteva avere qualsiasi ragione per divorziare (e questa interpretazione nel mondo askenazita fu abolita solo nell’XI secolo da rabbi Gershom, con un decreto che proibiva il divorzio senza il consenso della moglie): secondo questa strada il divorzio poteva essere ottenuto «se la moglie ha rovinato il pasto», o addirittura «se il marito ha trovato qualcuna più bella di lei», tesi quest’ultima sostenuta da rabbi Akiva (Mishnà, Gittin 9,10). La scuola di Shammai invece interpretava l’espressione ‛erwat dābār in riferimento alla sua occorrenza in Lv 18 e 20, come all’allusione a un’unione sessuale illecita (incesto, stupro ecc.): per questo riteneva che la causa di divorzio dovesse implicare un comportamento sessuale indecente o forse, per alcuni della scuola, anche l’adulterio. Il Gesù di Matteo, diversamente da quello di Marco, è pienamente coinvolto in questo dibattito, poiché nel primo vangelo i farisei chiedono a Gesù non se il divorzio sia permesso (cfr. Mc 10,2), ma a quali condizioni lo sia. La risposta di Gesù, però, non si limita a dirimere una quaestio disputata: aggiunge una parola sulla Torà stessa e sul suo valore perenne, che Gesù riscopre tornando alla radice della Legge.

Nel secondo brano non compaiono più i farisei a fare polemica, ma questa volta tocca ai discepoli la funzione di “separare”. Essi, secondo le parole di Gesù, “impediscono” ai bambini di andare da Gesù. Ma Gesù, indignandosi, chiede che si lasci che i bambini vadano da lui. Andare da Gesù è il desiderio di tanti uomini e di tante donne del vangelo, che vogliono vederlo, parlargli, toccarlo. Tanti gesti che come unico denominatore hanno quello del desiderio della comunicazione con il Messia. Ed egli ricambia sempre: lasciandosi vedere, ascoltando le parole che gli vengono dette, lasciandosi anche toccare, come scritto in questa breve pericope, dove vengono utilizzati due verbi che i Vangeli usano unicamente per descrivere Gesù con i bambini, quando li prende fra le braccia e li benedice (Mc 10,16).

Con questi gesti, e con le sue parole, Gesù stupisce e provoca ancora oggi nel profondo. Per capire la Legge di Dio e metterla in pratica, anche quella sul matrimonio, bisognerà tornare ad essere bambini e fidarsi della Sua parola.

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